

Cinque ettari e mezzo di spazio verde (traducibili nell’equivalente di circa 8 campi da calcio), più di 4.500 piante, 200 metri di pista ciclabile, per quello che diventerà il più temibile concorrente del parco urbano Giorgio Bassani per grandezza e cura, prima dell’autunno 2026. La città lo attende.
Fino ad oggi l’abbiamo chiamato Central Bosc e ci eravamo affezionati a questo nome, assaporando quel mix tra locale e internazionale, tra metropoli e città a misura d’uomo – come tanti amano definire la nostra Ferrara. Avevamo anche scovato un maccheronico ‘Central Bosco’ su Google Maps, a segnalare il luogo in cui verrà presto inaugurato, e ci eravamo convinti. Invece oggi, su iniziativa del Comune di Ferrara, ci troviamo a poter votare il vero nome che prenderà il parco, con due clic, compilando questo form.

La proposta che arriva dall’amministrazione è quella di intitolare il Central Bosc ad una personalità di rilievo della città e per questo sono state selezionate sei figure di spicco, suggerite alla cittadinanza per la votazione finale.
I nomi sono importanti – abbiamo già avuto modo di parlarne qui su Filo – perché ci permettono di rileggere la lunga storia di una comunità. Spesso passano di bocca in bocca distrattamente, eppure quelle lettere sono ricordi, memoria collettiva, magari anche talenti che conserviamo tra le pietre rosse delle case più vecchie del centro.

Questo parco si prospetta significativo e rilevante sarà anche il nome che gli daremo. Per fare una scelta davvero informata, abbiamo voluto rinfrescarci la memoria, per riscoprire porzioni di storia della città con i suoi protagonisti.
Ecco chi sono veramente – e chi sono state per Ferrara – le 6 personalità proposte per la denominazione ufficiale del Central Bosc.

In ordine cronologico, partiamo dal personaggio più lontano dalla nostra contemporaneità: Francesco Alunno, nato Francesco Del Bailo. Umanista, grammatico, lessicografo e calligrafo del Rinascimento, adottò il nome Francesco Alunno proprio come pseudonimo umanistico. Il Dizionario Biografico degli Italiani di Treccani ci dice che nacque a Ferrara intorno al 1480, in una famiglia della piccola nobiltà ferrarese, e qui probabilmente ricevette la sua formazione scolastica e umanistica.
La cosa fondamentale da sapere su di lui è che contribuì alla costruzione dei primi grandi vocabolari della lingua italiana. Pubblicò la Fabrica del mondo – una sorta di grande dizionario organizzato per argomenti – nel 1548. Inorgoglisce leggere M. Francesco Alunno Da Ferrara sulla copertina.
Visse e lavorò tra Udine e Venezia, dove morì l’11 novembre 1556, ma mantenne sempre rapporti con intellettuali e funzionari della corte estense. Oggi, è ricordato soprattutto per i suoi studi sulla lingua volgare e per i repertori, che forse oggi chiameremo focus, dedicati alle parole usate da Petrarca, Boccaccio e Dante, oltre alla già citata pubblicazione.

Camillo Berlinghieri, detto ‘il Ferraresino’, era un pittore barocco.
Nacque a Ferrara, tra la fine del Cinquecento e l’inizio Seicento, qui si formò, lavorò, e lasciò questo mondo. Ferrarese senza riserve. Fu allievo di Carlo Bononi, uno dei maggiori esponenti della scuola ferrarese del Seicento. Lavorò con successo tra Ferrara e Venezia, e furono proprio i veneziani a coniare il dolce soprannome. A Ferrara lascia alcune opere religiose come ad esempio una Raccolta della manna realizzata per la – oggi ex – chiesa di San Nicolò. Viene attribuita a lui anche un’Annunciazione per il Monastero di Sant’Antonio in Polesine.

Entriamo nel Novecento con Pietro Bragaglia, nato a Ferrara nel novembre del 1878 (anche se alcune fonti non concordano).
Ginnasta della Palestra Ginnastica Ferrara, viene citato dal sito del Coni come “uno dei casi italiani più strani e particolari nella storia delle Olimpiadi“. Dopo aver lottato convintamente per la partecipazione alla selezione per i Giochi di Londra del 1908, nonostante la spietata concorrenza della squadra pistoiese, e aver ottenuto la convocazione olimpica di squadra, si “accontentò” – per così dire – di fare il portabandiera per gli azzurri. Accontentarsi è ovviamente un eufemismo per il primo alfiere italiano della storia delle Olimpiadi, ma anche una curiosa maniera per dire che il nostro Bragaglia non partecipò come ginnasta ad alcuna competizione olimpica, né a Londra, né altrove. Ad ogni modo, l’entusiasmo dell’allora diciassettenne ferrarese guidò la squadra della ginnastica di gruppo maschile della ferraresissima PGF, capitanata da Alfonso Manarini, al sesto posto. Una curiosità: alle Olimpiadi del 1908 parteciparono anche atlete donne, ma erano appena una trentina su circa 2.000 agonisti in gara. La bellissima storia completa della squadra ferrarese a Londra è tutta da leggere sul sito della PGF.

Negli stessi anni, a fine Ottocento, nasceva a Ferrara anche Michele Allasia, aviatore militare della Prima guerra mondiale, considerato un asso dell’aviazione italiana, con cinque vittorie aeree riconosciute (e altre – pare – che invece non lo furono). Prima di diventare pilota, Allasia lavorava come tornitore: furono le sue competenze tecniche a permettergli di entrare nel Battaglione Squadriglie Aviatori. Coraggiosissimo, sperimentò anche il volo notturno, quando volare con strumenti rudimentali, senza radar e con aeroporti scarsamente illuminati era particolarmente rischioso.
Il volume Italian Aces of World War 1, Osprey Publishing, 2009, di Paolo Varriale, riporta una lettera che Allasia scrisse alla sua famiglia, nel 1917, per raccontare un combattimento feroce contro tre aerei austro-ungarici: disse che quattro proiettili gli avevano sfiorato la schiena e altri perforato il serbatoio. Nel luglio 1918, morì a soli 25 anni, in un incidente aereo vicino al campo di volo di Marcon. Ricevette tre medaglie d’argento e una di bronzo al valor militare. A lui è dedicato l’Aeroporto di Ferrara.

Nazarena Casini, detta “Nena” è proprio lei: La sposa del Po. Nata a Salvatonica di Bondeno il 24 settembre 1913, Nena era un pescatrice, ma soprattutto è ricordata come l’ultima traghettatrice del Po. Iniziò a quattordici anni a lavorare sul fiume assieme a suo padre, per mantenere la famiglia, e ne ereditò del tutto il lavoro quando, ormai anziano, lui si ammalò. La sua storia è leggenda nelle nostre zone: per decenni trasportò persone e merci tra la sponda ferrarese, nella zona di Salvatonica e Stellata, e quella rodigina di Ficarolo, quando ancora non esistevano strade scorrevoli per collegare le due province.
Nena viveva in simbiosi con il suo fiume perché per diventare pratici del fiume bisognava starci dietro. Bisogna sempre stare accanto al fiume’, dice lei stessa attraverso la penna di Delfina Tromboni sulla pubblicazione La sposa del Po. Svolgeva da sola un mestiere allora considerato prettamente maschile ed era, come tutta la sua famiglia, convintamente antifascista. La sua attività venne documentata nel 1980 dal Centro Etnografico Ferrarese, e nel 2018, l’Associazione Bondeno Cultura le dedicò una mostra curata da Gian Paolo Borghi e Delfina Tromboni.
Morì nel gennaio 1986, ma molti ferraresi la ricordano anche grazie alla Nena, il battello fluviale che ancora naviga lungo il Po, carico di turisti e cittadini in gita.

Infine, sempre in ordine cronologico, l’indimenticabile Folco Quilici, il documentarista ferrarese che ha insegnato a generazioni di italiani a guardare il pianeta con curiosità e, soprattutto, consapevolezza. Nato a Ferrara nel 1930, è considerato uno dei più importanti divulgatori italiani del Novecento. Non solo documentarista, ma anche fotografo, giornalista e scrittore, Quilici raccontò il mare, la natura, le popolazioni del mondo, il rapporto tra esseri umani e ambiente con il suo stile riconoscibile, appassionato, e con grande rispetto.
Era figlio dello storico e giornalista Nello Quilici, che fu direttore del Corriere Padano, e della pittrice Mimì Buzzacchi, altre due figure di spicco in città. Lasciò Ferrara dopo la morte del padre, nel 1940, con l’ingresso dell’Italia in guerra. Nello Quilici si trovava sull’aereo di Italo Balbo che venne abbattuto dalla contraerea di un incrociatore italiano, sollevando ragionevoli rispetto alla casualità del fatto, dato che tra Balbo e Mussolini non correva buon sangue. Sulla tragedia, Quilici scrisse anche un libro intitolato Tobruk 1940 – Dubbi e verità sulla fine di Italo Balbo.
Folco si trasferì a Roma e il Centro sperimentale di cinematografia fece il resto.
Nella sua sconfinata produzione e direzione di film documentaristici, sono da ricordare la candidatura agli Oscar nel 1971, per il film Toscana (parte di una serie di quattordici produzioni riunite sotto il titolo L’Italia vista dal cielo), e una fortunata collaborazione con Dino De Laurentis per il film L’Orca Assassina. Per quasi vent’anni ha diretto e curato la rubrica GEO di Rai 3, per poi passare nei primi Duemila a Sky con Marcopolo. Nel 1995 vinse il Premio Estense e nel 2008 fu premiato dal Ministro della Cultura con ‘La Navicella D’Oro’. La maestosità della sua opera è difficilmente riassumibile in queste poche righe, ma ci sembra di aver giustificato a sufficienza la sua presenza tra i sei candidati.
Quilici morì ad Orvieto nel 2018. A Ferrara venne ricordato con un Memorial a pochi mesi dalla sua morte, ma il suo nome non è mai stato dimenticato dalla sua città.

Clelia nasce a Ferrara il 5 gennaio 1988, in una famiglia di artisti che tenta di salvare la creatura dal tremendo e precario mondo dell’arte, per più di 20 anni. A maggio 2017, nell’Aula Magna del DAMS di Bologna, mamma Alessandra-musicista e papà Franco-restauratore accettano di aver cresciuto una cantante laureata in Storia Dell’Arte. Oggi è copywriter per l’agenzia Dinamica, scrive racconti brevi per amore delle parole, e collabora con le associazioni culturali ARCI Contrarock ed Officina MECA.