Se la migliore band italiana dal vivo passa da Ferrara6 minuti

Vieni, vieni dentro. Si, dico a te, lettore: non avere paura. Hai forse lo stesso timore che non ti ha fatto entrare, l’altra sera, al Circolo Arci Blackstar, per il concerto dei Be Forest. Probabilmente non sapevi chi erano, non ti è venuta nemmeno la curiosità di scoprire chi fossero, un nome tra i tanti.

È più facile raccontare un concerto di Vasco Rossi: mezza Italia ha un bagaglio comune di canzoni conosciute a memoria, esiste semplicemente un vissuto condiviso, è come evidenziare un testo già scritto, o rivedere un film già amato durante l’adolescenza: ne escono emozioni basate su quei ricordi.

Qui è questione di un foglio bianco, di un libro sconosciuto.

Eppure, questo articolo parla a te, ti prende per mano, ti fa svoltare poco prima di quel sottopassaggio dopo la rotonda di San Giorgio, ti fa parcheggiare, una piccola occhiata a quella bella area aperta con i tavolini e il verde che fa immaginare le sere estive, sullo sfondo il tramonto o il cielo pulito acceso dalle stelle. Eppure questa sera andremo dentro: la tessera Arci la mostro io per te, seguimi pure dentro.

– “L’idea era quella di creare un ambiente per quel gruppo di persone della zona che avevano la passione della musica e di crearci intorno un locale che fosse prima di tutto un circolo, una piccola famiglia dove non ci si sentisse nemmeno obbligati a consumare: semplicemente un luogo di ritrovo” – racconta Lorenzo Guio, uno dei due fondatori del Blackstar, che deve ancora festeggiare le prime tre candeline.

 Il nome del locale è un omaggio all’immenso ultimo album di David Bowie, Blackstar appunto, scritto con la morte in faccia e ultimo capolavoro dell’artista. Nei primi tempi il locale aveva impostato la programmazione sulle cover band locali: l’idea era dare uno spazio a tutte quelle persone che suonano per pura passione, regalare loro uno spazio e un palco.

Da qualche tempo e questa sera soprattutto, la programmazione ha dato spazio a gruppi con un proprio repertorio. Magari non andrebbe scritto, ma Lorenzo è in uno stato di tensione altissima: se la serata non dovesse andare bene sarebbero problemi (certo, stiamo parlando di soldi). Eppure, te lo spiego davanti ad una birra prima del concerto, questa sera il locale dovrebbe riempirsi.

Suonano i Be Forest: trio di Pesaro esploso nel 2011 con Cold, appena usciti con il terzo album (Knocturne), reduci da un tour di oltre venti dati negli Stati Uniti, premiati dal circuito Keep On come miglior live italiano nel mese di Marzo.

Dal Web: Knocturne è l’abisso e la secchiata d’acqua più gelida che possiate ricevere in pieno volto. Scuote e fortifica e, ascolto dopo ascolto, gliene sarete grati (L’indiependente).

Magari non sei stato convinto dalla band di supporto, gli Olsen, oppure si: rimane il fatto che a breve iniziano a suonare loro. Certo è difficile raccontarti il concerto, in fondo stiamo facendo un gioco e tu sei idealmente qui ma non stai assorbendo quello che succede sul palco. I suoni non arrivano, le foto sono istantanee raffinate ma prive di movimento, le sensazioni raccontate distanti da chi quelle emozioni non le ha provate.

In qualche modo, hai ragione: i Be Forest sono una band respingente. Non dialogano sul palco: lo riempono. Non costruiscono in fin dei conti una scaletta: suonano per intero il loro ultimo album, Knocturne, gioiello che si muove scuro e sensuale sulle coordinate sonore dei Cure, sull’onda emozionale dei Beach House.

A vederli: Nicola, chitarra, distante, a lato, lo sguardo nel vuoto, non raramente gli occhi chiusi. Spesso, nelle interviste dichiara la necessità di non aggiungere altro oltre alla propria musica. Al centro, poco illuminata eppure asse portante della ritmica, suonata in piedi, con i colpi imponenti sui tamburi, Erica. Sull’altro lato, in qualche modo frontwoman Costanza, basso e voce, eterea e magnetica.

Non è una esperienza condivisa tra pubblico e band, il microfono non si volta verso le persone, non si inneggia all’idolo di una vita: non c’è estasi. C’è sublimazione, ovvero il passaggio di stato, il transfert emotivo in chi ha orecchie e anima abbastanza aperte da lasciare entrare le note.

Mezz’ora dopo il concerto, siamo ad un tavolino, in quella distesa all’aperto ammirata qualche ora fa, con Erica e Costanza.

La vostra scelta di suonare l’intero album, come su disco o, ancora, il suddividerlo in un atto primo e atto secondo, suona veramente anacronistico nel 2019 di Spotify e delle playlist, ne siete consapevoli?
Siamo sempre stati legati alla forma album: l’unico modo di suonare Knocturne dal vivo è quello di suonarlo per intero con fedeltà: siamo un gruppo un pò fuori dal mondo, lontano dalle scelte che pure potrebbero essere più facili, come quella di rilasciare vari singoli a cadenza prestabilita, che pure sarebbe più facile.

Vi è molto nero in questo disco: la copertina, ma anche i suoni, spesso cupi e martellanti, infine i testi. C’è in qualche modo un riferimento al contemporaneo nel tema principale di “Knocturne”?
È tutto assolutamente legato a questa cupezza, a questo mondo che continua a farti vedere eventi assolutamente orribili. Però una luce c’è, ci deve essere. La necessità è quella di andare a scavare dentro sè stessi e trovare quella luce necessaria: è tempo di scoprire come siamo tutti connessi.

A proposito di connessione e mondo: venite da un importante tour all’estero, in particolare negli Stati Uniti: qual’è la differenza tra suonare in grandi città come New York rispetto a un piccolo locale di provincia come questo?
Io non credo che in America funzioniamo meglio per una questione di suono. Semplicemente, semplificando, all’estero si percepisce una maggiore apertura all’accogliere quello che si ha di fronte, senza magari già conoscere l’artista. C’è anche meno giudizio, più voglia di ascoltare: qui in Italia si nota spesso un desiderio di andare su quello che già si conosce.

Invece in altri paesi, Stati Uniti come Europa in generali abbiamo avuto la percezione di una abitudine al “questa sera suona qualcuno, vado a vedere cosa succede”. Capito, lettore, quando si parlava del coraggio di entrare, di Vasco Rossi e della necessità di aprirsi alla scoperta? La prossima volta, ovunque sia, non avrai avuto bisogno della mia mano per entrare, se sei arrivato fino a qui.

L’articolo si fonde da qui in poi con una puntata speciale di “Propaganda” programma di Webradio Giardino di scoperta musicale che ha ospitato questa settimana, nella prima parte, l’intervista integrale ai Be Forest.

Ascolta “Propaganda – S02e27: Intervista ai Be Forest” su Spreaker.


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