

Un’attesa lunga un anno: era luglio 2025 quando la prevendita del concerto di Vasco Rossi a Ferrara apriva e andava esaurita nell’arco di un’ora circa. Ricordo la difficoltà di ottenere due biglietti sotto il sole di mezzogiorno in una spiaggia sperduta con la connessione incerta dello smartphone. Da allora un anno intero di preparativi che tutta la città ha vissuto con grande entusiasmo, superando persino l’hype che aveva generato Bruce Springsteen nel 2023 con il suo primo epocale concerto al Parco Urbano.
Intendiamoci: l’unicità e la rilevanza di quel concerto non ha probabilmente eguali, perché le probabilità che il cantautore americano venisse a suonare a Ferrara erano prossime allo zero, perché c’era appena stata l’alluvione in Romagna, le conseguenti polemiche sul senso di tenere ugualmente uno show e perché lo stesso Parco era un lago di fango che causò diversi danni, richiedendo ingenti costi e settimane di chiusura al pubblico per il ripristino parziale del manto erboso. Una prima volta complessa e discussa, che rimarrà nella storia locale nel bene e nel male per sempre. Vasco Rossi invece suona letteralmente tutti gli anni in tante città italiane e sebbene mancasse da queste parti da ben 39 anni, ci mette quest’anno quantomeno sullo stesso piano di Rimini, Olbia, Bari, Ancona, Udine.

Ma per Ferrara è stata come detto una festa eccezionale, perché il Comandante è uno di noi, un ruspante e sempre arzillo emiliano che a 74 anni è in grado di muovere folle oceaniche e abbracciare generazioni. Con le sue ballate romantiche e i suoi pezzi più rock ha accompagnato momenti significativi delle esistenze di milioni di fans che lo venerano davvero come un dio in terra. Un dio pagano, libero, spontaneo, peccatore con orgoglio, uno che la vita spericolata l’ha elevata a manifesto della nuova umanità, quella che sta nei bar, negli stadi, ma anche in ufficio e forse persino in chiesa. Ce l’ha tatuato sul braccio il galeotto, lo suona con la chitarra il boy scout.

Vasco piace in modo trasversale e anche il pubblico ordinato che confluisce al parco urbano in questa sera di inizio giugno 2026 è variopinto e festaiolo: ci sono coppie di ogni tipo, nonni con nipotini, famiglie intere, gruppi di amici e amiche con le magliette coordinate. Partono cori spontanei tra chi cammina indossando cappellini, fascette, zainetti e accessori di vecchi tour. Alè, alè alè alè, Vasco, Vasco: roba da Italia ’90, ma nella combriccola del Blasco suona tutto ancora attuale. A godere di questo flusso entusiasta sono per due giorni i bar della zona di via Arianuova: da Giurisprudenza fino a viale XXV aprile e al Palazzo delle Palestre in diversi esercizi si improvvisano dj set con la musica di Vasco, si sfornano panini e birre in quantità, perché si sa che poi dentro occuparsi del cibo è complicato e costosissimo (e il diavolo ha inventato i Token, il più grande imbroglio degli ultimi anni di un settore che vede nei live l’unica certezza per spremere i fan e fare cassa).
Tutti i gruppi di persone da ogni dove confluiscono all’ingresso unico di via Canapa senza intoppi, non prima di essere passati per la nuovissima rotonda, terminata appena in tempo e per fortuna non ancora intitolata a discutibili ex presidenti socialisti. La coda si smaltisce molto bene ai primi cancelli, dove viene divisa in tanti flussi distinti per il controllo degli zaini, poi si arriva nella grande area centrale dentro il parco. Guardo in terra: l’erba è salva! Qui dove tre anni fa affondavamo rischiando di cadere nel fango oggi è tutto fortunatamente secco, il rischio che l’erba sia in condizioni pietose al termine di questi due giorni è davvero basso.

La parte peggiore deve ancora venire, perché se fino a questo momento è stato tutto molto guidato e incanalato, il traffico di spettatori all’interno del parco è gestito in modo più arbitrario, e quando deve trovare i punti di ingresso delle tre aree principali si perde un po’ in code all’italiana che si ammassano in modo caotico. La Pit 2, delle tre l’area più grande e quella maggiormente scelta dai 60000 spettatori paganti, ha una coda interminabile e lentissima, mentre le altre due scorrono molto meglio in modo inspiegabile. Dall’ingresso del parco al concerto vero e proprio impieghiamo oltre un’ora senza un apparente motivo. Le code dei biglietti si incrociano con quelle di chi deve mangiare o andare in bagno, ma fa piacere vedere l’atmosfera rilassata di tanti che semplicemente si tolgono le scarpe e si stendono sul prato a godersi l’ultimo sole, per entrare con tutta calma più tardi.

Quando Vasco compare alle 20.50 il colpo d’occhio offre emozioni intense. Ricordo di aver provato la stessa sensazione con Bruce Springsteen, mi si perdoni se lo cito nuovamente ma il paragone tra i due eventi è inevitabile: è come se in quel momento in cui poi tutto comincia e l’attesa è finita, la tensione si stempera, inizia la musica e siamo tutti insieme a due passi da casa in una cornice meravigliosa, con uno dei cantautori più amati (il più amato?) in Italia, con le persone a cui vogliamo bene, è come se in quel momento – dicevo – non si possa che provare soltanto gioia. Alcuni anni fa Vasco annunciava proprio così i suoi concerti: siamo qui per portare un po’ di gioia!

E allora, solo allora, ogni esagerazione, ogni celebrazione, ogni cosa fatta per preparare e promuovere questo evento epocale in città trova il suo giusto posto e lascia spazio alla musica punto e basta. Forse è anche una liberazione dopo mesi dove questa macchina comunicativa è risultata persino ridondante: i giornali che non hanno parlato d’altro tra video e interviste improbabili al vicino di Vasco, al parente di Vasco, al chirurgo di Vasco, al salumiere di Vasco, ai mille post sponsorizzati sui social, agli speciali, alle foto in posa, ai pass vip, ai cartelloni sold out, alle mille iniziative collaterali, agli illustratori che disegnano Vasco, ai fotografi che fotografano Vasco, ai ballerini che ballano Vasco, agli scrittori che scrivono Vasco, ai nani da giardino che naneggiano Vasco. Ce lo volete fare odiare questo Vasco, si ripropone ogni giorno come la peperonata di zia Carmela.

Comunque trentanove anni dopo il Palasport del 1987 Vasco è ancora qui, e non si capisce davvero come mai ci abbia messo così tanto, lui che abita ancora a Zocca, ad un’oretta da qui, e che a Ferrara ha un figlio e avuto almeno una donna che lo ha tanto amato, a cui ha dedicato un pezzo bellissimo come Gabri. Dice l’altro Vasco, quello di Ferrara, che “qui anche le rondini si fermano il meno possibile”, sarà per questo che abbiamo pazientato quattro decenni per riabbracciarlo, ma la sua lunga storia lo ha conservato ancora in grado di reggere due ore e mezza di concerto a 74 anni. Chapeau. A sorpresa arriva anche l’annuncio ufficiale sui maxi schermi pochi minuti prima dell’inizio del concerto: il giubileo di Vasco per celebrare 50 anni di carriera sarà il prossimo anno a Roma, con buona pace di chi sognava una seconda edizione del Modena Park.

Comunque il nostro Comandante di Zocca non è da meno del suo coetaneo d’oltreoceano Bruce: l’inizio è travolgente e rock con Vado al massimo, in una versione a mio parere forse troppo tirata, cui segue un’infilata di vecchi pezzi che lascia sorpresi e felici i fan più storici. È il Vasco degli anni Ottanta, quello dei primi album, ma in scaletta non ci sono i pezzi più famosi e rodati bensì brani che più di rado vengono suonati dal vivo. Era qualcosa di annunciato nelle interviste ma non avendo letto la scaletta in anticipo per non rovinarmi la sorpresa rimango colpito dalle scelte davvero originali e dagli arrangiamenti che li rendono assolutamente attuali. Uno di seguito all’altro: Ormai è tardi, Fegato, fegato spappolato, la bellissima Una nuova canzone per lei, Bolle di sapone. Poi la divertente Alibi, un pezzo del 1980 su cui Vasco si diverte a fare voci e facce buffe ma rifatta oggi non ha l’irriverenza di un giovane ribelle quanto più quella di un nonno che racconta una storia stramba ai nipotini. E via con altre perle del passato lontano: Sono ancora in coma, Ciao, su tutte forse la mia preferita della serata, Domani sì, adesso no, Tango, Lunedì.
Al mio commento a voce alta su questa prima parte di scaletta si gira un signore davanti a me: queste i regazzini nun le sanno, so’ troppo ggiovani…

É un Vasco che si muove di meno sul palco, ma ammicca, gesticola, sorride, ringrazia e saluta. Senz’altro di buon umore, istrionico come sempre e a suo agio nel rispolverare vecchi classici, ma non mancano nella seconda parte dello show anche i must di ogni suo live: l’accoppiata più politica, dedicata “a chi governa il mondo”, Gli spari sopra e C’è chi dice no, il coro straziante e liberatorio di Stupendo, le tette al vento di centinaia di ragazze orgogliosamente esibite davanti alle telecamere durante Rewind, i pezzi più introspettivi come Un mondo migliore e Siamo soli. Ogni concerto di Vasco è un saliscendi di emozioni e di momenti diversissimi che vanno dal siparietto di Faccio il militare, alle atmosfere sognanti degli assoli degli ottimi musicisti della sua band, da tanti anni lasciati sul palco in lunghi intermezzi, mentre il Kom riprende fiato dietro le quinte. Su tutti lo storico chitarrista Stef Burns e la bravissima vocalist Roberta Montanari.

Una girandola di momenti speciali che lascia spazio in chiusura ai classici veri, quelli da lacrime e cori disperati: Sally, Siamo solo noi, Vita spericolata, Canzone (dal 1981 in poi esiste qualcosa di più struggente per un addio?) e l’immancabile finale con Albachiara, puntuale come la Locomotiva di Guccini o Buonanotte fiorellino di De Gregori.

Vasco si congeda, dice le sue solite cose tipo la frase “Ce la farete tutti”, che a me fa sempre sorridere perché è una bella bugia, di quelle che un amico ti dice per rincuorarti in un momento difficile, a fin di bene. Racchiude un po’ tutto il suo pensiero, che è quello della gente emiliana che si è rimboccata le maniche, che è partita da Zocca o da Monghidoro, dai paesini di provincia, che ha fatto fortuna anche se le probabilità iniziali erano bassissime. Dice l’amico Morandi che solo uno su mille ce la fa, ma Vasco ribalta questa prospettiva offrendola a tutto il suo bellissimo popolo, il suo “mondo migliore”: c’è speranza per tutti, se è capitato a me non vedo perché non debba succedere anche a voi. Così si va via con un mezzo sorriso, ci sentiamo meno soli, e ci sembra tutto stupendo (a patto di tenere sempre vicino un bicchiere).


Nasce a Ferrara nel 1983, dove vive in una casa bianca con una ragazza mora e due bimbe bionde. Giornalista pubblicista, dal 2006 si occupa di graphic design e comunicazione per il web, cofondatore di Contrarock, è stato vicepresidente di Factory Grisù. Ha fondato e diretto il magazine Listone Mag e il blog Ciccsoft. Ha un cane Lego di nome Cagnazz e un pianoforte in salotto per suonare, ogni tanto. Ama il minimalismo, la tipografia, il bianco e nero, New York, le foto storte, l’odore di terra bagnata, il tepore dentro la macchina in autunno.