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La prima regola del book club è parlare al book club (meglio se dal vivo)

La prima regola del book club è parlare al book club (meglio se dal vivo)

È vero, mediamente non leggiamo molti libri (oltre il 40% degli italiani nemmeno uno, secondo i dati del 2024) e l’editoria non sta certamente vivendo il suo periodo più roseo. Eppure l’idea di trovarsi con altre persone per discutere delle nostre ultime letture tende a piacerci molto. Una delle attività solitarie per eccellenza ci sta paradossalmente spingendo a creare degli spazi di condivisione, oggi come in passato.

I gruppi di lettura (o book club) esistono da centinaia di anni, ma ultimamente stanno tornando a farsi notare anche grazie al lavoro svolto da star internazionali: dalla presentatrice Oprah Winfrey con il suo book club al Reese’s Book Club dell’attrice Reese Witherspoon; fino alla cantante Dua Lipa, che di recente ha spopolato con il suo Service95 e ha persino aperto una libreria. I loro book club sono diventati talmente influenti da condizionare la produzione di film e serie tv, ma non c’è da stupirsi: basta fare un salto indietro di qualche secolo. 

Immaginate di trovarvi a Parigi nel 1749 e di essere quella che ai tempi definivano Salonnière, la mente dietro all’organizzazione di un salotto letterario e culturale. Ecco, in quel caso vi sareste probabilmente chiamate Madame Geoffrin e nel vostro lussuoso palazzo in Rue Saint-Honoré sarebbero abitualmente passati nomi del calibro di Voltaire, Rousseau e Montesquieu. All’interno di quelle stanze non avreste solo intrattenuto gli ospiti con banchetti e accese conversazioni, ma si sarebbe deciso il destino dell’Illuminismo francese.

Il salotto di Madame Geoffrin, Charles Gabriel Lemonnier (1812)

Una realtà simile nacque negli stessi anni a Londra, in quella che venne chiamata Bluestockings Society, la Società delle Calze Blu. Il nome derivava da un simpatico e, a modo suo, rivoluzionario episodio nel quale uno dei membri meno abbienti si era presentato indossando i suoi quotidiani calzini in lana blu, invece di quelli tradizionali e ben più costosi in seta nera. Normalmente ciò avrebbe generato le risa degli altri membri e l’esclusione dal salotto, ma la fondatrice Elizabeth Montagu, al posto di respingerlo, lo accolse e scelse proprio quello come simbolo della trasversalità del suo circolo. 

Questi salotti letterari erano veri e propri centri culturali, già al tempo molto influenti, e si davano l’obiettivo di sovvertire parte delle consuetudini ereditate dal passato. Erano fucine d’idee, guidate spesso da figure femminili, che influenzavano la direzione dell’arte, dell’editoria e della cultura a tutto tondo. È da qui che deriva il fenomeno borghese dei primi club del libro di inizio secolo, e da questi i più democratici book club che conosciamo e che continuano ad esercitare potere su di noi. D’altronde, immaginarsi all’interno di uno di quei salotti, impegnati a banchettare e parlare di letteratura e arte, è un pensiero quasi irresistibile. 

Lettura di Molière in un salotto letterario del ‘700, Jean-François de Troy (1728)

Si legge da soli, ma una volta posato il libro, in noi nasce il desiderio di parlarne con altre persone. Corriamo allora a cercare il nostro telefono per raccontare ad un amico o un’amica quanto l’ultimo romanzo letto ci abbia esaltati o delusi e magari proseguiamo il discorso la sera stessa, davanti ad una birra o un calice di vino. Proprio da questo bisogno nascono molti dei club del libro che oggi ci danno la possibilità di trovare una versione più moderna e meno pretenziosa di quei salotti settecenteschi. 

Ferrara, ormai da tempo, ne conta molti organizzati dalle biblioteche sparse per il territorio o che ad esse si appoggiano, ma negli ultimi anni sono nati nuovi gruppi, organizzati da privati cittadini o con la collaborazione di realtà locali, che forniscono un luogo tranquillo nel quale riunirsi. Chi scrive, ne ha contattati a decine (ci sono quelli aperti e quelli privati, quelli recentissimi e quelli più radicati, quelli regolari e quelli saltuari): uno degli ultimi arrivati è il Buk_n_friends Ferrara, che si ritrova mensilmente al Circolo Arci Bolognesi; c’è poi La Bookadara, che ha trovato casa nella libreria Ubik e si riunisce ogni mese e mezzo per parlare dell’ultima lettura. Poi c’è il gruppo Altrove – Storie dell’altro mondo (o “Altrove Book Club per gli amici”), che invece ogni due mesi svolge i suoi appuntamenti al Korova Milk Bar. Ma le proposte d’incontro e dialogo non si limitano agli adulti: la libreria per l’infanzia Testaperaria organizza ad esempio il Book Club 13+, pensato per i giovanissimi (ma lascia spazio anche agli adulti con il progetto parallelo Ponti di carta, che ha lo scopo di mostrare il lato più maturo delle storie per bambini). Non bisogna sorprendersi che la scelta sia così ampia: trovarsi per discutere partendo dalla letteratura non è una moda passeggera.

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I gruppi di lettura nel nostro Paese hanno radici molto solide: a Firenze nel 1819 Giovan Pietro Vieusseux diede vita al suo gabinetto scientifico letterario, attivo ancora oggi. In un’epoca nella quale la libera circolazione dei testi era ostacolata dai regimi e dagli elevati dazi doganali, Vieusseux riuscì a mettere a disposizione dei cittadini italiani e stranieri le più importanti riviste d’Europa, in sale aperte alla conversazione e allo scambio di idee: divenne così uno dei centri promotori del Risorgimento italiano.

foto storica del Gabinetto Scientifico letterario Vieusseux

Anche a Ferrara, tra Ottocento e primo Novecento, esistevano luoghi di sociabilità culturale che possiamo considerare – con qualche licenza poetica – anticipatori dei moderni book club. Uno per tutti, ma non l’unico, il Circolo Unione: un’associazione privata nata nel 1803 e a lungo ospitata nel ridotto del Teatro Comunale, al cui interno la lettura, lo studio e la conversazione occupavano un posto importante. Le fonti lo descrivono infatti come un “luogo di lettura, di studio e di raccoglimento”, oltre che come un luogo di ritrovo e di cultura. Oggi possiamo invece vivere la lettura condivisa molto più facilmente, attraverso gruppi generalmente più accessibili (ma alcuni book club restano informali o riservati) e, come visto, spesso ospitati da biblioteche, librerie, associazioni e locali. Bisogna però considerare che le sfide contemporanee sono numerose, inedite e riguardano in buona parte il nostro rapporto con la tecnologia.

Con l’avvento dei social network potenzialmente potremmo entrare in contatto con chiunque sia dotato di una connessione internet. Qual è quindi il ruolo di un gruppo di lettura? Nell’era del digitale e degli algoritmi sempre più invasivi, forse è proprio il contatto umano e il sedersi fisicamente accanto ad altre persone a fare la differenza. Possiamo trovare informazioni quasi infinite su ogni romanzo uscito, ma la tecnologia, per quanto utile, non può sostituire il piacere di una serata in compagnia di qualche amico, davanti ad una birra e un libro del quale parlare. Lì dove l’algoritmo definisce i tuoi gusti, consigliandoti canzoni, film o testi sempre simili, un club ti richiede di accettare la selezione di letture stabilita da qualcun altro. Puoi così ritrovarti davanti a testi che altrimenti non ti sarebbero mai capitati tra le mani e scoprire che anche le letture deludenti possono dare vita alle serate più piacevoli, quando la compagnia è quella giusta. 

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