Appunti di una educatrice museale a Palazzo dei Diamanti

C’è una cosa che impari subito quando fai l’educatrice museale, e cioè che la storia dell’arte ha un problema di altimetria: i quadri nei musei sono spesso appesi per gli occhi degli adulti. Significa che un bambino di sette anni passa due ore a guardare targhette, battiscopa, cornici dorate viste dal basso verso l’alto e ginocchia, soprattutto ginocchia.

Sono le 9.45 circa quando le classi entrano nel cortile di Palazzo dei Diamanti, e c’è sempre quel momento in cui la spigolosità del bugnato all’esterno li fa sentire dentro una fortezza o un videogioco. Poi varcano la soglia delle sale espositive e l’aria cambia: le luci soffuse, il silenzio reverenziale che gli adulti cercano di imporre con dei “shhh” a mezza bocca, il pavimento lucidato che invita all’impatto.

Gli adulti entrano nei musei con il bagaglio pesante delle aspettative: la biografia dell’autore, il contesto storico, l’ansia del “devo capire”. I bambini no. Loro varcano la soglia senza pretese, a mani vuote e con gli occhi spalancati. Non gliene frega niente del periodo blu o del manifesto concettuale, loro cercano dettagli e, da 110 centimetri da terra, vedono cose che noi ci perdiamo puntualmente.

Davanti a un’opera d’arte un adulto medio si posiziona a un metro e mezzo di distanza, incrocia le braccia, inclina leggermente la testa e legge il pannello esplicativo, portandosi all’orecchio l’audioguida. I bambini no. I bambini si piantano davanti alla tela e fanno un’operazione d’indagine anatomica. ​Non è mai rispetto reverenziale, è uno stream of consciousness senza filtri, dove la grande storia dell’arte incontra la logica spietata dei sette anni.

“​​Maestra, guarda quel cane sullo sfondo ha tre zampe!”
“​​Ma questo è bello davvero o solo perché il pittore è morto da tanto?”
“​​Ha fatto tutti di profilo perché non sapeva disegnare le facce?”

​È una logica stringente, quasi filosofica. Di fronte a queste loro parole non c’è manuale che tenga: ti scappa da ridere, ti abbassi fino a vedere quello che vedono loro e ammetti che, beh…il dubbio è legittimo. ​Anzi, se ti fermi a guardare davvero quel cane, quelle facce, hanno ragione loro su tutta la linea. Ecco la differenza fondamentale: l’adulto cerca nell’opera il significato, il bambino ne cerca il senso. L’adulto vuole sapere cosa voleva dire l’artista, mentre il bambino vuole sapere cosa gli sta dicendo l’opera in quel preciso istante. Non hanno paura di fare brutta figura con la storia dell’arte, perché non sanno ancora che la storia dell’arte sa essere terribilmente giudicante.

Noi pensiamo che l’arte si fruisca con gli occhi: errore. I bambini ci insegnano a vivere i musei con tutto il corpo! Se il quadro mostra una figura storta, loro piegano la testa. Se il dipinto ha un ritmo veloce, le loro gambe iniziano a muoversi a scatti: percepiscono lo spazio espositivo come un luogo da abitare, non come un tempio in cui stare in apnea.

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A Palazzo dei Diamanti c’è questa luce particolare che filtra e taglia gli spazi. Ho visto bambini seguire la sagoma della propria ombra sul pavimento in cotto mentre riflettevano su una serigrafia di Andy Warhol, inclinarsi di lato per non cadere nelle trappole geometriche di Escher, staccare i talloni da terra come per prendere il volo insieme agli animali fantastici di Chagall, dondolare l’anca seguendo i vestiti svolazzanti di Muchā e Boldini, ricomporsi, rigidi e solenni, davanti alle storie del Rinascimento ferrarese. 

Non si limitano a guardare il quadro: danzano con lui. E chi dice che si stessero distraendo? Stanno semplicemente facendo quello che gli artisti fanno da secoli: usare il corpo per capire dove finisce la luce e dove comincia lo spazio.

A fine visita noi educatrici ed educatori museali ci sediamo a terra, con le classi. Il pavimento di un museo visto da vicino è un grande rivelatore: ci sono le scarpe dei visitatori che sfilano, i granelli di polvere illuminati dai fari, le sfumature della pittura che da lontano sembravano piatte. Facciamo un giro di battute su cosa si portano a casa, è il momento in cui scriviamo una specie di taccuino delle cose invisibili. Nessuno nomina la corrente artistica, nessuno ricorda le date (e per fortuna!).

Un bambino una volta mi ha detto: “Mi è piaciuto quel quadro scuro perché sembrava quando ci si nasconde sotto le coperte con la torcia“. In quella frase c’è più critica d’arte, più empatia con l’opera e più comprensione del chiaroscuro di quanta ne potrò mai spiegare io in venti minuti di visita guidata.

Fare l’educatrice museale credo significhi passare gran parte del tempo ad abbassarsi. Non per condiscendenza, ma per cambiare prospettiva. Se vuoi capire davvero come funziona una mostra, ogni tanto devi piegare le ginocchia, scendere a un metro e dieci e guardare in alto. Scoprirai che l’arte non è una lezione da imparare, ma un panorama da spiare da sotto la staccionata.


Sara, l’autrice di questo pezzo, è educatrice museale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara. Tra un laboratorio e l’altro, passa la maggior parte del tempo ad abbassarsi a un metro e dieci da terra per guardare l’arte senza preconcetti.

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