A Ferrara la fotta per lo skate è iniziata sui gradoni della Darsena

Skater ferraresi tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, foto dall'archivio di Leonardo Vecchi Skater ferraresi tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, foto dall'archivio di Leonardo Vecchi
dall’archivio di Leonardo Vecchi

Leonardo Vecchi è stato parte dell’avanguardia dello skate a Ferrara ed è uno che non solo quei primordi li ha vissuti sul proprio corpo – tra lividi, cicatrici e fratture – ma ci ha anche messo anima e cuore per far crescere la cultura dello skateboarding, e ancora ci crede. È un archivio vivente e un attento osservatore della scena contemporanea, la persona perfetta a cui chiedere quando nasce il legame tra la città e lo skateboarding, che è una disciplina riconosciuta dal CONI (dal 1978!) e fa parte della Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio. Lo incontriamo in Darsena, dove il passato e il presente dello skateboard ferrarese si riallineano: qui in questi giorni – più precisamente il 3 e 4 ottobre 2026 – ci sarà la la quinta edizione del Dock Skills Contest, la manifestazione sportiva, culturale e aggregativa dedicata agli sport e alle culture urbane, e che ha lo skateboarding come protagonista.

In Darsena c’è da una parte l’anfiteatro a gradoni dove la scena iniziale si riuniva per tentare le prime manovre, e a pochi metri il piccolo circuito di rampe inserito nel progetto di riallestimento urbanistico lungo il Canale di Burana. “Se ci guardi bene i gradoni sono tutti grindati” ci fa notare Vecchi, che riconosce con orgoglio “siamo stati noi. Qui era come l’imbarcadero di San Francisco, ci inventavamo i nostri trick perché non c’erano i reel da copiare, avevamo solo la nostra immaginazione“.

“Mi sono affacciato a questo mondo nel 1989 andando al Motor Show perché ero fissato con i motorini. Lì mi sono trovato per la prima volta davanti a una vert ramp con dei professionisti che skateavano. Avevo 13 anni e ancora non sapevo che questo incontro avrebbe segnato la mia vita e quei ragazzi sarebbero diventati figure per me fondamentali. Ma è proprio così che è andata”. Tra loro Mike McGill, Paolo Nelzi e Max Bonassi, uno dei pionieri italiani, che qualche anno dopo, nel 1994, avrebbe fondato il brand di abbigliamento Bastard, un’icona della cultura streetwear italiana.

Nella voce che la Treccani – nientemeno – dedica allo skate, si fa risalire la sua comparsa in Italia ad un servizio televisivo del 1977 del programma “Odeon. Tutto quanto fa spettacolo”, rotocalco della Rete 2 (oggi Rai 2, ndr) che parlava della “nuova moda dello skateboard” proveniente dagli Stati Uniti. Tanti ragazzi si incuriosirono di questa “tavoletta di legno o di materia plastica, di forma oblunga, con le punte arrotondate e la parte centrale leggermente più larga, munita di quattro ruote e guidata dalla pressione di un piede o di entrambi”.

Skater ferraresi tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, foto dall'archivio di Leonardo Vecchi
dall’archivio di Leonardo Vecchi

I più fortunati se la facevano mandare dagli Usa, gli altri se la costruivano in casa. Ancora non esistevano negozi specializzati, skatepark e pool per praticare, ma c’erano muretti, marciapiedi, ringhiere e tutto quello che l’arredo urbano poteva offrire. Cavalcavano il cemento come fossero onde del mare. “Ci fu anche un film che nel 1986 aprì le menti della mia generazione, “Trashin’ – Corsa al massacro” diretto da David Winters e interpretato da un giovanissimo Josh Brolin“. È così che dalla California a Milano, lo skateboarding arrivò anche a Ferrara.

“La mia prima tavola ce l’ho ancora, si chiama Precision Skateboard, non era una joker, ma una banana da slalom, ora la chiamano pennyboard. Me la regalò un amico di mio padre di ritorno da Los Angeles. Con quella ho iniziato a esplorare le vie del quartiere, poi con gli amici abbiamo iniziato ad andare in giro sempre così, anche a scuola. La mia fortuna è stata essere circondato da quella che era la scena ferrarese trash metal e punk hardcore del tempo: Madhouse, Impact, Accidia. Con loro che erano più grandi ci trovavamo in piazza Ariostea. Uno in particolare, Gigo un caro amico che non c’è più, è stato la mia guida. Eravamo visti come tossici, delinquenti, ma loro ci hanno sempre difeso, protetto e incoraggiato, insegnandoci tutto quello che serviva per divertirci con quello che avevamo, ad essere umili e a rispettare gli “anziani”, anche con metodi non proprio ortodossi, ma efficaci“.

Era il tempo in cui lo skate non era tendenza, ma ribellione, riappropriazione di spazi urbani: nel walkman suonavano Solo odio, Tra rabbia e realtà e Fascist Slaughter.

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“Non c’era ancora tutta l’estetica di adesso, le Vans le trovavi a dieci mila lire al mercato, ti mettevi un paio di pantaloncini corti, una maglietta e andavi. E non avevi bisogno di piste pulite, gli spazi o te li prendevi o li costruivi. Come quando abbiamo creato una rampa nel magazzino di un mio amico con delle assi di legno riciclate. O come quella volta che è venuto il Papa in Piazza Ariostea (Papa Giovanni Paolo II è stato in visita a Ferrara il 23 settembre 1990, ndr) e noi abbiamo recuperato i pannelli del palco e in tre giorni ci siamo costruiti lì una pista da skate, è durata un mese, ma è stato bellissimo“.

dall’archivio di Leonardo Vecchi

In quegli anni l’asfalto ferrarese ha anche forgiato professionisti come Marco Marzocchi, un innovatore che per stile e abilità si è distinto a livello internazionale, finendo anche nella storica rivista specializzata Freestyler Magazine con un servizio fotografico in cui scende con la tavola dalla scalinata di Porta San Pietro, assieme ad altri nomi di spicco della generazione successiva come Paul Steiger e Giuliano Ariati.

Nel bel documentario in tre episodi di SkateboardTV a lui dedicato, Vecchi passa accanto al portico delle Suore della Carità e racconta di quando si faceva wallride sul muro dell’edificio, venendo pesantemente redarguiti dalle religiose. O ancora di quando si individuavano spot in cortili privati sapendo di avere a disposizione al massimo due tentativi per chiudere i trick, perché poi arrivavano i custodi a tirare secchiate d’acqua.

Skater ferraresi tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, foto dall'archivio di Leonardo Vecchi

Ma che caratteristiche bisogna avere per avvicinarsi allo skate?
“La fotta. E la voglia di libertà. Infatti, non c’è distinzione di età o genere, tutti possono farlo, e si è parte alla pari della stessa comunità. Sapendo però che chi fa skateboard si fa male. Mi ricordo che tornavamo a casa con le ginocchia distrutte e non abbiamo mai pensato “domani non vado perché ho male”, non ce ne fregava niente. Adesso, a 55 anni, ho i legamenti lacerati, non riesco più a fare street al livello che vorrei, ma rifarei tutto“.

Si cade e ci si rialza milioni di volte, si provano e riprovano ollie, flip, kickflip, si consumano le suole, si vive all’aperto con gli altri. È una disciplina essenziale, basta molto poco per praticarla a livello amatoriale e apre mondi immensi. A Ferrara nel tempo sono stati costruiti lo skate park di Krasnodar in collaborazione con Slam Jam, il marchio ferrarese che ha vestito migliaia di skater, poi quello delle Mura, in collaborazione con Trip to Town. Ed ora c’è il nuovo progetto alle Corti di Medoro, in via Tassoni: oltre mille metri quadri di pista, rampe e percorsi, un impianto sportivo di livello nazionale che prenderà vita dove, per oltre trent’anni, c’è stato il vecchio Palazzo degli Specchi. In provincia oggi ci sono skate park anche a Copparo, Argenta e Comacchio.

«In Italia i migliori per me sono a Desenzano, uno dei primi, poi il mitico Elbo a Bologna, l’Angarano a Bassano, il Parco Lambro a Milano, il Jurassic Skatepark di Cesena che ha anche una delle migliori scuole, e il Parco Dora a Torino, altro ottimo centro di formazione. Sono perfetti per praticare, ma non devono diventare dei ghetti, dei recinti per non far andare in giro i ragazzi, anche perché non esiste in Italia una legge che vieti di andare con lo skate per la strada. I park vanno bene per i piccoli che devono imparare, ma è un peccato se poi si perdono inventiva, immaginazione e istinto di andare fuori dalle regole e inventarsi le proprie“.

E la nuova scena ferrarese?
“Ogni periodo ha alcuni nomi di eccellenza. Noi eravamo circa duecento e oltre a quelli già citati, altre figure di rilievo sono stati Mattia Toselli e Matteo Masini. Dopo di noi sono arrivati Giuseppe Siciliano, Giacomo Mazzoni e Mauro Cristofori. Poi c’è Marco Casari. Ed ora tra i migliori ci sono Mario e Filippo Pellegrini. A me piacciono quelli che non fanno i fenomeni. Da anni faccio foto in questo ambiente e sebbene ci siano alcune nuove leve con la giusta mentalità, che rifiutano persino gli sponsor per non avere vincoli, molti altri seguono la moda e non hanno cultura. Vogliono una tavola solo perché ce l’ha uno figo, ma non sanno di quanti strati di acero canadese sia fatta e con quale colla. Io fin da piccolo mi appassionavo di tutto, studiavo, era quella la mia droga. Dopo i concerti tornavamo a casa e ci guardavamo le videocassette di skate, non c’erano i social“.

Mentre ci racconta, Vecchi si avvicina alla rampa della Darsena nuova e incoraggia un bimbo con la tavola quasi più grande di lui a piegare le ginocchia per migliorare la discesa. La nonna del bambino, che lo riprende con lo smartphone, ci confessa “è una cosa che non mi piace fare, non perché odi lo skate, ma sto in pensiero tutto il tempo“. In effetti lui ruzzola giù, ma si rialza subito. “Bravo, così si fa” sorride Vecchi “lo dico anche ai miei figli che hanno già provato tutti gli sport su tavola. Si cade e ci si rialza“, che è poi anche una grande lezione di vita.

Progetti futuri?
“Per me il massimo è partire col camper o il furgone e andare in giro per le varie scene in Italia, e non solo. Lo skateboard mi ha fatto girare il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia. Il mio sogno è creare uno skate park in mezzo alla natura, magari fra le montagne, dove ospitare gente con la stessa passione. C’è un progetto in Trentino che spero si concretizzi“. E poi c’è un libro, realizzato dallo stesso Vecchi, che uscirà in autunno, si chiamerà My life, a subculture ed è “una raccolta di foto e racconti di tutte le scene di skate che ho attraversato nel mondo“.


Si ringrazia Leonardo Vecchi per le foto d’archivio.
I tre episodi citati nell’articolo sono disponibili sul canale Youtube di SKATEboardTV

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