IBO: i “professionisti del sociale” con la luce negli occhi7 minuti

Una nuovissima casa ferrarese (inclusiva e aperta, dopo tanta gioiosa fatica e qualche piccola inevitabile polemica), e una storia internazionale lunga sessantanni (costruita passo dopo passo, ascoltando i cambiamenti della società senza mai dimenticare lo spirito ispiratore).

Era il 1957. Andava in onda per la prima volta Carosello, debuttava il primo modello di Fiat 500, veniva inaugurato il Camp Nou di Barcellona, nascevano Lilli Gruber e Beppe Saronni, se ne andava Umberto Saba. Tra le more della Storia, negli stessi mesi un gruppo di “tute bianche” lanciava in Italia una iniziativa di volontariato che da quattro anni aveva coinvolto in nord Europa qualche migliaio di ragazzi allo scopo di ricostruire abitazioni e scuole destinate ai profughi del secondo conflitto mondiale. Colpevole di questa piccola utopia un giovane ed entusiasta sacerdote inviato dal Belgio, padre Angelo Marcandella (che peraltro la scorsa settimana, a 87 anni suonati, si è fatto il medesimo tragitto andata/ritorno in un giorno solo per salutare l’inaugurazione della nuova sede). Nasceva IBO Italia, un’associazione di ispirazione cristiana che faceva del volontariato e dell’impegno condiviso tra persone di nazioni diverse a favore di altre persone in difficoltà, la base per la pace e la giustizia. Nel 1972 sarebbe arrivato il riconoscimento di Organizzazione Non Governativa. Nel 1994 la sede nazionale veniva spostata a Ferrara, nella celeberrima “Casona” di Cassana; poi in via Montebello, quindi alla “ex Banzi” di via Boschetto, aperta ufficialmente il 23 maggio con tre giorni di festa.

ONG ormai, nell’immaginario collettivo, fa rima con barconi, migranti, accoglienza. Una semplificazione giornalistica oltre la quale ci sono storie e anime diversissime. L’anima di IBO prova a raccontarla il direttore Dino Montanari: “Ci occupiamo di cooperazione internazionale e volontariato; in mezzo a queste due stelle polari c’è una costante attività di sensibilizzazione sul territorio per promuovere i nostri principi, favorire la partecipazione diretta e lavorare sulla formazione. Cooperazione internazionale significa realizzare progetti di sviluppo in paesi extracomunitari (più la Romania): vogliamo che i ragazzi che vivono nel sud del mondo abbiano l’educazione e la formazione per poter scegliere di mantenere le proprie radici, e non trasformarsi in emigranti. Il volontariato è il nostro reale core business: l’anno scorso abbiamo coinvolto quasi 900 persone tra campi di lavoro all’estero, gruppi locali di chi mette a disposizione un pizzico del suo tempo libero, interventi per calamità naturali, tirocini, servizio civile e alternanza Scuola-Lavoro”.

Il tutto con quali danari?
“Su un bilancio di circa 700 mila euro quasi il 60% delle entrate arriva da privati: la CEI, singole aziende o persone fisiche, attività di raccolta fondi. Il resto, al netto del Cinque per Mille, arriva da finanziamenti dell’Unione Europea, nazionali e regionali sulla base di partecipazione a bandi e progetti presentati. È tutto perfettamente trasparente sul nostro bilancio sociale che pubblichiamo ogni anno”.

Esiste un identikit del volontario che decide di trascorrere settimane o mesi in India, Tanzania, Romania, Perù, Ucraina? Secondo quali parametri viene scelto?
“Semplificando, donna, 25 anni, laureata. Per i campi di lavoro riceviamo almeno 100 richieste all’anno, tra le quali selezioniamo circa 25 ragazzi al termine di colloqui molto rigorosi: valutiamo l’umanità, ma cerchiamo anche capacità di lavorare in gruppo e competenze gestionali. L’esperienza che andranno a fare ti arricchisce, ma non è una passeggiata: si lavora fisicamente, si imparano le lingue, ci si mette a disposizione in contesti molto delicati. I volontari si pagano il viaggio e l’assicurazione; arrivati sul posto ricevono vitto e alloggio facendo vita di comunità, condividendo, dando e ricevendo”.

Sembra un’esperienza per borghesi agiati che vogliono sentirsi buoni…
“Non necessariamente. Negli anni ho conosciuto tanti ragazzi privi di disponibilità economica che hanno lavorato un intero inverno per mettere da parte i soldi per partite; dipende sempre dalle motivazioni e dalle priorità. Negli ultimi anni poi si può accedere a finanziamenti specifici per consentire a chiunque di fare l’esperienza”.

Oltre allo straordinario arricchimento umano, cosa rimane tornati a casa?
“Referenze pesanti da mettere nel curriculum. Oggi volontariato e no profit possono essere importanti trampolini per successivi sbocchi lavorativi. Nel tempo con i campi di lavoro abbiamo costruito persone competenti, sensibili, che conoscono i territori complicati nei quali hanno operato; spesso queste persone hanno una marcia in più e vengono ‘draftate’ da ambasciate o istituzioni internazionali. Ma anche le grandi aziende private ultimamente hanno mostrato di apprezzare le soft skills dei nostri volontari: la loro borsa degli attrezzi fa gola a chi è alla ricerca di manager con profili internazionali. A IBO lavorano a tempo pieno con contratti di varia natura 13 persone. Tutte sono partite dal servizio civile: hanno mostrato competenze, attivato nuovi settori di sviluppo, e sono rimaste”.

Tornano alla mente le critiche di Giorgio Gaber contro ‘chi è solidale e fa il professionista del sociale’. Gaber denunciava la deriva della mitologia del volontariato trasformato in forma di speculazione su merce umana…
“Professionisti del sociale siamo stati obbligati a diventarlo. La nuova legge sul lavoro del 2008 ha completamente cambiato la prospettiva e il livello di rendicontazione è altissimo. Oggi la preparazione normativa richiesta, le responsabilità che ci si accolla e la necessità di mantenere relazioni istituzionali rendono impossibile fare associazionismo di un certo livello nel tempo libero. Ci siamo trasformati in impresa sociale. Ciò che rimane immutato è lo spirito, o quella che io chiamo etica del lavoro; che poi dovrebbe guidare qualsiasi tipo di attività”.

Ma spesso di questi tempi si parla di legami incestuosi tra ONG e multinazionali, o peggio si accusano le ONG di essere esse stesse multinazionali…
“Per legge una ONG non può produrre dividendi. Alcune hanno fatturati di diversi milioni, non nascondiamocelo, ma rimane un sacrosanto dovere di trasparenza; superiore ad esempio a quella richiesta alle Fondazioni o ai partiti politici. È un circolo vizioso, ma anche virtuoso. Per dire: se non avessimo una struttura solida e professionale, e naturalmente i conti in regola, non avremmo ottenuto dalle banche le pesanti fideiussioni necessarie per garantire la ristrutturazione della ex Banzi, come richiesto dal bando”.

Così l’impresa sociale, per dare servizi alla collettività, ha bisogno di vestirsi un po’ da industria. Da 10 anni, ad esempio, IBO ha un grande compagno di viaggio. Si tratta di Sodalitas, società di consulenza finanziata da grandi gruppi nella quale operano ex manager in pensione che mettono gratuitamente a disposizione del mondo no profit la propria esperienza. A IBO è toccato Felice Manfroi; prima collaboratore, poi amico e tifoso dell’associazione ferrarese: “Conoscevo il mondo del fundraising e mi hanno affidato IBO: ho organizzato incontri, ho fatto domande per capire chi fossero, ci siamo anche confrontati duramente, ma sono stato trafitto dalla luce speciale che avevano negli occhi. Per 32 anni in azienda sono stato schiavo del profitto. Ora posso portare la mia visione gestionale in un mondo nel quale la cosa più importante sono le ricadute dei risultati”.

Le ricadute, appunto. Quali possono essere sul territorio locale per una organizzazione che si occupa prevalentemente di cooperazione internazionale?
“Fino al 2009 – spiega Giacomo Locci, responsabile della comunicazione di IBO – quasi nessun volontario IBO era di Ferrara, mentre ora intercettiamo molti cittadini grazie al lavoro svolto soprattutto nelle scuole e alle proposte di volontariato espressamente rivolte agli adolescenti. Ma la risposta migliore la dà la nostra nuova sede di via Boschetto, che vuole essere uno spazio ospitale e inclusivo per tutta la città, a partire dalle persone che vivono nel quartiere. Quando abbiamo iniziato il cantiere siamo stati accolti da un pizzico di diffidenza da parte di alcuni residenti. Mi fa piacere che all’inaugurazione molti ci fossero, e ci abbiano testimoniato il loro apprezzamento per la qualità della ristrutturazione”.

Per questo l’avete ribattezzata ‘casa IBO’?
“Una casa aperta a tutti. La prima volta che l’abbiamo vista, in una piovosa mattina d’inverno, abbiamo capito subito che poteva essere perfetta per la nostra idea comunitaria: diventare a un tempo una sede operativa, un luogo per incontri di formazione, un punto di riferimento conviviale. Pensiamo a uno spazio di co-working tecnologicamente attrezzato per start-up e giovani che si affacciano al mondo del lavoro; già ospiteremo il Centro Sportivo Italiano per provare a realizzare progetti comuni, ma, perché no, anche riunioni condominiali o gruppi di amici che vogliono fare caffè letterari”.

[L’autore dell’articolo aveva partecipato nel 1994, per gioco e amicizia, alla ristrutturazione della prima sede ferrarese di IBO Italia a Cassana. Tanti venerdì sera che cominciavano smerigliando e dipingendo finestre, e finivano con fette di salame, bicchieri di rosso e mazzo di carte. Al termine dell’intervista in questo maggio 2019 compare una torta salata, un vino delle sabbie, e la proposta di un trionfo. Cambia la società, ma non si dimentica lo spirito ispiratore].

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