Chiedi chi erano gli Strike

La rivista Rumore li ha da poco inseriti nella classifica dei 100 dischi essenziali degli Anni Novanta, con il loro primo LP Grande anima, uscito nel lontano 1992. Eppure, giunti al loro quarantesimo anno di attività del tutto discontinua e tormentata, gli Strike hanno deciso di fare un ultimo concerto il prossimo 12 settembre in Darsena e poi chi s’è visto s’è visto. Se siete lettori molto giovani probabilmente non conoscete la rivista Rumore, non avete mai avuto tra le mani un LP (occhio alle ditate!) e ignorate perfino chi siano gli Strike, ma se avete qualche anno in più sulle spalle e a quel tempo c’eravate anche voi a saltare là in mezzo, beh insomma vorrete sicuro saperne di più.
Le ricorrenze si sa, sono fatte per celebrare, festeggiare, organizzare bellissime baraonde e soprattutto sfogliare l’album dei ricordi, elaborare, fare il punto degli anni andati e delle cose fatte, belle e brutte.

Così un pomeriggio di fine estate ancora del tutto sopra la media stagionale incontro cuore e stomaco degli Strike dapprima davanti a una birreria chiusa e poi in cerca di uno dei pochissimi bar aperti a metà pomeriggio, dove io sarò l’unico a bermi una birra in loro onore. D’altra parte sono – almeno all’anagrafe – il più giovane dei tre. A dire il vero con Antonio Dondi e Marci Lee Valdez Bianchi ci siamo già incrociati più volte negli anni, su e giù da un palco, quando anche io a poco più di vent’anni suonavo in un gruppo ska e aprivamo i loro concerti, ma questa è un’altra storia, che racconterò quando sarò più vecchio a un giovane reporter che vorrà saperne di più.

Comunque per chi si fosse sintonizzato solo ora o volesse saperne di più gli Strike si trovano anche su Spotify e il consiglio è sempre di partire da quel primo disco pilastro della scena alternativa italiana dell’epoca, citato all’inizio dell’articolo. Aveva i ritmi in levare tipici dello ska ma gli Strike hanno poi evoluto il loro stile fino a giungere con le ultime produzioni a un mix di sonorità che toccano il rock, il folk, la musica popolare, il liscio, il punk. Un melting pot musicale che risente di tantissime influenze e che la Mano Negra in Francia chiamò per prima “patchanka”.

Quindi è vero che smettete? Non è che poi vi viene la malinconia e ci ripensate?
L’idea di fermarsi è maturata gradualmente: si raggiunge un momento in cui non è possibile vivere di musica e ogni altro aspetto della vita diventa più complesso. Non riusciamo a ritagliarci più uno spazio per la musica come vorremmo se non in modo saltuario, ma non è molto nelle corde degli Strike. Abbiamo sempre vissuto intensamente questo progetto, anche grazie a chi ci ha seguito dall’inizio, quindi fare qualcosa di trascinato a tutti i costi non ci sembrava giusto.

Un’ultima serata insieme sul palco con Paul Simonon dei Clash, che per voi è stata davvero una band seminale.
A: Ho scoperto i Clash con London Calling, che aveva pezzi incredibili e ci ha fatto scoprire sonorità che abbiamo portato avanti con gli Strike, è stata una vera folgorazione…
M: ci è parso simbolico chiudere questa storia sul palco con uno come Paul, ma anche con gli amici che hanno organizzato la serata insieme a noi e che vogliamo ringraziare, Luca Bassi, Marco Bondanelli, Matteo Castaldi e tanti altri…

Che poi sono passati quarant’anni solari ma un po’ discontinui, con tanti cambi di passo, pause di riflessione, ripartenze.
È vero, ci siamo spesso presi lunghe pause, perché siamo sempre stati onesti e se non avevamo niente da dire stavamo fermi. Nel frattempo ognuno di noi coltivava interessi molto diversi.. Marco ad esempio ha appena registrato l’ultimo disco di Ken Boothe, che in un certo ambiente è un punto di riferimento mondiale… In questa città c’è un sottosuolo di artisti che è vivo e vegeto anche se anziano, e continua a fare delle cose incredibili, con apprezzamenti che arrivano anche e soprattutto fuori dalle nostre mura.

Avere un gruppo è faticoso quando non si hanno più vent’anni.
Gli Strike sono diventati un gruppo difficile anche a livello psicologico: “io in quel posto non vengo”, “io con il lavoro non ce la faccio”… non riusciamo mai a fissare una data perché la vita prende il sopravvento. Se riesci a trasformare questo hobby in un lavoro è un conto, altrimenti può diventare un peso, ma noi viviamo di musica dal vivo, dell’incontro con il pubblico, è lì che diamo il meglio. A vent’anni non era così e facevamo i salti mortali per esserci nonostante i turni al lavoro…

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Facciamo un bilancio di questi quarant’anni, vi sembra di essere arrivati dove volevate?
Dopo quarant’anni insieme è come rompere un fidanzamento, dicono di noi che abbiamo forse raccolto molto meno di quello che meritavamo, ma non penso sia così: abbiamo raccolto esattamente quello che dovevamo perché a noi è mancato di far coincidere la visione artistica con la vita personale e a un certo punto la maggior parte ha deciso di crearsi un universo parallelo in sintonia con il sistema. Forse altri gruppi hanno beneficiato di vivere in grandi città, anche se le occasioni incredibili non sono mancate nemmeno a noi.

A Bologna poteva andare diversamente?
Non cambierei mai il contesto in cui è nata questa storia perché alla fine la nostra grande forza era anche il fatto di essere bucolici, di venire da un paese piccolo come Mirabello. A Milano ci siamo andati e abbiamo visto che le etichette creavano gruppi a tavolino, cercavano le sonorità del momento, costruivano in qualche modo quello che serviva con i musicisti giusti. Se eri lì entravi in quel giro e oggi magari ne facevi ancora parte.

Ma ne volevate fare parte?
Noi volevamo suonare con quelli che erano i nostri amici, indipendentemente da pregi e difetti: come in una famiglia quando hai la nonna che borbotta e lo zio con i suoi tic, però gli vuoi un bene da matti e quindi non ci vuoi rinunciare.

Come nacque la vostra storia?
Ci conosciamo ormai da 55 anni, disegnavamo i giornalini con i supereroi quando eravamo alle elementari… A 17, 18 anni avevamo già un gruppo, i Decadence, facevamo roba dark, una specie di rock padano: chitarra e basso, batteria elettronica Mattel e voce. Poi dopo il collegio di Antonio è stato un brano dei Sex Pistols rifatto in levare, Lonely Boy, che ci ha fatto scattare qualcosa, ci siam messi a suonare in levare qualunque cosa, nemmeno sapevamo che fosse il genere ska.
A noi due ventenni, si aggiunsero Paolo Carassini e Luca Melotti e Michele Gardini.

Il primo disco?
C’era un’inserzione sulla rivista Rockerilla, con 500 mila lire ti registravano un 45 giri completo di mixaggio, stampa e copertina. Tre giorni di studio di registrazione, prima esperienza per molti di noi, non sapevamo nemmeno come muoverci tra mixer e strumenti professionali. E poi abbiamo dovuto darci un nome, Strike, come le sigarette senza filtro che tanto ci piacevano, ma che aveva anche altri significati importanti. Sul disco c’erano due pezzi: She Remains So Alone, un brano ska in inglese e un secondo più rhythm’n’blues dal titolo What d’You say?

Milano, 1992

Poi via in tour per la pianura.
Prima data il 5 giugno del 1987 alla Festa dell’Unità di Stienta: stavamo suonando quando un tipo è arrivato e ha detto “spegnete tutto che c’è il dibattito”. C’erano altre priorità!

Come si arriva a Milano?
In quegli anni ci arrivò un ingaggio, tramite il nostro manager: 200 mila lire per suonare al Magia Club a Milano.
Durante il break tra la prima e la seconda parte del concerto passa a trovarci nei camerini Franz Di Cioccio della PFM e Roberto Manfredi, produttore discografico, rimangono entusiasti dalle nostre sonorità e ci invitano a Fuori Orario, la trasmissione notturna di Rai Tre, all’epoca condotta da David Riondino. Sembrava uno scherzo, ma ci trovammo in studio con Amanda Lear, Helena Bonham Carter, Enzo Jannacci e Dario Fo: noi alloggiati in hotel 5 stelle, tutto spesato ma senza compenso, visto che non avevamo partita iva. Tra un intervento e l’altro in piena notte toccava a noi, il tempo di un brano suonato dal vivo e due domande al volo, ma intanto eravamo stati in RAI.
Alla fine questa di Milano si rivelò un’esperienza utile: dopo la nostra esibizione al Magia un produttore turco che era presente ci disse: capisco che vada di moda l’inglese ma secondo me sui vostri pezzi sta meglio l’italiano. Gli abbiamo dato retta, anche perché venendo dalla bassa padana non è che avessimo un gran inglese…

Com’era Ferrara a quei tempi?
Andavamo allo stadio e allora la curva era un laboratorio sociale. Ferrara era una città dove non c’era nulla, dove si sentivano ancora gli echi dell’eroina, perché va detto che la nostra è una generazione che ha trovato solo un grande buco davanti a sé. Ci siamo trovati nel periodo in cui la lotta armata, cioè gli scontri di piazza, la guerra civile tra fascisti e comunisti, era arrivata quasi al culmine. Ci si sparava, ci si ammazzava, morti su morti, gli anni Settanta hanno fatto scuola di terrore. Noi eravamo in mezzo alle macerie e la musica è stata per molti un’ancora di salvezza, al cimitero vediamo ancora tanti nomi di amici che non ce l’hanno fatta.

E poi c’era il Magic Pub, che nell’epica della Ferrara anni Ottanta ricorre spesso…
In piazzetta Gusmaria c’era il Magic Pub che era un po’ un ritrovo di sbandati ma anche di artisti vari, era un punto di riferimento che ti procurava conoscenze, agganci.
Ci bazzicava anche Giorgio Felloni, che iniziò a collaborare non solo alla stesura dei testi ma anche come grafico e chitarrista. Dai suoi testi nel 1988 è nato l’EP Scacco al re, considerato da critica e pubblico un bestseller della musica underground e che ha venduto quasi cinquemila copie in tutto il mondo.

I tre anni successivi sono quelli che vi consacrano al grande pubblico e vi portano in giro a suonare: forse allora era davvero possibile vivere di musica.
Nel 1992 abbiamo inciso Croci e cuori, che è stata la prima collaborazione con la Vox Pop di Milano. Era una piccola etichetta che qualche anno dopo vendette l’intero catalogo alla RTI di Berlusconi. Un bell’imbarazzo per noi perché erano gli anni in cui Silvio si era buttato in politica… In quel momento comunque Strike e Mau Mau erano i nomi emergenti della scena alternativa per il genere che facevamo, la risposta italiana a Mano Negra e Les Négresses Vertes. Per la EMI invece abbiamo partecipato a un tributo a Rino Gaetano con la nostra versione di Nuntereggaepiù, una delle cose più belle che abbiamo fatto, e quel disco ebbe un bel successo di vendite.

A proposito di Mano Negra, con la band di Manu Chao ci furono occasioni di contatto?
Abbiamo suonato con loro a Firenze sempre nel 1992, un’altra delle nostre tappe fondamentali, ci diede una grande molla. A Bologna al Festival delle Culture Meticce invece abbiamo diviso il palco con i The Wailers, ovviamente anni dopo il periodo d’oro con Bob Marley.
Poi andammo a suonare a Torino con il Comune di Ferrara, tramite l’Ufficio Giovani Artisti, mi pare fosse il Festival dell’Europa Mediterranea, e ci siamo fatti qualche contatto per poi organizzare un tour in Francia. Un nostro amico aveva comprato un libro con tutti i locali francesi dove si poteva suonare e li aveva contattati uno ad uno, spedendo poi una fanzine e una cassettina a quelli interessati. Dopo Firenze invece ci notò Mauro Valenti, il fondatore di Arezzo Wave, che ci invitò per due edizioni, oltre ad averci procurato diverse date in giro per la Toscana.

Poi sul più bello qualcosa si interrompe.
A: Dalla fine del 1993 al 1997 siamo un po’ entrati in crisi, io mi son pure lasciato con la mia ragazza storica, vengo operato alle corde vocali e ho avuto un momento difficile a livello personale. Mi ricordo un concerto a Bologna nel ’94 dove mentre cantavo Cercando un senso non mi ricordavo più i testi, mi sentivo come disconnesso, davvero non ci trovavo più un senso su quel pezzo, così ho deciso che dovevo andare via un po’, prendermi del tempo per me. Sono stato in Olanda ospite da amici, poi ho fatto un viaggio in autostop in Spagna e al mio rientro gli Strike mi aspettavano con un disco quasi pronto e sonorità nuove.
M: Siamo tornati alla grande proprio nel 1997 con un concerto in Piazzetta municipale in una delle prime edizioni di Ferrara Sotto Le Stelle. Cinquemila persone ad aspettarci per una reunion trionfale. Nel 1999 abbiamo fatto altri concerti e siamo finiti a discutere di nuovo. Alcuni volevano una svolta più professionale, altri avevano un altro lavoro, alcuni avevano figli. Fino al 2004 di nuovo fermi fino a Baraonda Live, un disco che esprime al meglio la nostra energia dal vivo. Nel 2007 il 45 giri per il ventennale dall’uscita del primo disco, nel 2009 la ristampa di Scacco al Re. Sono stati anni un po’ altalenanti.

Poi la chiamata per aprire Manu Chao all’inaugurazione dell’Arena Joe Strummer di Bologna e di nuovo una ripartenza.
Nel 2013 abbiamo riunito la band di nuovo, grazie all’entusiasmo di un grandissimo Simone Andreani, il nostro bassista, scomparso prematuramente nel 2018, un ragazzo di un’intelligenza incredibile. Ci comunicò la sua malattia quell’anno stesso e comunque è poi riuscito a registrare dall’ospedale tutte le sue parti del disco che uscì nel 2015: Havana, Kingston, Ferrara, New York. Lo abbiamo registrato nel Bunker Studio di Dj Afghan anche recuperando vecchie idee mai diventate brani ma soprattuto scrivendo nuovi pezzi. Il primo disco è di inediti, nel secondo gli stessi brani sono riproposti in versione dub grazie all’estro di Dennis Bovell.
Poi abbiamo fatto alcune date in giro e scoperto che il mondo era decisamente molto cambiato rispetto a una volta e avevamo un po’ di anni sulle spalle che ci facevano vedere le cose in modo diverso. Nel giro di pochi anni, nel 2019, abbiamo inciso un ultimo disco dove secondo me abbiamo fatto delle cose bellissime, che è Tutto da rifare.

Partenze, ripartenze, punti a capo: cosa rimane dell’avventura Strike?
Non cambieremmo ovviamente nulla, immaginare la nostra vita senza la musica sarebbe impossibile, è stata educazione quando non ascoltavamo più i genitori, l’ancora di salvezza quando intorno a noi molti si perdevano e il modo per costruirci una coscienza critica ed essere persone migliori.

C’è ancora spazio per la musica ska in Italia o ha fatto il suo tempo?
Veniamo da un mondo dove non c’era un genere che andava o non andava, si ascoltava di tutto se c’era qualità e un messaggio forte. Però noi veniamo da sottoculture che sono state rappresentative di un’epoca: l’ultima forse è stata quella rap anche se ha radici che vengono da molto più lontano. Se le persone non conoscono da dove vengono le cose le vivono in una maniera molto superficiale. Almeno un terzo dei concerti li abbiamo fatti nei centri sociali perché comunque la nostra musica era considerata adatta a quei contesti, e a quei tempi si potevano fare delle cose che adesso sarebbero impensabili. Per noi è un orgoglio se negli ultimi anni abbiamo fatto concerti in location piccole, perché l’entusiasmo e la carica delle persone che ci ascoltano è ancora presente e forte e questo a dispetto del tempo.

Non hai paura che ti manchi quella adrenalina un domani?
Forse si però preferiamo smettere quando siamo ancora carichi, quando abbiamo la fortuna di star tutti bene anche se il corpo inizia a non seguire più la mente e suonare a mezzanotte è diventato difficile…

Quale serata ricordate con più affetto?
Sicuramente il concerto a Ferrara Sotto Le Stelle anche perché venivamo da anni di down, poi sicuramente il City Square a Milano o il Leoncavallo nel 1993. Ma anche le varie edizioni del Live Fest organizzate da Mauro Bindelli a Bologna.

E della scena attuale musicale chi si salva secondo voi? Chi ha almeno un po’ della ruggine e dell’energia che avevate voi?
Sembra che il nostro genere ormai sia dedicato alla nostra riserva indiana, a chi viene dall’esperienza Mods, Rockabilly… e ormai ha almeno 55, 60 anni! In Inghilterra e Germania sono nicchie un pelo più grandi quindi alcune etichette producono brani o band che suonano in quel modo, ma sono operazioni un po’ fatte a tavolino. Però dovessimo indicarti qualcuno di preciso no, non siamo preparati. Però possiamo dire una cosa a un giovane lettore che è arrivato fin qui?

Ci mancherebbe!
Alle nuove generazioni vorremo dire di osare: il mondo oggi è troppo strutturato, troppo scolarizzato… anche se non si è perfetti non bisogna avere paura di stare insieme, di provare a creare qualcosa, di trovare un luogo dove farlo, di lottare per averlo. Di uscire, incontrarsi, costruire qualcosa anche sbagliando. Ora la vita dei ragazzi è iper organizzata non c’è spazio per la noia, per l’errore, e se capita ne sono terrorizzati.


Come ha scritto alcuni giorni fa sui social il loro amico Antonio: “nessuna band aveva la potenza dal vivo degli Strike. Vederli sul palco non era semplicemente assistere a un concerto. Era più come trovarsi davanti ad un tornado! Gli Strike non suonavano soltanto, vivevano ogni singola nota. La musica gli passava attraverso, diventava energia, emozione, sudore, passione… e poi veniva sparata tutta addosso al pubblico. Era un’onda sonora che ti travolgeva, un’esplosione di energia pura che ti scuoteva dentro. Sul palco c’erano 12 grandissime anime.”

Per una sera ancora, sabato 12 settembre, suoneranno insieme a Paul Simonon dei Clash e Dan Donovan dei Big Audio Dynamite con ingresso gratuito nella Darsena di Ferrara, per salutare vecchi e nuovi amici e per celebrare 40 anni di attività chiudendo una lunga carriera fedele alla linea. Almeno fino alla prossima reunion, che siamo sicuri tra qualche anno ci sorprenderà ancora, come una nuova bellissima primavera.

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