

A settembre prenderà il via la prima scuola italiana di birdwatching, un progetto che nasce nel Parco del Delta del Po e che punta a trasformare una semplice passione in un percorso di formazione continuo. Dai corsi introduttivi alle uscite sul campo, fino ai laboratori di fotografia, disegno naturalistico e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, il programma è stato presentato nei giorni scorsi e lo abbiamo raccontato in questo articolo.
Ma dietro la struttura della scuola c’è soprattutto un’idea: insegnare a osservare la natura con uno sguardo diverso. Ne abbiamo parlato con Alessandro Troisi, illustratore naturalistico, birdwatcher, divulgatore e ambassador di Swarovski Optik Italia, che sarà tra i protagonisti del progetto. Con lui abbiamo ripercorso il senso della scuola, il valore del Delta del Po, il rapporto tra arte e osservazione, il ruolo dell’intelligenza artificiale e il motivo per cui, oggi più che mai, imparare a guardare può essere il primo passo per proteggere la natura.

Nasce la prima scuola italiana di birdwatching. Cosa c’è dietro questo progetto e cosa sperate di lasciare a chi parteciperà?
“In Italia iniziative dedicate al birdwatching ce ne sono sempre state, organizzate dai parchi, le oasi, le associazioni, con eventi, uscite e giornate sul campo. Mancava però una scuola vera e propria, qualcosa di continuativo e strutturato. Da qui l’idea di creare una sorta di “università” del birdwatching: un percorso con corsi, attività sul campo ed esperti a cui chiunque possa rivolgersi, anche partendo da zero. Il punto di contatto è stato l’incontro tra Swarovski Optik Italia ed EBN, l’associazione italiana dei birdwatcher: una realtà molto importante, con migliaia di iscritti, una rivista trimestrale e un lavoro costante di segnalazione su cosa si può osservare in Italia, dove andare, quali specie cercare. La cosa principale che vorremmo trasmettere è l’emozione. Io avevo quindici anni quando Fulco Pratesi mi portò all’Oasi di Orbetello a vedere i Cavalieri d’Italia: non l’ho mai dimenticato. Sono esperienze che ti restano addosso e, a volte, ti cambiano la vita. Non è una scuola per creare esperti, è una scuola per imparare a guardare”.

Divulgatore, birdwatcher, illustratore e tanto altro: quale sarà il tuo ruolo all’interno della scuola?
“Partendo da lontano ho frequentato il liceo artistico, poi mi sono dedicato alle Scienze Naturali e a un certo punto, come dicevo, ho incontrato Fulco Pratesi. Da lì è nato il mio rapporto con il WWF per il quale sono responsabile grafico-artistico dal 1985, e grazie al quale ho potuto unire le mie due grandi passioni: l’illustrazione naturalistica e l’osservazione della fauna. Quando ho iniziato, insieme ad Antonio Canu, le oasi WWF erano ventisette, oggi sono più di centotrenta. Poi ho incontrato Swarovski Optik Italia. Si sono accorti che utilizzavo già i loro strumenti, che per me non servono solo a vedere meglio, ma soprattutto a osservare senza disturbare gli animali, e quindi rispettandoli. Da lì è nata la proposta di diventare ambassador. Nella scuola porterò questo: osservazione sul campo, divulgazione, esperienza pratica, etica del birdwatching, disegno naturalistico e capacità di raccontare la natura. Perché il birdwatching non è soltanto riconoscere una specie, è imparare a leggere la natura nel suo insieme”.
La scuola si troverà nel Parco del Delta del Po’, un territorio già molto conosciuto per la sua fauna e la sua valenza naturalistica.
“Il Parco del Delta del Po è uno dei luoghi migliori d’Italia e d’Europa per il birdwatching. È considerato una delle aree europee più importanti per gli uccelli acquatici, migratori e nidificanti. Ci sono lagune, valli, zone umide, ambienti costieri, una varietà enorme di habitat e specie, quindi era abbastanza naturale pensare di far nascere qui una scuola di questo tipo. È un territorio straordinario, anche perché permette di osservare specie molto diverse e di capire quanto siano complessi questi ambienti. Non si tratta solo di vedere un uccello: si tratta di leggere un ecosistema, capire dove si trova, perché è lì, da dove arriva, dove andrà, quali relazioni ha con il paesaggio intorno”.

Tra le novità principali della scuola ci sarà l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Come può diventare un aiuto per chi osserva gli uccelli senza sostituire quella capacità di guardare, ascoltare e interpretare che resta alla base del birdwatching?
“L’ultima generazione di binocoli Swarovski integra un sistema collegato all’intelligenza artificiale. In pratica, attraverso un’app, il binocolo può riconoscere fino a novemila specie di uccelli europei e italiani: si inquadra un uccello, si attiva il menu e il sistema dice di quale specie si tratta. Per chi è alle prime armi può essere un aiuto enorme. Naturalmente non sostituisce l’esperienza, un birdwatcher esperto magari userà questa funzione solo quando ha un dubbio o per curiosità, però è uno strumento in più. In realtà la digitalizzazione è già entrata da tempo in questo mondo. Una volta andavamo in giro con le guide di campo cartacee, oggi sul cellulare puoi avere la Collins, che è una delle migliori guide al mondo sugli uccelli. Puoi cercare una specie, vedere dove vive, ascoltarne il canto, confrontare le immagini. La tecnologia aiuta, ma non deve togliere il piacere della scoperta”.

Parliamo un attimo del disegno naturalistico: cos’è che lo differenzia dalla fotografia e perché è così importante?
“Sono due cose completamente diverse. La fotografia cattura un istante, può essere straordinaria, naturalmente, e ci sono fotografi naturalisti bravissimi. Però la fotografia prende quel momento: l’animale passa, tu scatti, lo immortali. Il disegno è un’altra cosa. Se vuoi disegnare un uccello devi capire davvero com’è fatto, devi osservare le proporzioni, i colori, la postura, il movimento, il comportamento, devi capire l’animale a livello tridimensionale. Se sbagli qualcosa, il disegno non funziona. È una tradizione molto forte nel mondo anglosassone e a cui sono molto affezionato. Anche in Italia stiamo facendo passi avanti. Con l’Associazione Italiana per l’Arte Naturalistica abbiamo riunito circa trenta artisti naturalisti da tutta Italia e in questo momento c’è una mostra importante, “Tra Terra e Acqua”, al J-Museum di Jesolo: centoquattro acquerelli naturalistici in un museo d’arte contemporanea. Poi c’è tutto il mondo dei carnet de voyage che ha anche un collegamento curioso proprio con Ferrara, dove Luca Marini, un illustratore del nostro gruppo, ha aperto una galleria che si chiama La Stanza di Lucrezia, dedicata a sketch, acquerelli e taccuini di viaggio”.
Quindi possiamo considerare il birdwatching un movimento in crescita.
“Noi per anni abbiamo avuto il timore che il birdwatching restasse una passione per persone adulte: ci guardavamo intorno e vedevamo sempre le stesse facce, soprattutto quarantenni, cinquantenni, sessantenni. Poi, soprattutto dopo il Covid, è cambiato qualcosa. Credo che le ragioni siano tante. C’è sicuramente una stanchezza verso un sistema che va sempre più veloce, verso il digitale continuo, verso il deficit di attenzione. Il birdwatching ti obbliga a rallentare: devi fermarti, guardare, aspettare, ascoltare. È anche un modo per fare comunità e condividere osservazioni e dati”.

In un periodo storico come questo è una delle attività che certifica il riavvicinamento soprattutto dei giovani alla natura.
“Assolutamente sì. Di recente è uscito un articolo molto interessante che racconta un forte aumento dell’interesse della Generazione Z verso il birdwatching e l’osservazione degli uccelli. Da sempre il WWF organizza campi estivi in natura, e funzionano molto. Io per anni ho partecipato a quelli nel Parco della Maremma dove i ragazzi vengono ospitati in una foresteria, spesso vicino al mare, e in cambio danno una mano in alcune attività. Questo dimostra che tanti ragazzi cercano la natura, ma cercano anche la condivisione. Oggi vedo una voglia crescente di esperienze diverse. Invece della classica vacanza al mare, molti preferiscono fare un viaggio naturalistico, accompagnati da una guida e da persone della loro età. Anche se il birdwatching non diventa la loro grande passione, intanto vivono ambienti straordinari, stanno insieme, scoprono paesaggi bellissimi”.
Nei tuoi lavori più recenti hai dedicato due volumi al Cavaliere d’Italia e al Falco pescatore. Si può dire che sono le specie alle quali sei più legato?
“Senza dubbio. Il Cavaliere d’Italia è stato il primo animale che mi ha fatto innamorare del birdwatching quando sempre Fulco Pratesi, nel 1965, documentò la loro nidificazione nella laguna di Orbetello e qualche anno dopo, nel 1972, scrisse Il Cavaliere della Grande Laguna, un romanzo straordinario in cui i Cavalieri d’Italia diventano personaggi veri che abbiamo anche ripubblicato con la Pandion, la mia casa editrice. E poi il Cavaliere d’Italia è proprio l’uccello simbolo del Parco del Delta del Po. Il Falco pescatore è l’altra specie della mia vita. Ho fatto parte del progetto di reintroduzione del Falco pescatore in Italia, nato grazie alla collaborazione tra il Parco della Maremma e il Parco della Corsica, dove c’erano molte coppie e si poteva prelevare il terzo pulcino di alcuni nidi, senza compromettere la riproduzione. C’è anche una bellissima storia, la storia di Mora, una femmina di Falco pescatore arrivata dalla Corsica che ha contribuito alla nascita di ventidue giovani falchi pescatori dal 2018 a oggi. È la protagonista del mio ultimo libro, Mi chiamo Mora. Storia dei falchi pescatori di Orbetello”.

Raccontare gli animali per proteggerli.
“Quando racconto Mora ai ragazzi, cambia tutto. Non dico semplicemente: “Quello è un Falco pescatore”, ma racconto la sua storia: non stanno più osservando un uccello qualsiasi, stanno incontrando Mora. La conservazione passa anche dal racconto. Se una persona vede un uccello e non sa nulla di lui, magari lo dimentica. Se invece conosce la sua storia, il viaggio che ha fatto, il nido, i piccoli, i pericoli, allora si crea un legame. Quando accompagni bambini e ragazzi, questo è fondamentale. Non basta dire il nome di una specie, devi far capire che quell’animale ha una vita, delle abitudini, delle difficoltà, un ruolo nell’ambiente”.
Se dovessi convincere una persona che non ha mai preso in mano un binocolo a partecipare alla scuola, o semplicemente a provare il birdwatching, cosa le diresti?
“Direi di provarci. Prima di tutto per una questione sociale: entri in un gruppo di persone che condividono la tua curiosità e vivi un’esperienza insieme ad altri. Poi ci sono guide esperte e strumenti professionali messi a disposizione della scuola, che permettono anche a chi parte da zero di vivere il birdwatching nel modo migliore. Poi c’è tutto il resto: la natura, il territorio, le giornate all’aria aperta, gli agriturismi, le cene, la condivisione. Magari qualcuno scoprirà che il birdwatching non fa per lui. Ma secondo me vale comunque la pena provarci, perché è un’esperienza che lascia qualcosa. Anche solo imparare a guardare con più attenzione è già un cambiamento. Ti accorgi che intorno a te c’è molto più di quanto pensavi”.


Classe 2000, nato a Ferrara e cresciuto poco distante: passava le domeniche “alla SPAL”, ora la racconta su LoSpallino. Giornalista pubblicista dal 2024, dopo la triennale in Lettere e la magistrale in Comunicazione e Marketing si muove tra parole, strategie e la sottile arte di convincere la gente di quello che scrive (o almeno ci prova).
Ama lo sport in ogni sua forma: sui campi da calcetto, con una racchetta in mano, e quando capita anche con gli sci ai piedi. Ha una chitarra, che talvolta suona, e una playlist di cronache sportive memorabili. Scrive perché gli piace, e perché alla fatidica “Cosa vuoi fare da grande?” ha sempre risposto: “il giornalista”.