Grandi magazzini: quando c’era l’UPIM6 min read

Alla fine del 1927 venne aperto sperimentalmente a Milano un prototipo di magazzino a prezzo unico, dove venivano venduti vari articoli disposti su una scala di prezzi che andava da 1 a 5 lire. Il risultato fu molto soddisfacente. Il suo nome era UPI (“Unico Prezzo Italiano”). Nel 1928, vennero aperti altri negozi in numerose città italiane tra le quali anche Ferrara. Alla sigla iniziale viene aggiunta la M (Milano) ed assunse cosi il nome che tutti conosciamo: UPIM.

La prima sede ferrarese, quella appunto risalente al 1928, era in Corso Martiri (allora si chiamava Corso Roma) al n°55, adiacente alla Cartoleria Sociale che era al civico 53.

Sulla larga fascia bianca che sovrastava l’entrata c’era la scritta UPIM in carattere maiuscolo e, sempre su campo bianco, nella parte alta e su ambo i lati dell’ingresso, c’era il notissimo logo in corsivo spigoloso. Tutto il complesso, vetrine e porta d’ingresso, erano di colore rosso, tanto che appena sbucavi in Savonarola dal Volto della Biscia ti trovavi di fronte l’Upim che si stagliava nettamente sulla lunga fila di negozi prospicienti Corso Roma. Il contrasto era ancora più intenso con il nero che distingueva la Cartoleria Sociale.

Noi bambini tiravamo la mano della mamma perché ci accompagnasse a vedere i giocattoli dell’UPIM, sempre con la remota speranza che ci comprasse qualcosa. I negozi di giocattoli più quotati come Cà d’Este, un poco più avanti vicino al Bar Roma e Ancona, all’angolo di via Contrari con Piazza Trento Trieste erano un’altra cosa, i loro articoli appartenevano a un livello di classe decisamente superiore. In quelli la mamma non ti avrebbe comprato sicuramente nulla, solo guardare le vetrine e al massimo accettava indicazioni e suggerimenti da segnalare alla “Befana”.

Ma torniamo all’UPIM, che aveva quel modo strano di concepire il centro vendita e di esporre gli articoli. Nessuno avrebbe giurato che era il sistema migliore che avrebbero usato tutti in futuro. Grandi o piccoli che fossero i negozi osservavano tutti lo schema standard, ovvero, davanti al banco stavano i clienti, dietro gli addetti alla vendita e le merci.

Da UPIM era tutto diverso. Varcata la soglia un lungo e sufficientemente largo passaggio tra due banchi addossati alle pareti leggermente inclinati verso chi guarda,  che consentiva di osservare e scegliere ciò che si preferiva. Era vietato toccare la merce esposta, ma si poteva contare sempre sull’assistenza di una gentilissima commessa a disposizione. Si sceglieva l’oggetto e lei lo descriveva con competenza e nel caso consigliava alternative. Sulla destra erano esposti i giocattoli, dai più semplici a quelli più importanti, più avanti lo spazio era per le bambole. A me pareva che ce ne fossero troppe e i giocattoli per maschi fossero invece scarsi. A sinistra invece di solito vi facevano bella mostra gli articoli per la casa, anche qui le mamme non sapevano cosa guardare per la vasta scelta, a volte non ricordavano più di cosa avevano bisogno ma qualcosa compravano sempre e comunque.

Al termine di questo primo salone rettangolare c’erano un paio di gradini che immettevano in un secondo locale, di forma quadrata ma decisamente più piccolo del primo. Qui normalmente c’erano gli articoli per la scuola, come cartelle e borse, dalle più semplici a quelle più elaborate con le tasche supplementari, dai quaderni di ogni tipo alle matite colorate, agli acquarelli ecc. C’erano pure i grembiulini preconfezionati per gli alunni, neri e bianchi con a fianco una grande distesa di candidi collettini, nastri a fiocco bianchi azzurri e rosa per gli abbinamenti. Questa era una novità per il periodo, perché i tempi non erano ancora maturi per l’affermazione delle confezioni pronte da indossare, l’abbigliamento era di norma confezionato su misura dagli artigiani dell’ago e filo, ormai purtroppo in fase di estinzione.

Disegno di Florio Piva

Proseguendo, attraverso un’apertura ad arco, ci si ritrovava in un’altra stanza, molto più piccola e quasi sempre intasata, con poco spazio per passare, dove a seconda del momento dell’anno venivano esposte statuine per il presepio, addobbi e palline per l’albero di Natale, costumi e cotillon per Carnevale, agnellini e fiori finti per Pasqua, (bellissimi quelli di pesco), secchielli e palettine con rastrello e costumi da bagno estivi…

A questo punto, se non si erano fatti acquisti, per uscire senza tornare a ritroso, si poteva usufruire della porta a vetri sulla sinistra, e come per incanto, ci si ritrovava in Via Cairoli. Alla cassa si trovavano tutti gli articoli scelti e la cassiera faceva l’operazione servendosi di un registratore dotato di manovella. Girandola produceva l’apertura del cassetto suonando un campanello, mentre l’importo da pagare compariva su un cartellino che sbucava all’improvviso in alto, sopra il registratore. Io guardavo dal basso verso l’alto e mi domandavo il perché di tutto quel movimento. Non bastava prendere i soldi e metterli nel cassetto? Beata ingenuità!

Se era vero che in questi magazzini si trovava quasi di tutto, purtroppo la qualità delle merci lasciava un po’ a desiderare, tanto che quando qualcuno aveva qualcosa troppo comune o chiaramente scadente, gli domandavano se l’aveva comprato alla UPIM. È doveroso però riconoscere che i prezzi erano contenutissimi, anzi molto bassi, come del resto era l’iniziale idea commerciale.

Nonostante tutto mi piaceva andarci, perché l’esposizione non era mai uguale alla volta precedente. Oggi è lo standard di qualunque negozio e centro commerciale, ma allora nessuno di noi capiva la ragione e in molti disapprovavano questi continui mutamenti. L’UPIM esercitava comunque un fascino particolare su tutti, anche se occorreva ricordare il vecchio proverbio ferrarese “Al bon marcà al straza la bisaca!” per i motivi che sappiamo, ma poiché ai bambini questo discorso non interessava, io ero attratto particolarmente da quel sottile odore di giocattoli nuovi associato ai vivaci colori, anzi adoravo senza mezzi termini il profumo della UPIM!

Abbiamo resuscitato per un attimo questo negozio così frequentato, amato e criticato negli anni ‘30 e ormai credo dimenticato dai più. Meriterebbe un cenno anche la sua direttrice, non vecchia ma ancor giovane, efficiente, alta magra e bionda (ossigenata), nel suo grembiule di lucida seta nera con il colletto bianco più largo per distinguersi dalle commesse. Ricordo che quella signorina mi dava soggezione, a causa del suo sguardo severo quasi accigliato, in contrasto con la bocca che aveva un perenne accenno di sorriso. Aveva sempre   fretta, camminava veloce come fosse attesa da qualche parte. Era educatissima, parlava molto bene ma le mancava ogni dolcezza tipica femminile. Un anno la vidi a Porto Garibaldi, in costume da bagno. Una sorpresa grandissima, trovandola più brutta di come appariva in negozio, un poco legnosa ma tutto sommato piacevole. Vederla in quei panni liberi dai completi imposti dall’UPIM sblocco qualcosa nella mia mente, da quel giorno mi accorsi che non suscitava più timidezza, nemmeno indaffarata alla UPIM. Evidentemente in mutande è difficile mettere soggezione a qualcuno!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*