Una sportina è una sportina, dirai. Cosa c’è di più semplice e banale di una sportina? Nulla, eppure se lo dici alla persona “sbagliata” questa ti guarda come se fossi un alieno. È proprio la faccia stranita di chi non riconosce una parola che hai appena detto a farti capire che diamo per scontato che esista una sola lingua, come se non ci fossero varietà regionali e dialetti.
A Debora Viviani, ad esempio, è successo al supermercato dove lavora: il cliente aveva appena finito la spesa e doveva imbustare le sue cose prima di pagare, così Viviani gli ha chiesto “Vuole una sportina?”. L’uomo però non era della zona – era un forestiero! – e non ha compreso.
“Vuole una busta?“
“Ma certo!”
Ora va meglio.
Viviani sui social è @debbooksss: apre i sui profili nel gennaio del 2023, con l’idea di parlare soprattutto di libri. Sono gli anni dell’esplosione del fenomeno BookTok (ovvero la comunità di TikTok che raccoglie i video sui libri) e, grazie anche all’incoraggiamento del suo compagno, comincia a raccontare quello che legge con grande passione e coinvolgimento. Poi, come spesso accade sui social – nelle conversazioni al bar – un argomento se ne tira dietro un altro, così nei suoi video entrano il lavoro, gli episodi familiari, le cose che succedono durante la giornata e, inevitabilmente, anche il luogo in cui quella giornata si svolge. Quindi Ferrara, la provincia padana, Bosco Mesola e il suo modo di parlare.

“Noi in provincia di Ferrara, non lo chiamiamo così!” è il famoso attacco del reel diventato virale su Instagram e che mi ha fatto conoscere Debora, che porta sullo schermo lingua, regionalismi e dialetto attraverso un susseguirsi di modi di dire, parole e situazioni che i ferraresi – intesi anche come abitanti della provincia – utilizzano nel parlato quotidiano. E allora per stare in tema io e lei, un martedì di fine estate, abbiamo fatto un po’ di filò, così ho potuto chiederle che cos’è per lei il dialetto e cosa rappresenta nella sua vita. Poche domande, una chiacchierata di petto che ci ha trovato d’accordo su molti punti.
Per prima cosa mi faccio raccontare il suo rapporto con il dialetto, che per Debboksss è tutt’altro che cosa da social. Sua nonna parla dialetto: con lei il ferrarese non è folklore, recupero delle tradizioni o materiale per un contenuto social. È semplicemente la lingua con cui si comunica. Debora mi racconta di non essere mai stata scoraggiata dai genitori nell’usarlo, nessun “parla bene!”, nessuna necessità di lasciare questa lingua fuori dalla porta di casa. È sempre stato lì, mescolato all’italiano, tanto naturalmente che a volte diventa difficile capire dove finisca uno e cominci l’altro. “Io trovo che sia fondamentale il dialetto per la nostra identità, perché in un mondo in cui comunque tutto è globalizzato e per capirsi si tende ad utilizzare un’unica lingua, ad esempio, o anche un unico sistema per qualsiasi cosa, io penso che la diversità sia bellissima”, mi dice.
Una diversità che si manifesta anche nelle piccole cose, nelle parole che cambiano da un paese all’altro e che raccontano, spesso senza che ce ne accorgiamo, da dove veniamo. Sportina, ad esempio.
I social, la reazione dei follower e il dialetto ufficiale
Se c’è un’attività nella quale internet ha dimostrato di eccellere è correggere gli sconosciuti. Qualsiasi sia l’ambito: la grammatica, la ricetta della carbonara, come si guida in rotonda e, naturalmente, il dialetto. I video di Debora ti catturano perché quando senti il tuo dialetto si attiva una connessione emotiva fortissima che porta a riconoscerti in qualcosa, a sapere di farne parte, e quindi a prenderne parte: da qui le discussioni su come si dice una cosa, le correzioni e il “noi invece diciamo così”.
E hanno ragione tutti: basta prendere la macchina e percorrere qualche decina di chilometri perché il dialetto cominci a cambiare, in lessico e pronuncia. A Bosco Mesola si parla in un modo, a Comacchio in un altro. Ferrara città ha le sue caratteristiche e andando verso Argenta iniziano a farsi sentire influenze diverse. A nord ci si avvicina al Veneto, dall’altra parte comincia a bussare la Romagna. Eppure non tutti sembrano essere d’accordo su questa libertà linguistica. Debora mi racconta che sotto i suoi video capita di trovare qualcuno pronto a puntualizzare: “a volte alcuni dicono: “Non si dice così, si dice in un altro modo”, al che mi sono sentita costretta a fare dei video dove puntualizzavo che non mi devi dire come si dice una cosa dal momento che stiamo parlando di dialetto!».

Ho chiesto a Debora come sopravvivere a Ferrara con un dizionario minimo di sole tre parole e quale detto ferrarese ti salva la vita. Eccole, multiuso a seconda del contesto:
Ransag
Può indicare qualcosa di rancido, ma anche una persona tirchia.
Ciocapiat
Tradurlo semplicemente come “uno che parla molto” sarebbe riduttivo: il ciocapiat parla, promette, racconta, fa rumore. Poi, quando arriva il momento di concretizzare, misteriosamente aveva un impegno.Usta
A volte nell’espressione “essere senz’usta” o “aver dl’usta”, letteralmente “attenzione nel fare” che qua da noi può essere utilizzata davvero per qualsiasi cosa.
Tutti conosciamo almeno un ciocapiat. Se pensate di non conoscerne nessuno, esiste anche una possibilità statisticamente preoccupante che siate voi. E come modo di dire? Debora mi ha detto una frase che dice spesso sua nonna:
“Quan l’acqua la toca al cul, a s’impara a nudar”
(Quando l’acqua tocca il sedere, s’impara a nuotare!).
Una life coach d’altri tempi, ma con più pratica che paroloni altisonanti.
Poi, parlando di parole, abbiamo pensato a quella che solo a parlarne ti riporta a Ferrara, ovunque tu sia. Non c’è stato possibile pensare ad altro che ai caplaz, con la L velare e la Z soffiata tipica di piazza, che mentre le pronunci senti anche l’odore del ragù e il sapore dolce della zucca. Abbiamo ricordato – e lo ricordo a chi legge – che chiamare i cappellacci tortellini rimane un ottimo sistema per compromettere rapidamente i rapporti diplomatici con Ferrara. E forse è proprio in queste piccole cose che il dialetto continua ad avere senso.
Non è qualcosa che dobbiamo imbalsamare e conservare come se esistesse un (unico) ferrarese puro, immutabile e certificato da qualche misterioso ufficio provinciale della parlata corretta. Nessun “pronto, polizia del dialetto?”. Anzi, parlando con Debora ci siamo dette che è proprio il contrario: come ogni lingua il dialetto è vivo proprio perché -e finchè – cambia, perché ogni paese lo tira un po’ dalla propria parte, perché c’è una nonna che dice una parola e la nipote che la porta su Instagram e qualcuno, cinquanta chilometri più in là, che commenta che lì dov’è lui si dice diversamente.
“Una cosa che mi spiace è che vedo che si sia un po’ persa questa cosa del parlare in dialetto. Non lo parlano tutti o comunque forse rimane un po’ di più nei paesini, ma meno nelle città“. È una riflessione che Debora collega anche al fatto che nelle città convivono persone provenienti da regioni e Paesi diversi, che per comunicare scelgono inevitabilmente una lingua comune più, beh, comune. In Italia solo una piccolissima nicchia parla esclusivamente il dialetto, e anche l’uso in famiglia è calato drasticamente: in quasi quarant’anni si è ridotto di oltre due terzi.
Potremmo anche dare la colpa alla tecnologia, che ci vuole sempre più “inglesizzati” per esser compresi dal mondo, ma il declino dei dialetti è una storia iniziata molto tempo prima. D’altronde il dialetto non è una lingua che si impara a scuola. Ma si tramanda come sapere prezioso, si preserva coi ricordi e con i detti, si coltiva in famiglia. Di certo, non si dovrebbe demonizzarlo come “mal parlare”, che è semplicemente uno stigma storico.
Quindi se per ritornare al dialetto servono i social bene, usiamoli anche se il bar è virtuale: scambiamoci le voci, le tradizioni e facciamo filò con i nostri dialetti mescolati.

