Otto storie per far rivivere antiche voci del passato ferrarese
Cosa vuol dire vincere il palio di Ferrara dopo 44 anni: dentro la cena della vittoria di Santa Maria in Vado

Cosa vuol dire vincere il palio di Ferrara dopo 44 anni: dentro la cena della vittoria di Santa Maria in Vado

foto di Enrico Grilli

C’è un popolo che aspettava un momento da tanti, troppi anni. Ora eccolo lì, riunito per la cena, festante. Li guardo, sono tanti, sorridenti, sollevati.

I contradaioli del Rione Santa Maria in Vado la corsa di maggio 2026 l’hanno vista, poi riguardata, e vista ancora una volta. È come se ognuno di noi, di loro, avesse una batteria, che ogni tanto ha bisogno di essere ricaricata: per farlo, basta il musetto del cavallo Cecilia; basta la voglia del fantino Alessio Migheli di incidere il suo nome nell’eternità. Quanto vorrei poterla rivedere da lì, da quello spicchio gialloviola di Piazza Ariostea che per 44 anni ha guardato impotente gli altri festeggiare nell’ora più tarda del palio. Da lì, dove abbiamo (hanno) vissuto un turbinio di emozioni che, purtroppo per chi non lo conosce, non è spiegabile: San Paolo che risale, Alessio che lotta, Santo Spirito che si infila. La paura e la sensazione, sempre la stessa, che anche quest’anno non doveva andare perché ormai è il nostro (loro) destino. L’ultimo rettilineo è stato come se fosse eterno: tutti i fantini scomparsi per un’interminabile frazione di secondo e poi ricomparsi a centimetri dalla statua dell’Ariosto. Quell’istante è vivo e vivido negli occhi, nella mente, nei brividi di tutti noi (loro): uno strappo finale, la spinta di un intero popolo, di quel popolo. E così è successo, è successo davvero. 

foto di Enrico Grilli

Lì, dietro l’Ariosto, in linea d’aria precisamente davanti al nostro spicchio, e per questione di centimetri, pochissimi, ma noi l’abbiamo visto, non poteva sfuggirci. È successo davvero. Vorrei rivederlo, vorrei rivedere Alessio che spinge la nostra bella, bellissima Cecilia con il suo manto grigio argentato davanti a tutti. No, stasera non è come le altre. Quella sensazione lì, quella che le cose sarebbero andate come sempre, l’abbiamo vissuta un attimo fa ma sembrano passati anni. Quarantaquattro anni, per la precisione. Vorrei rivederlo il braccio alzato di Alessio, con l’indice a puntare il cielo, vorrei rivederli gli abbracci stretti, strettissimi, fraterni. I foulard con l’Unicorno che si alzano, il viola che come una mareggiata incontenibile non riesce a trattenere i suoi argini. Vorrei rivederli i contradaioli, tutti, praticamente, che invadono la piazza e vorrei rivederlo mio padre, un gradino sotto di me: nel 1982, l’ultima volta (prima di questa) che abbiamo vinto, aveva meno anni di quanti ne ho io oggi. Lui quest’anno festeggia 50 anni di contrada, vorrei rivederlo mentre si gira e mi stringe, urla, esulta come non mai. Anche io urlo. Tutti lo fanno, e ridono, piangono. È successo davvero.

Tre mesiverpali dopo. Eccoli lì.
La cena della vittoria è questa cosa qui, è cercare di rivivere insieme quello che tutti noi (loro) abbiamo perfettamente impresso nella mente e nella pelle. Non se ne andrà mai. Non sarà mai come quella notte, tra il 30 e 31 maggio, una notte che non voleva finire. Ma anche questa notte non vuole finire: siamo davanti a Palazzo Schifanoia e la cena della vittoria scorre tra sorrisi e abbracci, tra brindisini e discorsi, tra cori e premiazioni. Con il video dello Sceriffo, all’anagrafe Vincenzo Pasquariello, la voce narrante della contrada oltre che parte del gruppo che si occupa della corsa dei cavalli. Parte da lontano, fa rivivere tutto, nel dettaglio: fa rivedere la corsa e ogni volta è come la prima volta.  

foto di Enrico Grilli

“Divertitevi, perché questa sera ci divertiamo”, dice Migheli alla cena della vittoria. “La cena della vittoria è il momento in cui culmina il festeggiamento della vittoria di questo palio. Non è iniziato in questo momento e non è finito. Tutte le cene delle vittorie sono importanti ma questa è la più importante che abbiamo mai fatto perché sappiamo che mancava da 44 anni. Io penso a quei contradaioli che questi 44 anni li hanno vissuti tutti, a quelli come me che ne hanno vissuti più di 30, 20, 10. Non ci mancava anche se ci mancava, siamo sempre stati bravi a non farla diventare un’ossessione, un buco in questa esistenza. La cena è il momento in cui la nostra gioia si festeggia al massimo”. Giovanni Bellini, il presidente della contrada dell’Unicorno, queste cose ce le aveva già dette quattro anni fa, quando l’astinenza aveva fatto cifra tonda. Ora le ribadisce, da buon presidente di contrada. Ma negli occhi ha una luce diversa.

“Per la contrada è un traguardo importantissimo che rimarrà per sempre negli annali. Poi credo che ognuno di noi abbia una parte intima di come ha vissuto in questi anni, e questa cosa, penso valga per tutti, non riesco a descriverla. Una cosa è certa: quanto più abbiamo vissuto la delusione, tanto più siamo felici oggi. Anche adesso, se ci pensi, se rivedi le immagini, hai quelle sensazioni che io stesso non riesco a spiegare. E la cena serve proprio a questo, a rivivere emozioni inspiegabili, insieme”.

Come Il sabato del villaggio, come la sera del giorno di Natale, come l’ultima domenica di ferie, viene naturale (o forse no) chiedersi però se possa entrare in gioco la nostalgia, perché sì, è tutto meraviglioso, ma una notte come quella, tra il 30 e il 31 maggio, non tornerà più. O magari sì, tornerà, ma non più così. Bellini dice che “No, la nostalgia non c’è, perché se dovesse arrivare la stessa vittoria l’anno prossimo la gioia sarebbe ancora maggiore. Chiaro è che sappiamo però che quello è un momento irripetibile, e perché sia così lo devi vivere, altrimenti non arriva mai. Me lo sono immaginato mille volte, e alla fine ho fatto tutto ciò che non avevo immaginato: questo è il bello del momento irripetibile”.

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Quella corsa durata così poco eppure così intensa. “In genere quando entrano i cavalli inizio a sentire le palpitazioni. Quest’anno ero calmissimo, durante tutta la gara. Non so perché ed è una delle cose che non riesco a spiegare. Anche all’ultima curva. Era una consapevolezza inconscia”. 

L’altro punto di vista arriva da Alessandro Pelati, detto Pelo, il capitano, l’artefice della vittoria, il responsabile della corsa dei cavalli. “Ho pensato qualcosa solo all’inizio dell’ultimo giro quando c’è stato il sorpasso momentaneo di Santo Spirito. Nel rettilineo finale speri solo di arrivare. Per la prima volta nel Palio di Ferrara la contrada di testa è riuscita a difendere la posizione sia da un attacco interno che da un attacco esterno”. 

Ferrara, Palio 2026 – foto di Enrico Grilli

“Anche io mi ero fatto tanti progetti per il palio. Quando Alessio è salito a cavallo gli ho detto ‘ti aspetto all’arrivo’. La mossa e la corsa le ho seguite da lì. Pensavo di riuscire a rimanere lucido: in realtà mi sono rivisto nel video e mi hanno detto che ho avuto diverse posture strane. Sul traguardo ero lì, ho visto benissimo che il muso di Cecilia era davanti. Ho fatto una corsa verso il settore, Sandrino credo invece che abbia avuto un mancamento. Dopo anche io ho un vuoto che ancora non ho ricostruito. Ho abbracciato persone, stretto mani, e sono ricomparso dopo la proclamazione dell’araldo”.

Con Pelo ripercorro il palio aureo dalla sua origine, dalla scelta del fantino, dei cavalli, dalle strategie e dalla gestione della gara. Insomma, mi addentro nel significato di un capitano di contrada. Anzi, di un capitano vincente di contrada. “L’idea iniziale era costruire un palio importante, e per farlo bisogna avere due cavalli che sopperiscono agli imprevisti. Fatalità, l’imprevisto c’è stato, Bosea ha avuto un piccolo problema, ma anche alla luce delle corse viste in primavera era il caso di correre con un cavallo più galoppatore. Bosea era esperta, brava ai canapi e veloce a partire, Cecilia era esordiente, meno avvezza al canape ma molto più potente. Noi avevamo comunque pensato di correre con un cavallo più potente perché ci aspettavamo un arrivo del genere. Non proprio così, ma quasi, perché Dididomodossola (San Paolo) era un cavallo che Bosea non poteva tenere. Magari non avrebbe aperto le curve quindi avrebbero dovuto passarla all’esterno, ma i due controsorpassi, al terzo giro e sul rettilineo finale, solo Cecilia, delle due, poteva farli”.

Quindi non è vero che Cecilia era il cavallo di riserva, forse avrebbe corso lo stesso, anche se Bosea (l’altro cavallo) non avesse avuto problemi, ma nelle storie che scrivono la storia è bello così, che accada sempre qualcosa che non ti aspetti, e che alla fine le cose vadano, finalmente, per una volta, come devono andare. “Il mio ruolo è scegliere il fantino e i cavalli per il palio. Io collaboro con un gruppo di altri ragazzi, ognuno di loro ha mansioni specifiche: chi mi aiuta nelle scelte e chi ha un ruolo più tecnico. Noi decidiamo i soggetti e li seguiamo durante l’anno: vuol dire andarli a trovare nelle scuderie, vedere i loro allenamenti, e poi in primavera vengono organizzate corse di preparazione in cui vediamo pregi e difetti dei cavalli, nostri e degli avversari”.

foto di Enrico Grilli

“Questo palio ha una storia molto lunga. Io ho sempre costruito le accoppiate partendo dai cavalli, perché ho sempre pensato che il mezzo principale per vincere il palio fosse il cavallo. Questo era il mio sesto anno, ho fatto tesoro di errori e imprevisti e ho cambiato un po’ modalità, nel senso che il primo ad essere ingaggiato quest’anno è stato il fantino. Ufficialmente nell’autunno 2025, ma in realtà l’intenzione è nata un anno prima. Alessio era squalificato nel 2025, io sono comunque andato a trovarlo esponendogli il mio progetto per il 2026: vincere. A lui interessava molto soprattutto perché veniva da qualche anno di palii di difesa”.

Pelo è capitano dal 2019, e al suo primo anno aveva detto “mi do sei anni per vincere il Palio”. Considerando i palii non disputati nel 2020 e 2021, ha mantenuto la promessa. Ma come si sceglie un cavallo?

“Il Palio di Ferrara è particolare nel panorama italiano perché si corre su 1400 metri abbondanti, su fondo sabbioso, tendenzialmente pesante, con curve non larghissime. Con Alessio abbiamo scelto di affidarci alla scuderia Clodia, in quanto ha molti effettivi, tutti di qualità, in un anno in cui per di più il palio di Legnano si affidava a cavalli mezzosangue”.

A Siena il cavallo viene considerato praticamente sacro, viene tenuto in stalle con il controllo costante e totale di temperatura, umidità e ogni minimo dettaglio. Quando chiedo a Pelo di dirci qualcosa su come viene trattato il cavallo nel palio di Ferrara ci risponde: “Io quando parlo con amici che non conoscono bene il mondo dico “se rinascessi vorrei rinascere cavallo da corsa”. Questo perché sono trattati in una maniera impeccabile dai loro proprietari, curati dalla A alla Z. C’è attenzione massima sulla stalla, vengono visitati settimanalmente, ogni scuderia ha un veterinario di riferimento, fanno analisi del sangue, radiografie, qualsiasi trattamento, prendono integratori e hanno un’alimentazione dedicata. I loro allenamenti sono molto curati, fanno ginnastica, riscaldamento, la scuderia Clodia ha persino le piscine per loro. Qualche cavallo ha persino il massaggiatore personale”.

Il compito del capitano va oltre la scelta del cavallo e del fantino. La gara si prepara, si studia, ci sono strategie, per quanto possibile.
“Il compito di un capitano e di tutti coloro che si occupano della corsa dei cavalli è arrivare più pronti possibile. C’è l’estrazione, le posizioni ai canapi, la rincorsa, tanti fattori che influenzano il risultato finale. Non c’è mai nulla di scritto, non vince sempre il cavallo più forte”. 

foto di Enrico Grilli

A caldo, ancora con il giubbetto gialloviola, Alessio aveva detto “avevo una grande cavalla preparata alla perfezione. Questi ragazzi ci hanno dormito anche insieme. Sapevo di avere una cavalla di carattere, bisognava un po’ gestirla al canape, ma ho detto che se la lasciavano gestire a me, con delicatezza, a mio modo, partivo primo e arrivavo primo”.

Pelo cita poi una frase che conoscevamo già, ma è sempre bella: “La sorte in un Palio è dominante. Roberto Marini, capitano senese che ha vinto 4 palii in due diversi mandati, disse che il palio è 90% fortuna e 10% sorte”.“Essere il capitano che riporta il palio dopo 44 anni è un onore. A volte ancora non me ne rendo conto, lo sto facendo ora piano piano. Dentro di me non avevo paura di perdere, avevo paura di non avere quell’episodio fortunato che ti permette di vincere. O di non sfruttarlo. Mi sento onorato ma anche fortunato di aver raggiunto l’obiettivo”. 

foto di Enrico Grilli

La vittoria è uscita ovviamente su tutti i portali, le pagine, le riviste di settore. Tantissime persone hanno commentato con un cuore viola. Cecilia si chiama così per una bambina e il viola è il colore simbolo scelto dall’Associazione Kleefstra Italia, che supporta le famiglie e promuove la ricerca scientifica. Qualcuno ha raccontato molto meglio di come potrei fare io, qui, la storia di questo nome e di una cavalla che si porta dietro quel colore, nel destino. Forse è proprio vero che le cose non potevano non andare così.

Alla cena della vittoria la mezzanotte è passata da un po’, le vie del centro di Ferrara a quest’ora sono belle e misteriose, illuminate di quella luce dorata che lascia molto spazio all’immaginazione. Mi lascio alle spalle le lunghe tavolate, la distesa di tovaglie gialle e tovaglioli viola, i cori e i foulard con l’unicorno.
Cammino come sollevato da terra, come quella notte tra il 30 e il 31 maggio. Risento “è buona!”, gli innumerevoli “dai!”, rivedo le facce incredule, gli occhi spiritati, il palio aureo che sormonta il corteo che da Piazza Ariostea raggiunge il Palazzo Municipale, Pelo e Alessio che espongono l’unicorno dall’ultima finestra, la più bella. I brividi attraversano i vestiti, fanno vibrare il mio foulard viola, con i bordi gialli. Aurei. 

Ripenso alla frase del presidente Bellini, letta sul magazine speciale che sul mio tavolo alla cena della vittoria stava poggiato proprio a fianco dei souvenir, dei piccoli vasetti di vetro con la sabbia di piazza di quella sera: “È l’inizio di una nuova era, con la consapevolezza che i tuoi sogni possono essere realizzati, se davvero ci credi, se non smetti mai di lottare. Questo è quello che è successo alle 00:06 del 31 maggio”.

È successo davvero.


Riccardo Condarcuri, l’autore di questo pezzo, è giornalista pubblicista e, se non fosse stato chiaro, “contradaiolo” del Rione Santa Maria in Vado

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