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“Le bambine” è un film bellissimo che riconcilia con gli anni Novanta a Ferrara

“Le bambine” è un film bellissimo che riconcilia con gli anni Novanta a Ferrara

Il film di Nicole e Valentina Bertani ci riporta indietro in una città che in parte esiste ancora nella stessa identica forma
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Ambientato per la maggior parte a Ferrara, “Le Bambine” (2025) è un film che vi farà riconciliare con gli anni Novanta, e se no, ve li farà amare. Guarderete con tenerezza la vostra tribolata infanzia e adolescenza, le vostre famiglie disfunzionali, il disagio della provincia in cui siete cresciuti. Attraverso gli occhi delle registe Nicole e Valentina Bertani, tutto questo si trasforma in una magica polvere di stelle che scende su questa incantevole opera prima girata in diversi luoghi della città, come la zona del Barco e la stazione delle corriere, e coinvolge professioniste nostrane come la location manager Ilaria Battistella e la musicista Sara Ardizzoni.

Lo scorso anno è stato l’unico film italiano in concorso al 78° Locarno Film Festival, da cui è tornato con la Menzione Speciale della Giuria Giovani. Poi si è aggiudicato il Premio Giometti al Bellaria Film Festival. “Le bambine” è stato prodotto da Emma Film Srl in collaborazione con Adler Entertainment, Cinédokkè e Manny Film, con il sostegno di MIC – Ministero della Cultura, RAI Cinema, Regione Emilia-Romagna (attraverso Emilia-Romagna Film Commission), Veneto Film Commission, Film Commission Torino Piemonte e Lombardia Film Commission. Il film è distribuito da Adler Entertainment. Il Comune di Ferrara ha patrocinato le riprese.

In proiezione all’Apollo Cinepark ancora lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno, è stato commentato mercoledì 17 in una sala gremita dalle due sorelle autrici assieme a Lorenzo Confetta che ha curato la colonna sonora. Una presenza che ha arricchito di aneddoti e approfondimenti la visione folgorante di un film che lascia il segno, con alcune sequenze indimenticabili. Una tra tutte, senza spoilerare, quella della discoteca, con “Children” di Robert Miles che diventa “E ti vengo a cercare” di Battiato cantata dai CSI, per accompagnare un’immagine spettacolare, che segna l’apice del film, in tutti i sensi.

Ma facciamo un passo indietro. Nell’estate del 1997 la piccola Linda (Mia Ferricelli) di 8 anni, lascia il Canton Ticino con la madre Eva (una strepitosa Clara Tramontano), una giovane tormentata in costante fuga da sé stessa e dalla nonna ricca e ingombrante, per trasferirsi nella vecchia casa di famiglia, in un quartiere residenziale di Ferrara. Qui incontra le sorelle Marta (Petra Scheggia) e Azzurra (Agnese Scazza), poco più grandi di lei, che si muovono libere, annoiate e assetate di vita tra anonime palazzine. Nasce un’amicizia che è anche un’alleanza per sopravvivere all’estate e a indifferenza, egoismo, violenza e immaturità dei grandi. È un grido di sofferenza, ma anche di liberazione, come quello che ci rivolge Linda in primissimo piano, tanto da diventare nostro.
È una rivolta a convenzioni e stereotipi sociali e di genere, una rincorsa alla vita scappando dalla morte, per vedere chi arriva prima. C’è la magia dei giochi infantili, delle prime scoperte che si schiantano contro la durezza del mondo, ma senza mai perdere la tenerezza.

Un cast di volti nuovi, scelti con grande sapienza, con la partecipazione dei più noti Cristina Donadio e Matteo Martari. Walkman, marsupio e Tamagotchi in cintura, addosso maglietta dell’Energie, giacca dell’Adidas, body, fuseaux, codini, braccialetti di gomma: a qualcuno sembrerà di rivedersi in una foto di classe in questa saga femminile che è una storia di formazione, dove però nessuno diventa grande, nemmeno gli adulti. Tutti incapaci di crescere, cercano di sopravvivere se e come possono, alla ricerca di un’identità e un posto nel mondo: non ci suono buoni o cattivi, ma umanità complesse e sfaccettate, mai banali.

I personaggi e i fatti che sembrano inventati, sono tutti veri” assicurano le Bertani. Come Linda e sua madre, ma anche Carlino (Milutin Dapcevic), il babysitter travestito con la parrucca biondo platino, innamorato di Versace e Lady D, che muoiono entrambi quell’anno. “È stato davvero il nostro bambinaio. Così come è vero che nostro padre è chirurgo e accanito fumatore e nostra madre costruiva bambole e ha venduto anche le nostre“.

Accuratissima la ricostruzione dell’atmosfera anni Novanta, a partire dal formato 1:1, “simile ai 4:3 delle vecchie TV e a quello delle Polaroid – spiegano le registe – rappresenta anche il campo visivo limitato delle bambine, che nel finale si allarga, come l’espansione della loro coscienza, verso lo spazio infinito, quando si sprigiona l’energia che vediamo serpeggiare in tutto il film come un fil rouge, che ha a che fare con la vita, il sesso, la droga, la giovinezza, esce da sotto le porte, dalle prese di corrente, dai corpi, e anche dalle bande nere ai lati dello schermo“.

Loro stesse definiscono il genere “family revenge” perché questo racconto romantico, gotico e pulp, straordinariamente glamour, è ispirato a fatti realmente accaduti alla loro famiglia, a cui un po’ volevano farla pagare, alle loro amicizie, alla loro città di origine, Mantova, “tanto simile a Ferrara da permetterci questa trasposizione geografica senza perdere nulla. Siamo state a lungo indecise, poi in uno dei sopralluoghi siamo entrate in una tabaccheria per comprare una cartolina a nostra nonna e l’edicolante stesso ci ha fatto notare come le due città si somigliassero, a quel punto abbiamo fatto la scelta definitiva di venire qui, anche per prendere un po’ le distanze dai fatti reali. E poi qui come là ci sono le zanzare (il titolo originale infatti era Mosquitoes), l’umidità e la nebbia, che tornano spesso nel film“.

Un grande lavoro è stato fatto da Ilaria Battistella, ferrarese con una lunga esperienza in ambito cinematografico, come videomaker, regista e produttrice, e che negli ultimi anni si è specializzata nel reperimento e organizzazione di set per produzioni importanti. Seguendo le richieste delle autrici e muovendosi in un territorio a lei famigliare, ha saputo trovare “il lato B di Ferrara, quello fuori dal centro storico e dalle mete turistiche, fatto di angoli apparentemente anonimi, che nascondono le storie più incredibili“. Uno fra tutti il bar Villaggi a Barco, divenuto nel film bar Jeans, con uno stile vintage fermo nel tempo e i tavoli in formica sui quali sgocciolavano i “bif” e si giocava a carte. E l’autostazione (con gli autobus arancio originali) che non è subito riconoscibile, ma quando lo sguardo si appoggia sul grattacielo, è un tuffo al cuore.

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A trascinarci nel “secolo oramai alla fine” sono anche le suggestive sonorità selezionate dal musicista e produttore Confetta, con il contributo originale dell’altra ferrarese Sara Ardizzoni, in arte Dagger Moth, progetto solista che porta avanti dal 2012 con chitarra elettrica, voce ed elettronica. “C’è stato un grande lavoro di ricerca su sentimenti e azioni dei personaggi – ha raccontato Confetta – e sul sound dei pianeti, che Sara ha studiato ascoltando le registrazioni della Nasa su nebulose e buchi neri, per poi interpretarle con la chitarra. Siamo così riusciti a sostenere e trasportare le emozioni che le registe volevano trasmettere“.

C’è anche il grande classico di Ligabue “Certe notti”. Le registe hanno raccontato di avergli mandato il film per avere la sua autorizzazione, ma lui che era in Sardegna con una pessima connessione ha deciso di acconsentire sulla fiducia, dal momento che Valentina aveva girato molti dei suoi videoclip. Valentina è infatti regista per la musica, la pubblicità e il cinema (suo “La timidezza delle chiome” con protagonisti gli stessi gemelli Benjamin e Joshua Israel del film), mentre Nicole è creativa e art director (suoi gli ipnotici titoli di testa disegnati a mano con i pastelli della figlia e locandina).
Quando ci chiedono i nostri riferimenti cinemtografici citiamo Todd Solondz (Welcome to the Dollhouse, Happiness), maestro della dark comedy, il cinema americano indipendente di Harmony Korine (Gummo) e Larry Clark (Kids), in Italia, Dario Argento, anche per la colonna sonora ispirata ai Goblin, e in generale tutti quei registi che hanno raccontato bambini che restano bambini, che narrano l’infanzia senza far inventare grandi i protagonisti, come ET di Spielberg, per noi una reference anche per il metodo che lui ha usato con Drew Barrymore, lasciando grande spazio all’improvvisazione, cosa che abbiamo fatto anche noi con le attrici, lasciando anche gli errori“.

Che infatti restituiscono verità e cuore ad un racconto di cui non sapevamo di avere bisogno, anche perché ci ricorda che abbiamo autrici (alla sceneggiatura ha collaborato Maria Sole Limodio, in quella che hanno definito “più che una stesura, una seduta di terapia durata due anni nella quale abbiamo ripercorso tutta la nostra infanzia“) che hanno tanto da dire e lo fanno in un modo tutto loro. E che le sale e le arene cinematografiche sono ancora vive e lottano con noi. Complici sul set e nella vita, al momento le Bertani non hanno altri progetti assieme. Peccato, speriamo ci ripensino.

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