

A Ferrara negli ultimi anni si è fatta strada una certa narrazione per cui i grandi eventi musicali non ci siano mai stati. Non è una polemica, ma una constatazione che scaturisce dagli scambi quotidiani – non sempre amichevoli – tra i cittadini che finiscono col dibattere del tema dei concerti. I grandi nomi, quelli che conoscono tutti, finalmente mettono Ferrara sulla loro mappa. Vero se si parla di folle oceaniche come quelle accorse per Bruce Springsteen o Vasco Rossi.
Ma come al solito le conclusioni dipendono molto da come viene strutturata la propria tesi. Il numero degli spettatori non è necessariamente indice di qualità e non sempre un evento di qualità deve per forza coinvolgere un pubblico da record. Il festival Ferrara Sotto le Stelle che oggi festeggia le 30 candeline ne è una delle dimostrazioni. Una manifestazione che a lungo è rimasta circoscritta – si fa per dire – tra Piazza Castello e dintorni, eppure ha regalato serate memorabili per diverse generazioni di ferraresi e non.

Il programma 2026 ha già avuto alcune anticipazioni in primavera e si dividerà in tre date al Cortile del Castello Estense e altre tre alla Delizia Estense di Benvignante, per festeggiare queste tre decadi di musica assieme ad artisti di tutto rispetto.
Intanto però guardiamoci indietro e proviamo a fare una lista, in maniera assolutamente personale e soggettiva, dei sette momenti iconici e indimenticabili di questi trent’anni. Se mancherà qualcosa teniamo conto che si tratta dei momenti che abbiamo potuto sperimentare di persona: altrimenti sarebbe solo un passaparola e quando si parla di musica dal vivo, bisogna esserci, non sentirselo raccontare.
Ma, lo anticipiamo: se hai un tuo momento speciale che manca dalla lista, scrivi un commento a questo articolo, nei link social o, se vuoi, una mail a mail@filomagazine.it.

7 – Bright Eyes, in bianco.
Ci siamo stupiti, nello scrivere questo articolo, ma causa pandemia globale (c’era una data a Torino nel 2020, annullata) è dal 2014 che Conor Oberst non suona in Italia. Prima di esibirsi da solista a Sestri Levante la sua precedente apparizione su un palco della penisola era datata 2007, 17 luglio 2007, in piazza Castello a Ferrara. Peraltro un ritorno dopo la data di due anni prima, nello stesso posto.
I Bright Eyes avevano da poco pubblicato Cassadaga e infatti la scaletta fu incentrata sul loro ultimo lavoro, ma non poterono mancare i capolavori degli anni precedenti. Quella sera sul palco erano tutti in bianco, a celebrare la delicatezza di canzoni destinate a diventare immortali, in un concerto di enorme qualità, molto più di una replica della data a ingresso libero di due anni prima. Quel tipo di appuntamenti del festival in cui
a un certo punto arrivava qualche signore in bicicletta e ti chiedeva “ma chi è poi che suona stasera?“. Lui con piedi a terra e sguardo vago; dall’altra parte uno che pensava ai binari della vita, a come si poteva lasciare infrangere le proprie sofferenze d’amore sulle note di quel tizio nato in Nebraska, che era apparso giovanissimo sulle scene (addirittura minorenne) e che l’anno dopo quel concerto sarebbe stato tra i tanti musicisti indipendenti a suonare in favore dell’elezione di Obama, e alla vita di quel signore, probabilmente nato a Ferrara, vissuto a Ferrara, sempre in giro per Ferrara con la sua bicicletta e pensavi: “Ma che vuoi che gli racconti di quanto è importante questo tizio sul palco per tutti noi“.
E questa è un po’ la prima lezione che ci portiamo dietro di quegli anni e di questo festival: non è mai stato il luogo dove riunirsi per un evento, era un evento per chi faceva parte di quel pubblico e si faceva spesso mezza Italia pensando al miracolo che stava per vedere. E nel caso dei Bright Eyes, quella sera sarebbe stata l’ultima in Italia.
6 – I The National e quel finale, alcolico, imperfetto, bellissimo.
Un concerto è bello dal vivo per diversi motivi: per la qualità, l’intensità, per la parte di spettacolo visivo e sonoro, per il dialogo con il pubblico, per la scaletta. Ogni tanto però ci sono concerti che sparigliano le carte e quella sera, nel 2011, era chiaro che avremmo vissuto una serata speciale, vista anche l’apertura dal sapore balcanico dei Beirut: un piccolo culto che già valeva il biglietto.
Ma il nome principale della serata erano i The National, nel loro momento perfetto dopo tre dischi stellari come Alligator, Boxer e High Violet. La cosa sorprendete di una generale serata bellissima fu il deragliamento della perfezione stilistica della band: non nel senso di una scarsa qualità, tutt’altro, ma nell’evidente stato di libera alterazione alcolica del frontman, Matt Berninger. Nel contatto totale con il pubblico che alla fine lo inglobava, un filo del microfono che spariva tra le persone e chissà dove era Matt, alla fine. C’era una dissonanza sorprendente ed emozionante tra composizioni così delicate e quella energia ruvida, imperfetta dell’esibizione.
E poi quel momento: l’impianto spento, tutta la band davanti di fronte al pubblico e una “Vanderlye Crybaby Geeks”, ultima traccia del nuovo disco, destinata a diventare la chiusura per anni di ogni concerto della band. Una canzone dolente, sussurrata, urlata in un dialogo tra gruppo e pubblico, mani che si sfiorano, corpi vicini, mentre la tromba di Beirut accompagnava un finale quasi sgraziato, imperfetto, bellissimo, autentico, non dimenticabile. Come dicevamo: non è questione di qualità, ma di comunione.
5- Franz Ferdinand e “This Fire”
Su disco “This Fire” dura circa quattro minuti. Quella sera del 2008, a giudicare dai ricordi fissati dal video, siamo andati oltre i 7 minuti. I Franz Ferdinad sono un gruppo scozzese che non ha mai fatto reali rivoluzioni ma, allo stesso tempo, ha imbroccato una lunga serie di perfette hit rock, accattivanti e degne di ogni club alternativo, che gli concedono, ancora oggi, di essere una macchina perfetta dal vivo. Non si prendono sul serio, fanno sul serio.
“This Fire” direttamente dal disco di debutto è una di quelle canzoni perfette: la cosa particolare è che, sbaglieremo forse, ma ricordiamo quella sera e quel momento come quello in cui abbiamo dubitato della tenuta di Piazza Castello. Dei sassi, delle mura antiche del castello, dell’onda di movimento di migliaia di persone che non stanno ferme. Saltavano, tutte. Nel 2026 ci sono state diverse polemiche per i concerti cittadini e per le onde sonore avvertibili in mezza città fino a orari parecchi tardi. La domanda è cosa si percepisse da fuori, prendiamo il momento dal minuto 4, prendiamo quella cassa dritta pronta a esplodere e poi trattenuta, il basso avvolgente, e poi, minuto 5, il salto e il canto collettivo di tutto il pubblico. Non erano onde sonore, era un battaglione, una marcia, un ritmo impossibile da non tenere, mani, piedi, gambe, voci. Stare immobili non era un’opzione, immaginiamo pure per chi era al mixer o al servizio ambulanza: magari sbagliamo, ma la sensazione era quella. E l’abbiamo pensato davvero: ma regge la piazza a questo?
4 – I Sigur Rós, dietro le tende.
La band di culto islandese ha suonato tre volte a Ferrara Sotto le Stelle: nel 2003, nel 2006 e nel 2013, senza dimenticare Jónsi, cantante della band, solista nel 2010. Chi ha organizzato il festival ce l’ha raccontato: volevano venire loro. Erano felici qui, ci hanno anche raccontato altro e lo lasciamo a chi c’era perché certe cose non vanno scritte, ma possiamo dire che c’è stata festa e qualche innocente eccesso di pura gioia dello stare a Ferrara. Il culto della band è cresciuto quasi parallelo ai primi anni del festival (1996 la prima edizione e 1997 il primo disco della band) e ci piace che esista questo video qui sotto, che ci sia una indelebile traccia.
Siamo nel 2006 e mancano circa 500 persone in Piazza Castello, rispetto ai biglietti venduti. Sono probabilmente a casa, forse assurdamente sono in una piazza vicina a seguire la semifinale dei mondiali di calcio contro la Germania. Avevano il biglietto, ma non sono venuti, mentre tutti gli altri sì: per l’Italia un evento grosso, di quelli destinati a scolpire epoche e memorie e quindi ci stava, che ci si dividesse. Ma gran parte avevano scelto Piazza Castello.
È un tour speciale e la band islandese chiude il concerto con dei tendoni che li mostrano solo come ombre e luci, con l’ultimo pezzo, quello che si chiama “Untitoled8” o “Popplagið” un brano che dura quasi 12 minuti, diviso in due pezzi, con la seconda che è esattamente questa del video, un lungo crescendo che sembra non finire mai, un crescere di batteria e suoni intorno alla voce di Jónsi che ripete e ripete gli stessi suoni fino a togliere il fiato e liberare le scariche elettriche del finale. Bello eh il gol di Grosso quella sera, per l’Italia: ma se parliamo di momenti che segnano l’anima di un ascoltatore di musica, non c’è paragone: è come un tatuaggio indelebile tra le cose grandi che hai visto mentre c’eri.
3 – Sufjan Stevens con i palloni che volano ovunque durante “Chicago”.
È il maggio del 2011. Il Teatro Comunale di Ferrara ha più di 200 anni di storia, ma difficilmente ha vissuto, prima e dopo, una serata come quella. Basta il video che lo testimonia qui sotto: cosa è stata, quella sera? È stata lo show di uno dei più grandi cantautori del nostro tempo, appena qualche anno prima di sfiorare un Oscar, appena dopo un doppio album alieno e sperimentale che aveva invece mostrato un autore che si allontanava dalla perfetta classicità del suo folk per andare verso un pop futuristico, spiazzante quanto affascinante.
Una produzione anche visiva assolutamente fuori dagli schemi: ma quasi niente di quello che è stato prima raggiunge il momento di “Chicago”. Tutti affascinati da quello che avevamo visto prima e poi quel cambio di linguaggio nei tre pezzi finali, provenienti tutti da “Illinois”, capolavoro del 2005, brani quasi spogli e acustici rispetto a quello che era successo poco prima.
Ma poi è arrivato il momento: la festa finale, la canzone che basta scriverla per prendersi un posto nella storia della musica (ma ne sarebbero arrivati altri poi, per Sufjan) e non si sa da dove, come e perchè, il Teatro Comunale si riempie di palloni, giganteschi palloni che volano ovunque, in un rimbalzo continuo, pubblico, cantanti e musicisti, è una festa, non era una festa, lo è diventata, è purezza e al minuto 2:04 del video sotto si sente un inadeguato, assurdo “freedom” cantato da una qualche ragazza al microfono che viene passato nella prima fila, una risata collettiva, non c’è più preparazione ora, ora è liberi tutti, di seduto non c’è nessuno, cantano tutti.
“ho fatto un sacco di errori / tutto passa / tutto va” cantano tutti.
Una bellezza sconfinata. L’unico che non è stato commesso è stato rinunciare a venire: chi c’era sa.
2 – I Radiohead a Ferrara (due di fila).
Esiste un prima e un dopo, a Ferrara Sotto le Stelle. E non esiste dibattito a riguardo: sono stati i Radiohead con la loro doppia data, nella furiosamente calda estate del 2003, quando le estati calde erano un evento e non una normalità a cui rinunciamo ad abituarci. Il gruppo che era, in quel momento, il più rilevante del decennio precedente e di quello attuale, quello che aveva scelto di ribaltare tutte le regole (no, non si suona più il proprio primo singolone, Creep, no, non inseguiremo il successo commerciale di Ok Computer e anzi faremo due album gemelli e sperimentali come Kid A e Amnesiac) aveva deciso di fare un tour in piazze storiche, piccole, in luoghi intimi dove far vibrare la voce di Thom Yorke.
E tra gli altri aveva scelto Ferrara e la sua scelta: l’avevano scelta dopo un sopralluogo. Quel giorno c’erano, al mattino, le tende di chi aveva passato la notte lì, una decina di ragazzi, e quel giorno c’erano più persone di quelle che avrebbero dovuto esserci secondo le regole, ma non lo diremo a nessuno e quel giorno, semplicemente, la band più rilevante del mondo, forse nel suo momento migliore, era in piazza Castello. Nei suoi estremi: le folli danze elettroniche di Idioteque, completamente diversa che su disco e il silenzio, totale, cosmico e irreale, di “Exit Music”, dove avresti sentito cadere una matita a terra. Perché il pubblico sapeva (e dovrebbe tenerlo sempre a mente, anche oggi che molto è cambiato): sapeva che non è sempre necessario cantare assieme e sopra, anzi. A volte serve silenzio e sentirsi parte del tutto.
1 – Gli Arcade Fire e Rebellion, quando tutti eravamo uno.
Uno dei grandi colpi di quegli anni: gli Arcade Fire avevano fatto un mezzo botto con il primo disco, cresciuto con il puro passaparola delle community online e delle riviste. L’anno dopo sarebbe uscito il seguito, in rete giravano i report dei leggendari primi concerti, tra cui il primissimo a Milano, di cui si può ancora leggere:
Non c’ altro modo di raccontare questo concerto, credetemi: gli Arcade Fire hanno un’innocenza, una forza, una contentezza nel suonare che non può non contagiare tutti. Règine intona un’ultima canzone, con una voce trasparente e vetrosa, sul punto di spezzarsi, mentre tutta la band scende dal palco e cammina suonando tra il pubblico, come a coinvolgerlo ancora di più, per qualche minuto ancora, per gli ultimi istanti di una serata davvero speciale.
E quindi il colpaccio dello sceglierli per una data unica, una scommessa. A marzo del 2007, poche settimane prima del concerto, esce il secondo album “Neon Bible”, che conferma in tutte le maniere possibili un fatto semplice: in quel momento gli Arcade Fire sono IL GRUPPO che tutti devono vedere.
Ma siamo appunto nel 2007, non viene tutto anticipato e spoilerato come oggi, per cui chi è quella sera in Piazza Castello viene letteralmente travolto, non trova un gruppo, trova una orchestra. Non ascolta canzoni, sente suonare degli inni, non vive momenti di gioia e intimità, ma si trova dentro a una piazza medievale che è energia, emozione, lacrime, salti, gioia.
È una tempesta emotiva, un assalto al cuore, quando finisce “Rebellion (lies)”, una di quelle canzoni semplicemente perfette che nella vita capita di sentire solo ogni qualche anno, o forse (quasi) mai, quando finisce Rebellion il pubblico continua a cantare, la melodia travolgente che chiude il pezzo non è più una canzone, è un mantra ripetuto, ossessivo. La band fa la sua pausa, risale sul palco e guarda il pubblico, l’ha già sentito continuare a cantare e quando torna riprende a suonarla, Rebellion.
Quei tizi, quei canadesi, quella sera a Ferrara hanno guardato le persone, le hanno ascoltate e hanno capito: Rebellion non sarebbe dovuta finire mai, poteva non finire mai, era una melodia eterna, condivisa, non lontano da quei canti di certi riti buddisti, di quelle cerimonie africane, di quelle danze delle Hawaii, di tutti quei luoghi del mondo dove la musica unisce, senza barriere, creando un legame unico, tra chi c’è, chi suona, la propria memoria e quella collettiva. E per un po’ allora Rebellion l’hanno suonata, istintivamente. Un istante perfetto sotto le luci di Piazza Castello.
La nuova edizione di Ferrara Sotto le Stelle (qui il sito ufficiale con tutte le informazioni) ha un bel programma e parte proprio tra pochi giorni, chissà che sia il caso aggiornare la presto la nostra lista.
Cortile del Castello Estense (Ferrara)
– 22 Luglio: Ministri + Lostatobrado
– 23 Luglio: The Notwist + Banadisa
– 25 Luglio: Emma Nolde + Marta Guidoboni
Delizia Estense di Benvignante (Argenta)
– 28 Luglio: King Of Convenience
– 29 Luglio: Marlene Kuntz
– 30 Luglio: Les Négresses Vertes
Informazioni
Ferrara Sotto le Stelle


Classe 85, vive a Ferrara da vent’anni. Secondo il profilo ufficiale è Infermiere, nel contempo si occupa da anni di giornalismo con l’idea di cercare di raccontare il mondo da una angolazione sempre nuova, con spirito critico ma rivolto al meglio, al domani e al possibile. Ha scritto un romanzo, si chiama “Sfumature” e si occupa di musica con una newsletter settimanale, live report e altro.Qui su Filo, articolo dopo articolo tenta di costruire un mondo più informato, consapevole ed ottimista o, almeno, aderente alla realtà.