

Questo è un articolo sponsorizzato, scritto dalla redazione di FiloMagazine e curato da Agostino Maiurano in collaborazione con Ferrara Musica.
Non è certo da tutti dirigere un’orchestra ad appena trent’anni: Diego Ceretta, direttore dell’Orchestra della Toscana ormai dal 2023, lo fa e rappresenta senz’altro un’eccezione alla regola dopo essersi affermato come uno dei giovani talenti più interessanti della scena internazionale. Abbiamo avuto l’opportunità di fare una chiacchierata con lui a margine dell’esibizione dell’11 maggio al Teatro Comunale “Claudio Abbado” all’interno del programma di concerti di Ferrara Musica perchè, come ci ha spiegato, “La nostra stagione non si limita ai concerti che teniamo a Firenze, ogni programma ha una mini-tournée, pertanto per noi ogni uscita dalla regione è un momento molto stimolante, ci piace l’idea di farci ascoltare, di far sentire la qualità che noi stiamo raggiungendo. Non lo dico con spocchia, ma perché ci stiamo lavorando duramente”.

All’indomani del concerto – in cui il giovane maestro ha proposto un programma dedicato a tre grandi compositori di area germanica, tra Ottocento e Novecento: Felix Mendelssohn, Anton Webern e Richard Strauss – non si può che confermare che non c’era traccia di spocchia o di arroganza nelle parole del maestro, bensì una potente passione per la musica tanto studiata, tanto lavorata, tanto sognata. Una passione che si è riversata tutta, attraverso l’orchestra, nella sala del Teatro Comunale in un concerto meraviglioso. A soli trent’anni Ceretta ha dimostrato tutta la verve che ci si può aspettare da un ragazzo – e non a caso forse uno dei brani più sentiti è stata la Sinfonia del giovane Mendelssohn – ma anche la solidità di un direttore di lungo corso. Ceretta aveva anticipato così le sue intenzioni prima di andare in scena:
“Metteremo in scena tre aspetti diversi. Con Webern mi piacerebbe un po’… lacerare i cuori con l’orchestra, perché è un brano che l’autore scrive intorno ai vent’anni come lettera d’amore per la cugina di cui era innamorato e che poi avrebbe sposato, è tutto permeato di un amore travolgente, molto fisico e sentito. on il Duetto-Concertino di Strauss ci sposteremo su un clima più fiabesco, vorrei che il pubblico sentisse il sorriso di una persona anziana che si guardasse indietro con una punta di nostalgia piacevole. E infine con Mendelssohn vorrei che si sentisse tutta l’irruenza di un adolescente che lotta per entrare nel pantheon della musica”.

Tutto il concerto ha funzionato come un meccanismo perfetto: un’orchestra non numerosissima, ma dalla qualità assoluta, tangibile soprattutto nelle prime parti; un programma decisamente insolito, ma fresco e ben congegnato, tutto incentrato sull’atmosfera della musica tedesca tra tardo Ottocento e Novecento, una direzione eccellente hanno formato il mix per un concerto davvero ben riuscito, una di quelle serate in cui la musica ci restituisce alle nostre vite quotidiane con uno spirito rinnovato. Ma qual è il segreto di questo successo? Usando le parole del maestro:
“Quello svolto con l’orchestra è stato un percorso. Sono diventato direttore stabile dell’Orchestra della Toscana tre anni e mezzo fa e nello stesso periodo c’è stato anche un grosso ricambio tra gli orchestrali, quindi il primo problema è stato quello di trovarsi davanti a una fase nuova dell’orchestra, amalgamare un gruppo con tanti ingressi nuovi. D’accordo con il nostro direttore artistico Daniele Spini, ci siamo posti tre tappe: primo anno principalmente sul Classicismo viennese (Haydn, Mozart, Beethoven); nel secondo anno ci siamo spostati sul primo romanticismo tedesco. Nell’ultimo nvece ci siamo spinti sul romanticismo più strutturato. Dunque si può dire che al repertorio di questo concerto ci siamo arrivati ‘preparando il terreno’ nel corso del tempo. Mozart e Beethoven sono stati un terreno di prova per capire dove eravamo e in che direzione dovevamo andare. In questo modo abbiamo capito quali erano i nostri punti di forza e quali potevano essere gli aspetti da migliorare. Adesso vogliamo testarci su un altro tipo di repertorio che ci porta altri problemi e altre soluzioni. In questo senso va letta la scelta di aver fatto un percorso anche sulle Sinfonie di Mendelssohn, le quali portano problemi sulla gestione delle frasi più lunghe, una qualità di suono diversa”.

“Il programma che stiamo eseguendo è molto particolare: il Duetto-Concertino di Strauss non è molto eseguito, mentre il Langsamer Satz di Webern solitamente è suonato in quartetto, e poi quando si pensa a Mendelssohn vengono in mente altre sinfonie e non proprio la prima. Quindi non c’era la volontà di ricadere nel banale, piuttosto di rinverdire il repertorio. Mi piace l’idea di mettere insieme tre compositori in due fasi agli antipodi della vita: Mendelssohn e Webern giovanissimi da un lato (Mendelssohn quindicenne, Webern ventenne) e Strauss che scrive questo brano due anni prima della sua morte; da un lato la forza della giovinezza, dall’altra la maturità di un compositore. È banale dirlo, questi compositori sono dei veri e propri geni della musica, ad esempio è la seconda volta che affronto la Prima di Mendelssohn, ma c’è sempre qualcosa di nuovo da dire. Ho avuto lo stesso riscontro dall’Orchestra. Questo è il bello di questo repertorio”.
Ecco, Mendelssohn! Si conferma sempre quell’ascolto solido, ricco, così soddisfacente che fa distogliere l’attenzione dalle proprie faccende se per caso lo si ascolta passare per radio o in qualche playlist lontana dalla contemporaneità. L’interpretazione dell’Orchestra della Toscana è stata caratterizzata da un impeto potente, soprattutto nel primo movimento, con un fraseggio brillante e mai banale, ricco di dinamiche ben congegnate.

Abbiamo accennato alla qualità delle prime parti di questa orchestra: meritano quindi una doverosa citazione il clarinettista Emilio Checchini e il fagottista Umberto Codecà, ovvero i solisti del Duetto-Concertino di Richard Strauss: entrambi hanno dato vita, con la complicità dei colleghi orchestrali e del direttore, a un dialogo giocoso ma anche molto profondo tra due diversi spiriti, due diverse entità. Qui, come nell’arco dell’intera serata, si è avuta la sensazione che tutti remassero nella stessa direzione: quale la destinazione? Anche questa era stata tracciata da Diego Ceretta nella nostra chiacchierata:
“L’obiettivo non è lo spettacolo ma la musica, e penso che questo in generale sia sempre stato colto. Devo dire che l’esperienza che sto facendo qui da tre anni e mezzo con la stessa orchestra, mi ha fatto anche trovare una serenità nella fiducia, nel coltivare un rapporto umano. All’inizio chiaramente ci si sente da soli contro tutti, ci si sente sempre sotto esame e quindi c’è un po’ di tensione, ma ho imparato a trovare la pazienza e a scioglierla abbastanza in fretta e a cogliere un rapporto empatico e umano con i Maestri dell’orchestra. È importante che il lavoro non sia asettico, né impersonale, ma che sia umanamente coinvolgente”.


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