di Agostino Maiurano
Nel corso del 2026 l’Università di Ferrara ha lanciato un nuovo e ambizioso progetto in ambito culturale: quello della creazione di una propria orchestra. Ne abbiamo parlato con il maestro Giorgio Fabbri – direttore, musicista e formatore musicale d’eccezione e appassionato, che è stato chiamato a dirigere l’ensemble.
Come nasce l’idea di un’orchestra all’interno dell’Università di Ferrara? E qual è l’esigenza a cui questo progetto vuole rispondere e cosa può aggiungere un’orchestra alla vita di un Ateneo?
“L’idea nasce su iniziativa del professor Andrea Corli, docente universitario e violoncellista dell’Orchestra Antiqua Estensis, e di Franco Sartori, ottimo musicista e presidente della stessa associazione. Insieme hanno cominciato a immaginare che, come già accade in altre Università vicine, come Bologna e Padova, anche l’Università di Ferrara potesse avere una propria orchestra. La proposta è stata poi formalizzata in una convenzione con l’Ateneo e approvata.
È bello che il progetto sia nato così, perché in fondo contiene già il suo significato. Antiqua Estensis è una formazione che mette insieme giovani professionisti e persone che, pur avendo scelto nella vita altri percorsi, continuano a coltivare la musica con passione e competenza. È un esempio di quello che può accadere quando la musica continua ad accompagnare le persone anche oltre le scelte professionali. L’Università, oltre a essere luogo di formazione, può essere anche una comunità nella quale le persone si incontrano e fanno esperienza della cultura in tutte le sue forme.

La musica può offrire qualcosa di particolare perché non la si vive soltanto intellettualmente: è possibile farla non solo da soli, ma anche insieme in orchestra. E questa aggregazione crea relazioni tra persone che magari, nella normale vita universitaria, non si sarebbero mai incontrate. Uno studente di Medicina può trovarsi accanto a un docente di Ingegneria, a una ricercatrice, a un dipendente dell’Ateneo, a un musicista del territorio. In quel momento le appartenenze abituali passano in secondo piano e nasce una comunità nuova. È questo uno degli aspetti che mi affascina maggiormente del progetto“.
Con questo progetto ci si propone di mettere insieme persone molto diverse: studenti, docenti, personale dell’Ateneo e musicisti del territorio. Che cosa può accadere quando esperienze e livelli musicali così differenti si incontrano nello stesso ensemble? E quali sono invece le difficoltà che immagina di dover affrontare?
“Può accadere qualcosa di molto bello, a condizione che la diversità non venga considerata un problema da eliminare ma una realtà da valorizzare e organizzare. E qui vorrei chiarire un punto importante: l’Orchestra dell’Università nasce nell’Università, ma non è riservata all’Università. Il Rettorato ha accolto fin dall’inizio questa impostazione aperta, condividendo l’idea di coinvolgere non solo la comunità accademica, ma anche la città nel suo complesso. È quindi aperta anche a chi ha studiato uno strumento e poi nella vita ha fatto altro, continuando magari a coltivare la musica, e ai giovani che stanno studiando musica e vogliono vivere un’esperienza orchestrale.
Credo che persone così diverse possano imparare molto le une dalle altre. E poi ci sono professioni, età, storie personali completamente differenti che improvvisamente si trovano a condividere lo stesso leggio e lo stesso obiettivo. Un’orchestra, del resto, nasce proprio dalla valorizzazione delle differenze: strumenti diversi, funzioni e timbri diversi, che devono costruire qualcosa insieme. Le difficoltà naturalmente ci saranno. Avremo livelli tecnici differenti, un organico che dovrà trovare progressivamente il proprio equilibrio, repertori da scegliere anche in funzione delle persone che avremo davanti. Bisognerà riuscire a chiedere abbastanza a chi ha più esperienza senza mettere in difficoltà chi ne ha meno, e nello stesso tempo evitare che l’idea dell’inclusione diventi un alibi per rinunciare alla qualità. Questa, credo, sarà la parte più delicata e anche più interessante del mio lavoro: far crescere l’insieme senza perdere nessuno per strada. È un tema sul quale lavoro da molti anni anche fuori dall’ambito musicale. L’orchestra rende visibili dinamiche fondamentali di qualsiasi gruppo umano: ascolto, responsabilità, coordinazione, leadership. Puoi suonare perfettamente la tua parte e compromettere il risultato se non stai ascoltando gli altri. Alla fine la sfida sarà proprio questa: diventare un’orchestra, respirare insieme, ed essere felici di farlo“.

L’Orchestra nasce senza avere ancora un’identità musicale definita: quanto è importante per lei che siano proprio i primi musicisti a contribuire a costruirla?
“Moltissimo. Questa orchestra non nasce con un’identità già confezionata alla quale le persone devono semplicemente aderire. La costruiremo insieme. Naturalmente il direttore ha una responsabilità artistica: scegliere i programmi, indicare una direzione, cercare la qualità. Ma sarebbe un errore decidere oggi astrattamente cosa dovrà essere questa orchestra senza sapere chi ne farà parte“.
Come immagina il rapporto tra le sue scelte artistiche e le competenze, i desideri e le diverse provenienze musicali delle persone che entreranno nell’orchestra?
“Lo immagino così: le scelte artistiche spettano a me, però devono nascere dall’ascolto dell’orchestra che avrò davanti. Se emergeranno particolari competenze, interessi o provenienze musicali, sarebbe assurdo non tenerne conto. Allo stesso tempo credo che il direttore debba anche accompagnare i musicisti verso repertori e linguaggi che magari non conoscono ancora. Mi piace l’idea di questo equilibrio: partire da ciò che le persone sono e sanno fare, ma anche portarle un po’ più avanti. Mi interessa soprattutto che i primi musicisti sentano una responsabilità particolare: non stanno semplicemente entrando in un’orchestra, stanno contribuendo a fondarla. Fra qualche anno, auspicabilmente, ci saranno consuetudini, repertori, una storia, forse perfino una tradizione. Oggi siamo nel momento raro nel quale tutto questo deve ancora nascere“.
Nella pagina di presentazione dell’Orchestra si legge:”Fare musica in orchestra significa molto più che eseguire un repertorio. Significa condividere un percorso, ascoltare e ascoltarsi, costruire qualcosa insieme. L’orchestra diventa così uno spazio di crescita personale, dove allenare collaborazione, concentrazione, leadership diffusa e fiducia reciproca, sviluppando competenze preziose dentro e fuori dall’ambito musicale”. A tale proposito quali sono le ricadute benefiche che immagina all’interno della vita universitaria collettiva e magari addirittura all’interno dei singoli percorsi professionali dei partecipanti?
“Qui tocchiamo un tema che per me è molto importante. Quando diciamo che l’orchestra sviluppa ascolto, collaborazione, concentrazione, fiducia o leadership non usiamo metafore: sono comportamenti che il musicista mette concretamente in atto ogni volta che suona. In orchestra bisogna essere responsabili della propria parte e insieme consapevoli del sistema nel quale è inserita: sapere quando assumersi una responsabilità e quando seguire, ascoltare, adattarsi. Per questo da molti anni utilizzo la musica anche nella formazione manageriale. L’orchestra, prima ancora di essere una metafora dell’organizzazione, è essa stessa un’organizzazione complessa. Nel contesto universitario c’è poi la possibilità di creare relazioni tra persone che appartengono a contesti diversi, che difficilmente si incontrerebbero altrimenti. E c’è un altro aspetto che mi sta molto a cuore. Molte persone hanno studiato musica seriamente per anni e poi hanno scelto Medicina, Fisica, Giurisprudenza, Economia, Ingegneria. Spesso quella competenza musicale rimane silenziosa per decenni. Questa orchestra può consentire loro di rimetterla in circolo. Non credo che dobbiamo sempre scegliere tra ciò che siamo professionalmente e ciò che amiamo. Una comunità universitaria può essere tanto più ricca quanto più permette alle diverse parti delle persone di continuare a vivere“.

Se immaginiamo di incontrarci fra cinque anni che cosa le farebbe dire: “Abbiamo costruito davvero qualcosa d’importante”? Quale ruolo vorrebbe che l’orchestra avesse non soltanto nell’Università, ma anche nella vita culturale della città di Ferrara?
“Fra cinque anni non misurerei il successo soltanto dal numero dei concerti, anche se naturalmente vorrei che l’orchestra avesse raggiunto un livello artistico importante e avesse suonato in sedi di prestigio. Una prima occasione l’avremo già il prossimo 17 novembre, quando saremo al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara per un concerto lirico: sarà uno dei primi momenti pubblici importanti di questa nuova esperienza, e naturalmente l’invito è fin d’ora aperto a tutti“.
“Per il futuro mi piacerebbe vedere un organismo stabile, riconoscibile, nel quale nel corso degli anni siano entrate tante persone e si siano incontrate generazioni ed esperienze diverse. Vorrei che fosse diventato naturale considerare l’orchestra parte della vita dell’Ateneo: nei momenti istituzionali importanti, certamente, ma anche con propri progetti artistici e una propria identità. Un’identità abbastanza particolare: non un’orchestra professionale in miniatura, ma neppure semplicemente un’orchestra amatoriale. Un luogo nel quale possano convivere una seria ricerca della qualità, la partecipazione e il piacere di fare musica insieme. Poi c’è Ferrara. L’Università non è un’isola dentro la città e l’orchestra non dovrebbe esserlo. Fra cinque anni vorrei che fosse semplicemente una delle orchestre di Ferrara: quella dell’Università, con una sua identità particolare, ma capace di dialogare con il Teatro Comunale, il Conservatorio, le associazioni musicali e le istituzioni culturali. Se riuscissimo a creare tutto questo, allora sì: credo che potremmo dire di avere costruito qualcosa d’importante“.
Per saperne di più sull’Orchestra dell’Università di Ferrara (o per candidarsi), consulta questo link
Si ringrazia l’Università di Ferrara per le immagini utilizzate all’interno dell’articolo

