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Kolia Novikov: vita di un artista sovversivo per davvero

Kolia Novikov: vita di un artista sovversivo per davvero

Al Museo Palazzo della Racchetta di Ferrara, fino al 20 luglio, sono esposte le opere di una personalità inafferrabile e fuori dagli schemi convenzionali
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L’esistenza come tensione sempre viva tra la miseria del mondo e lo sguardo di Dio: è questo il cuore delle opere di Nikolaj Novikov, detto Kolia. Il centro antico di Ferrara ha l’onore di ospitare la prima mostra in Italia con le sue opere. In via Vaspergolo, nell’antico Museo Palazzo della Racchetta (gestito da Enrico Ravegnani) fino al 20 luglio è possibile visitare l’esposizione “Kolia Novikov: Reietto, Ribelle, Artista Geniale”, progetto curato da Halyna Kostina (storica dell’arte) e Yurii Hutsu (collezionista de Les Noms Galerie di Kyiv).

Enrico Ravegnani davanti a una delle opere in mostra

AI MARGINI
Kolia Novikov è nato nel 1935 a Mosca ed è morto nel 1996 a Odessa, a causa della tubercolosi. Le sue opere sono la cruda, dolente e mistica rappresentazione di una personalità unica, inafferrabile, che scelse di vivere da senzatetto, contestatore assoluto delle norme sociali. Una sovversione non teorica, non di facciata, ma vissuta nella carne, pagata a caro prezzo. Una sovversione espressa in innumerevoli opere – perlopiù realizzate con un pennino a inchiostro, a volte con vernice su legno – nelle quali spicca l’assenza e l’ascesi. L’assenza di luce: dai luoghi, dai corpi, dagli occhi delle sue figure; da quelle teste reclinate, teste del prigioniero, del viandante, del mendicante, del disertore, dell’alcolista. Di chi – ridotto a flebile sagoma – cerca in quegli anfratti, in quelle penombre un rifugio dalla mortifera macchina del potere. Nel suo caso, quello sovietico, burocratico e liberticida. Ma come scrive la critica Oksana Tsybka, “il suo stile di vita marginale era una forma di ascesi, un’esistenza al di fuori del sistema“. Un’ascesi del corpo, di corpi sempre eccessivi, perturbanti.

NOMADE PER NATURA
Così, nell’eccesso visse Kolia: nato il 27 agosto 1935, nulla sa dei suoi genitori, tranne il cognome del padre, Iakovitch. Nel 1940 viene messo in un orfanotrofio a Kazan, dove la sorella maggiore Nina morirà di stenti. Nel 1951 lascia l’istituto ed entra in una scuola professionale a Nižnij Novgorod e impara il mestiere di meccanico navale. Fino al 1954 lavora in diverse città dell’URSS: fuochista di caldaie sul Volga, poi nel Nord come stivatore di legname, e in un cantiere navale a Mykolaïv. La sua vita cambia a seguito di un incidente (viene investito da un camion di legname): dopo il periodo in ospedale, ritorna a Mykolaïv dove guida trattori, poi nelle terre vergini del Kazakistan, di nuovo in Ucraina dove lavora in miniera e come operaio edile a Kirovohrad. Ma un po’ alla volta sente il desiderio di imparare a dipingere: nel 1961 entra alla Scuola di belle arti Grekov a Odessa; in dieci anni sarà escluso e riammesso quattro volte. Kolia non ha un lavoro stabile, dorme a casa di amici o in rifugi di fortuna. Quattro volte viene arrestato per vagabondaggio.

Gironzolava incessantemente nei pressi della scuola di belle arti“, racconta il suo amico artista Viktor Khokhlenko. “Dalla taverna ai barboni, da una parte all’altra – sempre lo stesso tragitto. Gli ubriaconi locali lo chiamavano ‘Kolia Aïvazovski’. Sul lato sinistro del petto – un tatuaggio ‘Vincent’, sull’altro – un ritratto grossolano di Stalin, realizzato a mano con un ago smussato…“. E lui stesso racconta in un testo autobiografico del giugno 1966: “Non ho mai avuto un vero rifugio. Non voglio mentire: sono stato espulso dalla scuola perché non avevo superato gli esami generali. Visitavo mostre e imparavo da solo. Un giorno, mentre lavoravo in un calzaturificio, venni a sapere che c’era una mostra a Leningrado. Con quaranta copechi in tasca, partii per Leningrado. Anche lì vagavo, dormendo dove la notte mi sorprendeva; in inverno dormivo nelle cabine telefoniche: mezz’ora di sonno e due ore per riscaldarmi. Vagavo perché amavo l’arte, perché ero completamente solo, perché i miei genitori erano morti; più volte ho iniziato a bere per la disperazione. Arrivai alla mostra in inverno, senza berretto, affamato, trascinando a stento i piedi. Dormivo in strada, nella metropolitana, negli androni dei palazzi…“.

SENZA ODESSA MORIREI”
A cinquant’anni alcuni amici lo sistemano in un ospedale psichiatrico, dove può vivere e lavorare senza timore di essere arrestato. Qui nascono le opere con le linee minimaliste, “matissiane“, a tratti quasi astratte. ​In questo periodo, modifica anche la propria firma: prima le iniziali “N.I.”, in un cerchio decorativo simile a un’aureola, poi circondate da filo spinato. Firma in seguito con il suo nome completo “Nikolaï Iakovitch“, aspetto non scontato per un orfano. Orfano del mondo era Kolia, che scelse di vivere senza documenti, in un immaginario portato all’estremo per mostrarci l’assurdità di quel che ci ostiniamo a definire “benessere”.

Halyna Kostina, artista e gallerista, racconta come nel 1989, a Odessa, Christine Colas – curatrice e gallerista parigina – si innamorò delle opere di Kolia: “Gli propose di trasferirsi a Parigi, gli disse che gli avrebbe trovato un atelier, creando tutte le condizioni necessarie alla sua creazione e alla promozione delle sue opere nelle migliori gallerie. Ma Kolia rifiutò. Disse: ‘Senza Odessa, morirei immediatamente. Non ci sarà creazione senza l’atmosfera in cui vivo’. Quel contesto lo nutriva e lo ispirava. ​Christine gli chiese allora cosa potesse fare per lui. Lui chiese denaro per colori, tele e sigarette. Lei gli lasciò 100 dollari“.

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​Negli anni Novanta a Odessa Kolia è considerato una leggenda vivente, e chissà quanto avrà odiato questa glorificazione. Ma nel 1991 il Museo Letterario cittadino ospita una sua personale e un’altra (di due giorni) nel 1993. Tra Schiele, Picasso e l’arte sacra, Novikov dà vita a una radicale e originale forma di avanguardia, antitetica tanto al formalismo borghese quanto al realismo sovietico.

LA GUERRA, I SENI E LE VERGINI
​Nel sopracitato testo del 1966 Kolia scriveva: “Sono ancora giovane, il mio unico obiettivo è la pittura. È la mia ultima speranza: disegnare, dipingere e portare gioia“. Stranisce leggere “gioia” emergere dalle sue parole. Perché Novikov parla a noi oggi, ma con un grido: parla alle donne e agli uomini del nostro tempo, costretti a mendicare frammenti di sacro nelle maglie fittissime, asfissianti, dei poteri sovranazionali, nelle paludi del consumo. E nell’era della guerra, Novikov ci grida le ferite, le morti innocenti. La sua terra è quella ancora oggi martoriata dalle bombe. Ma in un suo disegno, colpisce una spiga di grano (simbolo dell’Ucraina) crescere dentro un missile aperto.

Dominano, però, nelle sue carte quei visi lunghi e sgraziati dei sottoproletari dell’impero, a volte circondati da aureole dorate, santi senza fama, anonimi figli di Dio (anonimi, quindi, solo per gli uomini). Aureole, a tratti, di filo spinato, e che proprio quando sembrano rimandare a un esilio, sono corone di un femminile che ricorda la Vergine, un’icona sacra, una forza arcaica. All’improvviso, infatti, nelle sue opere si inciampa in un corpo di donna: le linee dolci e invitanti del seno, la sinuosità abbondante di un’infermiera, quella falsamente discreta di una prostituta, quella fertile e ingombrante di una madre.

PICCOLE CROCI E CORPI SANTI
E poi ci sono le case diroccate, quei monti ondulati, la verticalità dei palazzi sbilenchi, edifici perlopiù sacri sulla cui cima svetta – umile e piegata – una croce. Una croce piccola, timida, che si affaccia su un mondo ostile, torvo, minaccioso. Piccola umile croce china sulle piaghe delle donne e degli uomini, sulle miserie dei nostri stanchi giorni. Sulle nostre mancanze che implorano una pienezza, una luce. Così, in un disegno su carta del 1974 è Cristo il centro, solo lui, un Cristo col pane e il calice del vino, simboli eucaristici. Il pane e il vino, cibo materiale e cibo spirituale degli ultimi, dei senza patria, quei corpi santi amati da Dio e da Kolia immortalati.

«Al giudizio finale verranno pesate soltanto le lacrime».
(Emil Cioran)

Per visitare la mostra: cell. 3488838390 (Enrico Ravegnani)

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