

Fino a qualche settimana fa, alla Galleria del Carbone di Ferrara sono stati esposti 28 scatti inediti che mettevano a confronto la Ferrara di ieri con quella di oggi, sulle tracce dello storico volume Ferrara nelle cartoline illustrate (1895-1945) di Alberto Cavallaroni, pubblicato nel 1979.


Se siete riusciti o riuscite a farci un salto, sapete che Attraverso Ferrara. Riflessioni sulla città che cambia è il progetto di Marco Andreani, socio del circolo fotografico Foto Club Vigarano. Se invece la mostra fotografica – curata di Lucia Bonazzi e patrocinata dalla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche (FIAF) e dal Comune di Ferrara – si è conclusa prima che riusciste a vederla, sappiate che il lavoro di Andreani continua comunque a muoversi, altrove: nelle immagini, negli archivi, e soprattutto nello sguardo con cui la città viene continuamente riletta. Curiosi di sapere come si guarda una città che si conosce da sempre, lo abbiamo intervistato.
La prima cosa che abbiamo scoperto è che nel suo lavoro Ferrara non è mai soltanto uno sfondo. È piuttosto un luogo che ritorna, un punto di riferimento che tiene insieme esperienza, memoria e sguardo. Anche dopo essersi trasferito altrove per lavoro, la città per Andreani cha continuato a funzionare come una sorta di mappa personale: è il luogo in cui si depositano episodi, ricordi ed emozioni.
È stato possibile mantenere una distanza neutrale tra lei e la città?
“No, affatto, l’idea di uno sguardo oggettivo è per me un tentativo inevitabilmente incompiuto, perché ogni immagine porta con sé una componente emotiva da cui non è possibile separarsi del tutto“.
Com’è nato il progetto?
“Il progetto nasce da un incontro quasi casuale con il volume di Alberto Cavallaroni. Da lì sono tornato negli stessi luoghi, ho confrontato le immagini, verificato cosa resta e cosa cambia“.


E quindi, cosa succede davvero quando un’immagine del passato incontra il presente nello stesso punto? Il rischio è che il confronto diventi il pretesto per un’attività documentaria. Ma quando il tempo affiora nelle immagini, invece di essere semplicemente misurato, allora la città si rivela come un archivio vivo, stratificato, in cui ogni luogo contiene più versioni di sé. Fotografarla significa entrare in relazione con queste stratificazioni, accettando che il presente non coincida mai del tutto con ciò che è stato. Lo sguardo tiene insieme somiglianze e scarti, continuità e discontinuità e non sempre il confronto è possibile in modo preciso: cambiano le prospettive, si modificano gli spazi, scompaiono elementi. In queste discrepanze il lavoro di ricerca di Andreani trova una delle sue tensioni più interessanti.
Quanto tempo serve, allora, perché una città diventi nuovamente “leggibile”?
“Un progetto come questo non può essere ripetuto a breve distanza, perché ha bisogno che la città continui a trasformarsi, che accumuli nuove tracce, nuove differenze. Solo allora, forse, potrà essere nuovamente attraversata e riletta”.
Andreani ha infatti la consapevolezza che sia necessario un tempo lungo. La fotografia, in questo senso, non fissa ma rimanda. E se la mostra si è conclusa nello spazio della galleria, resta invece aperta la domanda su cosa significhi oggi osservare una città che cambia.

Cosa vale davvero la pena salvare?
“Non è solo la forma degli spazi, ma la loro qualità d’uso, l’equilibrio tra trasformazione e continuità, tra intervento urbano e presenza del verde. In un contesto sempre più omologato, il rischio è perdere proprio ciò che rende riconoscibile un luogo“.
Ferrara, allora, diventa qualcosa di più di un soggetto fotografico: una misura, quasi fragile, tra passato e presente. Una città che, nelle immagini come nella realtà, chiede di essere osservata senza essere completamente trattenuta.
Tutte le fotografie presenti nell’articolo sono di Marco Andreani.
Le cartoline mostrate sono pubblicate nel volume “Ferrara nelle cartoline illustrate” (1895-1945), di Alberto Cavallaroni.

Sara ha scelto Ferrara per restare, ma spesso torna nel suo paesello in un pezzettino d’Abruzzo a respirare e sgranchire le gambe.
Ha rincorso l’arte, la sua grande passione, dapprima con gli studi e ora con il lavoro: si occupa di didattica museale e collabora con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. Legge haiku e ascolta tanta musica rock, il suo odore preferito è quello del pane: se non la trovate, è sicuramente col suo taccuino su una montagna. Giusto il tempo di un’alba.