Giambattista Giuffrè: quando il banchiere di Dio arrivò a Ferrara4 minuti

Negli anni ’50 il “Banchiere di Dio” fece tappa anche a Ferrara. La notorietà del personaggio e tutto quello che ha combinato, hanno segnato quel periodo come quello della truffa più semplice e illusoria che si sia mai vista, perpetrata con un criterio quasi infantile, proprio perché la fine è scontata  e può arrivare da un giorno all’altro. Il sistema era di una tale ingenuità da far sgranare gli occhi, eppure tante persone furono trascinate nel vortice tentatore del guadagno facile. Nessuno si è mai chiesto come poteva essere possibile tanta cuccagna, nemmeno un sospetto per questa facile e generosa possibilità di arricchimento che si presentava.

Collodi fece di Pinocchio il credulone per eccellenza e ci ha fatto sorridere davanti alla sua idiozia quando seppellì gli zecchini d’oro nel Campo dei Miracoli. Abbiamo letto tutti quella storia ed evidentemente non è stato sufficiente.

Giovanbattista Giuffrè, questo il suo nome, era un uomo piccoletto rotondetto, di mezza età, dallo sguardo implorante e sottomesso. Ex impiegato di una banca di Imola che di colpo si ritrovò al centro di un affare che ovviamente gli esplose tra le mani. Aveva iniziato a occuparsi, per conto di enti ecclesiastici, della ricostruzione di chiese o conventi danneggiati dalla guerra, poi l’ex cassiere cominciò ad amministrare denaro per conto di parrocchie, istituti religiosi, e anche di privati cittadini, pattuendo tassi di interesse impensabili, che andavano dal 50% fino all’assurdo 100% annuo.

Offriva come garanzia di affidabilità le sue amicizie con gli ambienti religiosi (per questo fu poi soprannominato “il banchiere di Dio”), e alcune sue (fasulle) connivenze con ambienti politici. Giuffrè riuscì a raccogliere ingenti somme di denaro e puntualmente corrispondeva gli altissimi interessi pattuiti. In tal modo rendeva molto appetibili le sue proposte di investimento, tanto che la “Banca senza sportelli” ebbe un successo enorme, oltre che in Romagna, anche in altre regioni.

All’epoca esercitavo la libera professione e un mio cliente sacerdote quando venne il momento di onorare la mia parcella, mi offrì in alternativa un redditizio investimento. In breve le mie spettanze, composte da prestazione professionale più spese, potevano nel giro di qualche mese diventare una cifra considerevole. C’era in zona un operatore finanziario, mi disse, operante per conto di enti religiosi comunità ecc…,  insomma dalle referenze ineccepibili, che raccoglieva fondi per restauri di chiese, conventi e fabbricati complementari danneggiati o da recuperare, che corrispondeva per le somme investite interessi incredibili, come ad esempio nel mio caso un 8% mensile.

Capii all’istante che i lavori fatti a suo ordine, più precisamente la trasformazione di una catapecchia in un casa di abitazione, in verità molto semplice ma dotata di ogni servizio, furono finanziati nel modo descritto. Non accettai la proposta perché non mi piaceva affatto, aveva l’aria di una preferenza riservata a pochi, di un favore concesso mormorato a bassa voce e, inutile nasconderlo, avevo bisogno del denaro subito, non dopo tre, quattro o sei   mesi. Lo invitai quindi a regolare la questione in contanti, ma mi dichiarò che al momento non aveva disponibilità di denaro liquido che aveva  “impegnato”. Mi disse anche che facevo male a lasciar perdere perché se lasciavo a lui l’importo mi sarei ritrovato tra qualche mese un bel gruzzoletto.    Chiaramente irremovibile gli feci notare che io vivevo del mio lavoro e non di speculazioni. Controvoglia e alla svelta, così tanto per finirla, mi firmò  tre cambiali, che immediatamente scontai in banca. Alla scadenza furono regolarmente onorate.

In realtà Giuffrè non investiva il denaro raccolto in attività finanziarie, ma si limitava a rimborsare gli alti tassi di interesse semplicemente utilizzando il denaro raccolto successivamente presso altri risparmiatori, secondo il classico meccanismo dello Schema di Ponzi, il quale è un modello economico di vendita truffaldino che promette altissimi guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, che a loro volta saranno vittime della truffa.

Il castello di carte crollò nell’agosto del 1958, quando un certo numero di risparmiatori, sospettando l’imbroglio, iniziarono a chiedere oltre gli interessi anche il rimborso dei capitali. Giuffrè ovviamente non era in grado di soddisfare le richieste, cosicché anche gli ultimi entrati nella raccolta persero il loro denaro e la truffa fu scoperta. Era di enormi proporzioni! Tra i più colpiti ci furono i frati cappuccini, che persero, così si mormorava, una ingente cifra.

Si trattò di un caso che scosse l’opinione pubblica  provocando anche un terremoto politico. Nel processo che ne seguì, infatti, furono chiamati in causa l’allora ministro delle Finanze Luigi Preti e il suo predecessore Giulio Andreotti. Venne istituita anche una commissione parlamentare d’inchiesta. A Giuffrè risparmiarono le manette e il carcere per ragioni d’età e per essere portatore di una grave cardiopatia.

In definitiva il caso Giuffrè contribuì almeno a far introdurre in Italia, negli anni seguenti, una più severa normativa sulla raccolta di risparmio, che a partire dagli anni Sessanta infatti non fu più concessa a soggetti non autorizzati dalla Banca d’Italia e dagli organi istituzionali di controllo del sistema bancario. Il proverbio “Non tutto il male viene per nuocere” è calzante.

Giambattista Giuffrè morì l’11 luglio 1964, in una casa di riposo di Lugo, in provincia di Ravenna.

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