La fotografia analogica come supporto alla cura di bulimia e anoressia 5 min read

“Comunicare la libertà” non è un libro o uno slogan, ma il titolo di un progetto originalissimo, ideato da una dolce e introversa ragazza di Ferrara. Quando sono arrivata in via Vignatagliata 18, Lucia Scanelli mi ha accolta con un sorriso timido, eppure radioso. Classe ’96, un maglione troppo largo e i biondissimi capelli raccolti in maniera spettinata, stretti in un fiocco rosso fuoco che rende la sua pelle chiara e i suoi occhi azzurri ancora più luminosi.

“Vuoi prima vedere le fotografie?” mi chiede Lucia mentre mi accompagna verso la galleria che racchiude la realizzazione del suo progetto: “Comunicare la libertà, la fotografia e il collage analogici come supporto alla cura dei disturbi del comportamento alimentare”, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara (con i Proff. Dario Scodeller e Davide Turrini) e il Centro Universitario Interaziendale per i Disturbi del Comportamento Alimentare, diretto dal Prof. Stefano Caracciolo, nel Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda USL di Ferrara. 

“Ho avuto problemi di anoressia nel 2013 e quello che mi faceva stare bene era la fotografia – inizia a raccontarmi Lucia, giocando con i polsini del suo maglione –; sono stata tre mesi in Inghilterra e quando sono tornata mia mamma mi ha messo un macchina fotografica in mano e mi ha detto “andiamo a fare qualche scatto”. Così ho riscoperto la mia passione. Studio design del prodotto industriale a Ferrara e il tema di laurea di quest’anno è la “sicurezza”. In casa il mio problema è sempre stato un tabù e in quel momento ho capito che volevo fare una tesi mia, in tutto e per tutto”. Lucia si è così imposta una sfida, accompagnata dal timore di riaffrontare ciò che in passato l’aveva fatta stare male. Si è messa in contatto con il Professor Caracciolo, la psicoterapeuta Veronica Roccati e la psicologa Priscilla Saladino che le hanno affidato un campione di cinque persone in cura per anoressia e bulimia nervosa. Asia, Michela, Agnese, Davide e Giulia hanno tra i 18 e i 22 anni e ciascuno ha accolto il progetto a proprio modo: chi con entusiasmo, chi con molte perplessità, ma tutti mettendosi in gioco. 

Il progetto di Lucia nasce dalla curiosità di sperimentare nuove forme di comunicazione attraverso l’uso della fotografia e del collage analogici, strumenti che spronano l’individuo a manifestare le proprie emozioni e stati interiori: “Ho iniziato un percorso individuale con ciascuno di loro – mi spiega Lucia ripercorrendo i vari step affrontati –; dopo aver spiegato loro la mia idea, ho consegnato a ciascuno una macchina fotografica. Avevano uno, massimo due, rullini a disposizione. Una volta sviluppate le fotografie ho chiesto loro di realizzare dei collage e di spiegarmi sia il significato attribuito all’opera creata, sia cosa il progetto abbia significato per loro. Il risultato è stato incredibile, non avrei mai pensato che si aprissero così tanto perchè io, nella loro condizione, non ci sarei mai riuscita”. 

Il modo in cui è stata allestita la galleria è una metafora del disturbo alimentare: ha un’inizio, un decorso e una “guarigione” che Lucia ha voluto simboleggiare con l’uscita vera e propria dalla galleria stessa. Mentre parlo con lei, si sofferma spesso sulle parole dei cinque ragazzi che hanno partecipato al progetto, riportate su pannelli appesi sotto ai loro collage e accompagnate dalle musiche appositamente realizzate da Marco Tomesani ed Edoardo Robert Elliot. 

C’è chi attraverso i propri collage ha affrontato temi come il disagio sociale, il viaggio e il tempo, e chi si è soffermato sulla propria stanchezza o sul concetto di libertà. Nonostante le diverse emozioni provate, tutti sembrano aver apprezzato in particolar modo l’uso della camera oscura, che Lucia mi ha spiegato essere metafora del grembo materno: “Dal negativo fai prendere vita a qualcosa che tu hai scelto di immortalare. Ho prediletto la fotografia analogica perchè quando hai solamente 36 scatti a disposizione, automaticamente rifletti di più sui soggetti da fotografare”. 

Le parole dei cinque ragazzi inoltre sono accomunate da un apprezzamento per l’assenza di colore che caratterizza i loro scatti: “La fotografia in bianco e nero costringe a indagare le situazioni e ad andare oltre l’apparenza” ha detto Asia, “[…] è un modo per fermare la realtà e toglierla dal suo tempo” ha sottolineato Michela, “Il bianco e nero è astratto e atemporale, incredibilmente poetico” ha precisato Giulia. 

La fotografia, così come uno specchio, restituisce un’immagine realistica del soggetto che ha di fronte, ma essendo lo specchio uno dei prinicpali nemici di chi soffre di disturbi alimentari, ho voluto chiedere a Lucia come può la fotografia aiutare realmente chi soffre di anoressia e bulimia: “Sono partita dal concetto di dispercezione, ovvero l’alterazione della facoltà di percepire, di acquisire mediante i sensi, informazioni su se stessi e sul mondo circostante. Chi soffre di disturbi alimentare ha una visione distorta di sè, un’autostima bassa e tanta insicurezza, per questo non ho chiesto loro di immortalare loro stessi, eppure nei loro scatti c’è tanta introspezione. Davide ad esempio, si è paradossalmente soffermato sui suoi principali problemi, il cibo e le nuove amicizie. Credo che questi scatti siano lo specchio dell’anima di ciascuno di loro”. 

Lucia si emoziona mentre parla del suo progetto e mi spiega che, nonostante la fatica fisica e mentale sia stata tanta, ha instaurato rapporti intimi di vera amicizia con tutti i ragazzi: “I dubbi non sono mancati, ma l’entusiasmo è stato tanto… tra noi si è creata una magia pura”. 

Mentre ascolto Lucia, mi soffermo a leggere le parole dei ragazzi, nella luce fioca e avvolgente della galleria. Mi ha paticolarmente colpita il racconto di Davide che, nell’intero pannello, non ha fatto altro che rivolgersi direttamente a Lucia: “Ti ringrazio per aver acceso in me una piccola fiamma di coraggio per potermi aprire al mondo […] Ognuno merita di poterla provare […] Spero che questo tuo progetto venga capito da coloro che hanno una tempesta dentro […] Nulla è perduto, c’è sempre un motivo per andare avanti”. Leggendo tali parole posso immaginare cosa Lucia abbia provato, ma ho voluto chiederlo a lei che, con soddisfazione e un velo di nostalgia, ha racchiuso in poche brevi frasi una quantità infinita di emozioni: “Dal 2014 non ho più parlato di disturbi alimentari, ma l’anno scorso ho all’improvviso sentito quest’esigenza. Non pensavo di farcela, invece ho raggiunto davvero un bel traguardo. Loro mi hanno dato speranza, vita e tanta felicità… mi hanno sorprendentemente resa felice anche di me stessa. Questo progetto, quest’esperienza, è stata la cosa più bella che io abbia mai fatto in tutta la mia vita”.

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