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Abbiamo visitato soffitte e sotterranei del Museo Archeologico di Ferrara, dove è custodito tutto quello che non si vede

Abbiamo visitato soffitte e sotterranei del Museo Archeologico di Ferrara, dove è custodito tutto quello che non si vede

Le Giornate Europee dell’Archeologia hanno aperto per due giorni i depositi del Museo Archeologico di Ferrara: un labirinto di pareti scorrevoli e manovelle da girare che custodisce circa 78mila reperti inventariati, che abbiamo potuto vedere.
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Abbiamo visto da vicino, vicinissimo, un piatto con il resto delle offerte fatte al defunto; un lekanis, piccolo vaso con coppa e coperchio per contenere trucchi e belletti; un oinochoe, brocca per attingere il vino dai crateri e versarlo nelle coppe dei commensali durante i banchetti; delle pedine da gioco in pasta vitrea per un precursore del backgammon. Ma li abbiamo visti fuori dalle teche, nelle mani dei tecnici esperti, provando una sensazione diversa dalla fruizione museale – come di privilegio assoluto, ritrovamento sensazionale, incontro indimenticabile. 

La possibilità unica di questi incontri ravvicinati con la nostra storia locale sono state le Giornate Europee dell’Archeologia, che si sono svolte in tutta Europa lo scorso giugno. Anche il Museo Archeologico di Ferrara ha aderito il 13 e 14, aprendo eccezionalmente al pubblico i propri depositi, che conservano, oltre agli oggetti non ancora inventariati, circa 78 mila reperti inventariati, di cui 70 mila provenienti dalle oltre 4 mila tombe rivenute nella necropoli dell’antica città porto di Spina, nel Delta del Po. 

Un’occasione per scoprire e accrescere la consapevolezza dell’importanza del patrimonio culturale, conoscere da vicino il lavoro degli archeologi e partecipare a eventi interessanti”, prometteva l’invito alle giornate. Che però sono state qualcosa di più simile ad una sospensione dello spazio e del tempo, un viaggio nel passato del nostro territorio, la consapevolezza di avere alle spalle qualcosa di grandioso. 

La fondazione di Spina risale alla fine del VI secolo a.C. (intorno al 530–520 a.C.) ma il suo periodo di massimo splendore si può collocare attorno al V secolo a.C., quando divenne un importante centro commerciale dell’Adriatico a cui facevano riferimento tutte le civiltà dell’epoca, dai Greci alle popolazioni dell’Europa settentrionale. Si scambiavano olio, vino e pregiate ceramiche attiche con oggetti in bronzo dell’Etruria tirrenica, grano e cereali dell’entroterra padano, e prodotti provenienti dal Nord, come ambra e stagno. Il declino iniziò dopo la metà del IV secolo a.C., anche in seguito alla crescente presenza dei Celti nella Pianura Padana. L’abbandono del sito avvenne entro il III secolo a.C., con la progressiva affermazione di Roma nell’area. 

Ma Spina era una città portuale affacciata sull’Adriatico, nell’antico delta del Po, un paesaggio che durante i secoli è cambiato profondamente a causa di alluvioni, accumulo di sedimenti e trasformazione della linea di costa e dell’alveo del fiume e dei suoi rami. Il fango e i detriti che hanno sepolto Spina l’hanno conservata e insieme fatta sparire dalle mappe. Per questo la sua scoperta è recente, progressiva e singolare: inizia per caso il 3 aprile 1922, con le bonifiche in Valle Trebba, quando durante lo scavo di un canale di scolo gli operai portano alla luce casualmente materiali archeologici, ceramiche e oggetti in bronzo. Gli studiosi capiscono subito di trovarsi di fronte a un’importante necropoli etrusca: da secoli si conosceva Spina solo attraverso le fonti antiche, ma non si sapeva l’esatta posizione. Tra il 1922 e il 1935 vengono scoperte oltre 1.000 tombe nella Valle Trebba, poi gli eventi bellici interrompono le ricerche. Dopo la Seconda guerra mondiale, le nuove bonifiche portano alla scoperta di un’altra grande parte della necropoli nella Valle Pega: tra il 1954 e il 1965 vengono recuperate più di 3.000 tombe e grazie alla fotografia aerea viene individuato l’abitato vero e proprio, situato nella Valle del Mezzano.

Gli scavi storici a Valle Trebba da UNIBO / progetto EOS. Etruscans on the Sea

Data la quantità enorme di reperti portati alla luce dagli scavi, bisognava trovare una sede adatta a conservare ed esporre tutto questo materiale archeologico. Lo Stato guarda a Ferrara e decide per Palazzo Costabili, noto anche come Palazzo di Ludovico il Moro, una prestigiosa residenza rinascimentale progettata da Biagio Rossetti per Antonio Costabili, che però versava in condizione di degrado. Il Demanio lo aveva espropriato e acquistato per 195mila lire, rendendo possibile recuperarlo e destinarlo a una funzione pubblica: il 20 ottobre 1935 viene così inaugurato il “Regio Museo di Spina”, oggi Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, una cornice che unisce la storia della Ferrara estense alle antiche origini del territorio, celebrando la civiltà etrusca scoperta nel delta del fiume Po, di cui peraltro via XX Settembre, dove il Museo si trova, era un antico corso.

Il percorso di visita al piano nobile del palazzo è essenzialmente cronologico, lungo i tre secoli di vita della città di Spina, scandito da numerosi approfondimenti tematici. I reperti nelle teche sono raggruppati per tombe: 36 quelle esposte – delle oltre 4.000 recuperate tra gli anni ’20 e ’60 – scelte tra quelle meglio conservate e che possono fornire le maggiori e più diverse informazioni. Ma è presto chiaro che ciò che trova posto nelle teche è solo una minima parte delle migliaia di reperti rinvenuti: il resto è custodito nelle soffitte e sotterranei del Museo.

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Durante la nostra visita speciale, è Elena Bottoni, assistente tecnico del Museo, che ci conduce prima nel labirinto di pareti scorrevoli delle soffitte, tra le gabbie che contengono i reperti etruschi non esposti, poi nei sotterranei. È qui, tra le antiche volte a botte, che trovano dimora altre centinaia di reperti provenienti dai siti di Voghiera, Voghenza, Argenta e altri siti del Ferrarese che non possono stare nei rispettivi musei del territorio: “perché comunque – commenta Bottoni – è giusto che il patrimonio sia fruibile in loco, in prossimità del sito, ma non sempre questo è possibile, soprattutto quando si parla di centinaia di pezzi”. 

Assieme a lei c’è Giulio Bianchi, storico in tirocinio al Museo, che accompagna i visitatori girando pesanti manovelle e aprendo varchi tra colonne di manufatti antichi talmente fitti che non si sa più dove guardare. A metà tra un livello avanzato di Tomb Raider e il castello di Hogwarts, si avanza senza più trattenere lo stupore, sapendo di non essere mai stati così vicino a qualcosa di così lontano. “Abbiamo un programma di rotazione dei reperti – spiega Bottoni – in particolare dei crateri, per rendere fruibile al pubblico la maggio parte di quelli recuperati”. 

Si ritiene che più di 700 tombe siano state trafugate da ladri, chiamati appunto “tombaroli” all’epoca della scoperta. A loro è persino dedicata una sezione del museo, che mostra l’asta di ferro usata per saggiare il terreno fino a trovare gli antichi cocci e spesso romperli irrimediabilmente – come evidenziano alcune anfore recuperate dalle Forze dell’Ordine che presentano buchi e fori. Il commercio illegale di reperti archeologici è il più importante al mondo per volume di affari dopo la droga e le armi: uno dei più significativi sequestri avvenuti in provincia di Ferrara risale al 2015, quando a casa di una coppia di Cento sono stati rinvenuti oltre 2mila reperti archeologici trafugati dalla necropoli di Spina. 


Gli scavi di Spina non sono finiti: a settembre 2025 è stata avviata nuova campagna di scavo archeologico in collaborazione con l’Ateneo ferrarese, Spina Unife 2025, per comprendere come le comunità etrusche adattavano la propria economia, l’artigianato e l’organizzazione sociale ai cambiamenti ambientali del Delta del Po. La zona di scavo è nell’area demaniale del Comune di Ostellato, ed è la stessa già oggetto della campagna Spina 2023 Cfr-Unife, nel corso della quale Unife aveva individuato una zona artigianale etrusca. Ora, attraverso nuove indagini stratigrafiche, le archeologhe e gli archeologi puntano a ricostruire l’assetto urbanistico dell’antica città etrusca e a comprendere le sue connessioni con l’ambiente lagunare e costiero dell’epoca.

Sempre del 2023 nell’area di Spina l’Università di Bologna, Dipartimento di Storia Culture e Civiltà, ha condotto una campagna di scavo con l’utilizzo di tecnologie avanzate per mappare l’antico abitato. E sempre grazie a Unibo è avvenuta l’ultima recentissima scoperta nell’altro sito a noi vicino, Kainua a Marzabotto: un pozzo rituale con reperti intatti e resti umani nell’area sacra alla dea Uni, che svela la sacralità delle acque e offre nuove conoscenze sui riti di fondazione delle città etrusche. 

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