Quelle vite dietro le ‘Maschere di guerra’: la webserie di Muroni per Treccani6 min read

Uno degli effetti collaterali di un avvenimento sconvolgente come la guerra, è la sua capacità di modificare gli equilibri di una società. Individui che conducevano esistenze comuni, catapultati in un meccanismo feroce e assorbente, e costretti a muoversi nel solco di un’identità smarrita. Ciascuno alle prese con le proprie paure e fragilità, e con il peso specifico della propria testimonianza. A distanza di un secolo dalla fine del primo conflitto mondiale, esiste un archivio sterminato di missive e diari, trascrizioni della memoria di una generazione del Novecento che si è trovata a parteciparvi da testimone. Dal fante vissuto in terra di confine e arruolato nell’esercito italiano, alla donna volontaria impiegata come crocerossina negli ospedali da campo. Dal medico militare che s’interroga sulle nevrosi traumatica dei soldati, alla cittadina in fuga da un contesto di fame, violenze e bombardamenti.

‘Maschere di guerra’ è la web serie, scritta e diretta da Giuseppe Muroni per il sito Treccani.it. A prestare i volti ai protagonisti delle quattro storie, gli attori Stefano Muroni, Carolina Crescentini, Claudio Santamaria e Violante Placido. Il linguaggio del video come strumento comunicativo utilizzato anche nei due progetti precedenti dell’autore ferrarese, ‘Voci di R-esistenza’ e ‘L’ultimo grido’, tasselli di una trilogia focalizzata sul Novecento. Dell’ultima iniziativa, promossa da Treccani con la collaborazione con Controluce e Red Roots, e con la consulenza dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara, abbiamo parlato proprio con Giuseppe.

Che rapporto c’è fra il progetto ‘Voci di R-esistenza’ e la web serie ‘Maschere di guerra’?
«‘Maschere di guerra’ è l’ultimo capitolo della trilogia della memoria: un racconto polifonico in cui vengono indagati i momenti più tragici della storia del nostro Paese. ‘Voci di R-esistenza’ è stato il primo episodio, uscì in occasione dei settanta anni dalla Liberazione, in mezzo ‘L’ultimo grido’, in occasione degli ottanta anni dalle Leggi Razziali; ‘Maschere di guerra’ è stato pensato, invece, per la chiusura del Centenario della Grande Guerra. Tra i vari lavori c’è un rapporto di continuità in quanto l’obiettivo è rimasto la creazione di un prodotto culturale in grado di intercettare l’attenzione del pubblico che frequenta abitualmente il web. È cambiato, però, l’espediente narrativo: non più un monologo che ricordasse il teatro di narrazione, ma la scrittura di una lettera in un contesto storicizzato e in costume. Luigi Bonanno e Remo Buosi, due grandi costumisti del cinema italiano, sono riusciti nell’intento di calare i personaggi in quell’atmosfera. Abiti pregiati come quelli utilizzati da Violante Placido, Carolina Crescentini e Stefano Muroni, ci restituiscono l’intimità delle persone realmente vissute durante la Grande Guerra. Sicuramente non avremmo potuto comprenderne la tridimensionalità dalla semplice lettera-documento».

Dalla ricerca delle fonti alla realizzazione del prodotto finale, quanti passaggi intermedi sono serviti?
«La realizzazione è sempre molto complessa anche se si tratta di una web-serie in quattro episodi. Dalla ricerca fondi alla richiesta di disponibilità degli attori, alla formazione di un gruppo di collaboratori, intercorre un lasso di tempo importante. Non tutto è sempre scontato anche a livello produttivo. Senza la collaborazione di mio fratello Stefano sarebbe stato difficile portare a termine il progetto. Dal punto di vista autoriale, invece, bisogna trovare e proporre storie non scontate, inflazionate o già viste. Ringrazio l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani nella veste del suo Direttore Massimo Bray che ha fortemente voluto l’intero prodotto, l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e la Direttrice Anna Maria Quarzi per la consulenza scientifica e il finanziamento e la CNA di Treviso per il supporto. Il lavoro di documentazione è durato diversi mesi: sulla Grande Guerra, in questi anni di celebrazioni, sono stati scritti davvero tanti lavori, però vedere sullo schermo un medico militare, ispirato alla figura di Gaetano Boschi, tratto dall’importante saggio di Leonardo Raito, una crocerossina che ricorda Sita Camperio, una profuga di Valdobbiadene, ispirata alla vera storia di Caterina Arrigoni, o un fante di Gorizia scisso emotivamente tra una patria non sua e un Paese a cui vorrebbe appartenere, credo sia originale, perlomeno un tentativo di proporre al grande pubblico storie di gente comune travolte dalla tragicità degli eventi e per questo diventata protagonista della grande Storia».

C’è un filo conduttore che hai deciso di seguire per rappresentare le quattro storie?
«Ho cercato di rappresentare quattro categorie sociali che hanno avuto un ruolo importante nell’economia di guerra.  Le donne, grandi protagoniste di quei momenti, diedero prova di svolgere attività appannaggio fino ad allora degli uomini: impiegate nell’industria bellica, al fronte o come braccianti agricole, attesero i mariti, i figli, soccorsero soldati. Quei soldati che molte volte soffrirono di una malattia fino ad allora sconosciuta, chiamata shell shock, e che la crudeltà popolare definiva ‘scemi di guerra’. I pochi medici che seguirono un orientamento analitico colsero nella nevrosi di guerra i sintomi di un conflitto interiore e con l’aiuto dell’ipnosi cercarono di guarire i pazienti, facendo emergere gli eventi scatenanti. Migliaia di uomini e donne che conobbero la prima guerra di massa divennero maschere di guerra in cerca di un’identità perduta.».

Per restituire la tragicità degli eventi bellici, essenziali sono risultate le numerose lettere, spesso provenienti da luoghi come ospedali da campo. Che cosa ti ha colpito di quelle testimonianze?
«Il lavoro sulle fonti è sempre entusiasmante perché sono le tessere di un mosaico più ampio. Bisogna sempre leggerle con spirito critico, non possiamo pensare che, ad esempio, le lettere dal fronte siano scevre di condizionamenti; sappiamo che erano controllate e in parte censurate. Cosa diversa, invece, sono i documenti privati come i diari personali. Il diario di Caterina Arrigoni credo sia tra i documenti più interessanti dell’intera esperienza del ‘profugato’ nei territori veneti occupati dopo la rotta di Caporetto. Colpisce in generale la necessità di comunicare; sono commoventi le lettere scritte da fanti analfabeti alle madri lontane. Scrivere diventò un’urgenza e le lettere che viaggiarono da nord a sud del Paese restituiscono i sentimenti degli italiani di cento anni fa».

Per quanto sia possibile una semplificazione, che quadro emerge della gioventù italiana dei primi anni del Novecento?
«I sentimenti della gioventù italiana cambiano nel giro di pochi anni: dall’ardore iniziale degli interventisti allo scetticismo dei neutralisti, alle sofferenze che caratterizzano la maggior parte delle persone dopo i primi mesi di guerra. I diari, le memorie scritte, le lettere inviate a casa e gli album restituiscono i sentimenti di chi ha visto i propri sogni soccombere nel fango delle trincee, la speranza di chi uscì vivo dal conflitto e il dolore di chi si portò appresso i segni delle trasformazioni del corpo, mutilazioni e nevrosi. Tutti hanno provato a raccontare e tutti hanno ricordato. Ognuno a proprio modo».

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