La classe operaia va in Paradiso: son gli anni Settanta o i giorni nostri?4 minuti

«Lavoratori, buongiorno. La direzione aziendale vi augura buon lavoro. Nel vostro interesse, trattate la macchina che vi è stata affidata con amore. Badate alla sua manutenzione. Le misure di sicurezza suggerite dall’azienda garantiscono la vostra incolumità. La vostra salute dipende dal vostro rapporto con la macchina. Rispettate le sue esigenze, e non dimenticate che macchina più attenzione uguale produzione. Buon lavoro.»

Con queste parole vengono accolti in fabbrica i lavoratori nel film di Elio Petri La classe operaia va in paradiso e con queste stesse parole vengono accolti sul palco del Teatro Comunale di Ferrara. Ancora due giorni di repliche per la rivisitazione teatrale che da circa un anno gira nelle sale italiane diretta da Claudio Longhi. Una pièce di quasi tre ore, prodotta da Emilia Romagna Teatro Fondazione e riscritta da Paolo Di Paolo. Il drammaturgo non si limita a mettere in scena le vicende di Lulù Massa (Gian Maria Volonté nel film, Lino Guanciale a teatro), ma entra ed esce dallo schermo raccontando anche ciò che ruota attorno alla pellicola.

Lo spazio e il tempo sono definiti, una fabbrica e le otto (si spera) ore di lavoro. Possono essere gli anni settanta, gli anni ottanta, i giorni nostri o anche i primi del novecento. Due linee di produzione occupano la profondità del palco richiamando Tempi moderni di Chaplin più che il film di Petri, ma anche, e forse soprattutto, i moderni centri di smistamento delle multinazionali dell’e-commerce. Il lavoro che negli ultimi dieci anni è tornato ad affacciarsi prepotentemente nel dibattito pubblico soprattutto per la sua assenza è, com’è ovvio, al centro di questa proposta scenica. Colpisce particolarmente che bastino poche battute per attualizzare le vicende del film o per tornare agli inizi del secolo. Una grata separa il palco ridando vita alla divisone tra interno e esterno che nel film è data dai cancelli, fuori dai quali gli studenti si contrappongono ai sindacati oltre che ai padroni. Da un castelletto sopra le linee di produzione si controllano i tempi di lavoro: efficienza è la parola d’ordine così come lo è oggi anche se nascosta dietro a nuove tecnologie.

Nelle note di regia di Claudio Longhi si legge: “[…]Riattraversarne la vicenda con lo sguardo disilluso del nostro presente, a quasi dieci anni dall’ultima crisi economica mondiale, significa riflettere su quanto quell’affresco grottesco immaginato da Petri nel 1971 sia più o meno distante. Un tempo, il nostro, post-moderno e post-ideologico, che fatica a riconoscere in modo netto i tratti di una qualsivoglia “classe operaia”, dispersa e nascosta dietro gli innumerevoli volti del lavoro “flessibile”. Se dunque l’inferno umido e grasso della fabbrica cottimista dell’operaio Lulù Massa appare ben lontano dagli asettici e sterilizzati spazi industriali o dai lindi uffici dei precari odierni, lo stesso non è del ritmo ossessionante e costrittivo di una quotidianità, allora e ancora oggi, alienata.”

Questa alienazione di cui parla Longhi, impersonata nella sua forma degenerata da Militina nel film, viene rivisitata attraverso l’attuazione di Franca Penone, che sulla sedia a rotelle funge da confidente di Lulù. Ad accompagnare il pubblico all’interno della narrazione il cantastorie (Simone Tangolo) cavalca le tensioni e le emotività che già nel film Petri riesce a esplicitare; mentre Nicola Bortolotti e Michele dell’Utri, che interpretano rispettivamente il regista Elio Petri e lo sceneggiatore Ugo Pirro, contestualizzano al pubblico la nascita del film e il dibattito che esso ha generato. Per interpretare la parte di Mariangela Melato la scelta è ricaduta su una bravissima Diana Manea, mentre per il ruolo dell’amante di Lulù su Donatella Allegro. A scandire i ritmi dello spettacolo, ma anche i tempi di lavoro degli operati è, dall’alto del suo castelletto, Simone Francia.

Fuori dai cancelli, spesso in platea, Eugenio Papalia interpreta lo studente che tenta di aizzare la massa, rivolgendosi agli spettatori come fossero comparse operaie.

A reinterpretare dal vivo le musiche di Morricone e Vivaldi che accompagnano il film di Petri c’è, nascosto sulla sinistra del palco, Filippo Zattini.

Foto Giuseppe Distefano

Come Petri, Longhi con questa pièce non ha intenti propagandistici, ma mentre il film vuole restituire la complessità del mondo operaio, lo spettacolo si fa fotografia critica del film. Nonostante gli ormai quarant’anni dalle tesi della pellicola, l’essere anacronisticamente attuale della pièce gli consente di continuare a vivere come metafora del mondo lavorativo contemporaneo.

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