Quella volta che Ferrara andò a Sanremo con i Taglia 42

Da un appartamento di via Spilimbecco al palco dell’Ariston: la storia dei Taglia 42, cioè di quando Ferrara arrivò a Sanremo nel 1998.
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Sta per tornare quel momento dell’anno; il momento in cui diventa tollerabile utilizzare la parola kermesse per descrivere l’eventissimo della tv nazionalpopolare. Siamo a poche ore dall’inizio del Festival di Sanremo.

L’ennesima edizione in stile torta-salata-svuotafrigo – o, per i nostri fuorisede, Panzerotto Cegliese -, unisce la contemporaneità dei nomi d’arte di tre lettere e un numero (ma pochissime vocali), alla riqualificazione degli artisti in disuso. Tre, ma forse anche quattro, generazioni a confronto per avere una bella panoramica esaustiva dei momenti salienti della musica italiana.

Alle diverse generazioni musicali corrispondono tradizioni ormai consolidate che diventano riti collettivi; c’è chi prepara schede di valutazione ben impaginate, chi recupera il solito quadernino; chi ha già litigato con un paio di amici e amiche per la squadra del Fantasanremo, chi ha riattivato la chat Whatsapp dei commenti, o chi sta recuperando le credenziali ormai dimenticate di X (il fu Twitter) per seguire la live session di Spinoza. Ad ogni modo, anche se siete tra coloro che fingono di snobbare il festival perché sono cool – e poi se lo guardano dall’inizio alla fine (che è sempre tra le 5 e le 6 del mattino), sappiamo bene che non potrete rimanere indifferenti davanti al racconto di Renato Droghetti, produttore musicale, di quella volta che, sul palco dell’Ariston, arrivò anche Ferrara grazie a lui, e agli altri 4 membri dei Taglia 42. Era il 1998.

Come sono nati i Taglia 42?
“Il progetto è nato dall’idea di un team di lavoro capitanato da Saverio Grandi, autore di Vasco Rossi e degli Stadio, che prende questi tre ragazzi ferraresi – Renato Droghetti (io), Luca Longhini e Stefano Peretto – per iniziare a fare i provini da portare agli Stadio e gli altri autori per cui lavora. È così che da Ferrara, a 24-25 anni, veniamo catapultati tra i musici di Vasco Rossi.

Io all’epoca lavoravo con una cantante bravissima che si chiama Serenella Occhipinti. La porto in studio e tutti impazziscono per la sua voce. Andrea Innesto – detto ‘Il Cucchia’ – il saxofonista di Vasco, che faceva anche serata nelle discoteche, comincia addirittura portarla in giro con sé. Nel frattempo noi, che cercavamo uno spazio tutto nostro in città per lavorare sulla produzione di brani, affittiamo in via Spilimbecco questo appartamento in cui ci troviamo tutte le sere a creare. Più proviamo e più ci rendiamo conto di essere già una band: abbiamo la cantante, l’autore, i musicisti, manca solo il bassista. Saverio propone il nome Taglia 42, la taglia delle modelle, per essere un po’ di moda. Prepariamo sei provini e decidiamo di mandarli via per vedere cosa succede: la quinta traccia era “Regolare”, pezzo in cui – ti dirò – io non credevo neanche tantissimo, non mi sembrava tutta quest’idea incredibile. Però il genere era figo, un po’ R&B, molto easy. In Italia era una roba nuova.

Insomma, spediamo i provini a Universal e BMG, i contatti che aveva Savero tramite lo studio di Vasco. Ci rispondono in due su tre, sia BMG che Universal, e comincia una lotta per averci. Impazziscono per il progetto. Optiamo per Universal che ci propone una serie di produttori, tra i quali noi scegliamo Claudio Dentes, produttore di Elio e le Storie Tese; quindi ci troviamo a Milano, pagati dalla Universal, per fare un disco con i nostri miti. Faso al basso, dato che a noi mancava il bassista, e Feiez che ci fa da fonico. Dopo un po’ di tempo – che sembrava quasi non stesse succedendo nulla – “Regolare”, il nostro singolo, comincia a girare per le radio; prima le radio minori e poi Radio 101, RTL, DJ, insomma tutte. “Regolare” diventa il brano dell’estate ‘97. 

Dopo è successo tutto così in fretta! Hanno cominciato a chiamarci agenzie, produttori, tutti, tra cui Sergio Bardotti, che all’epoca era il direttore artistico del Festival di Sanremo. Volevano portarci a Sanremo Giovani e non non ci volevamo andare: era troppo rischioso, perché all’epoca, se non passavi Sanremo Giovani entrando nei Big, eri spacciato, fuori dal mondo della musica al volo. Per fortuna noi avevamo già un bel contratto perché – pensa te – hanno falsificato le nostre firme per iscriverci! Ormai era tardi, ci toccò fare l’audizione e entrammo in gara. Con noi c’era un ragazzino che aveva appena firmato con Universal, che si chiamava Alex Britti. Eravamo noi tre, a Sanremo Giovani, a fine novembre in una data unica, dal vivo con l’orchestra. Noi passammo ai Big, ma il povero Alex Britti rimase fuori!

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… e una volta sicuri di esibirvi tra i Big? 
Cominciamo a preparare il festival! Iniziamo a scrivere il brano, a provarlo tra di noi e con l’orchestra; andavamo costantemente avanti e indietro da Sanremo, ci mancava solo un appartamento là! In realtà le prove si svolgono prima nella sede Rai, per l’orchestra, poi ci si sposta a Sanremo, e si fanno direttamente all’Ariston. Quindi abbiamo fatto le fatidiche serate: tre esibizioni, fra cui l’esibizione del sabato, l’ultima serata, per il gran finale in mondo visione. Un’esperienza incredibile. “Regolare” non aveva un videoclip, per scelte fatte dalla Universal, quindi la gente che aveva ascoltato in radio il nostro pezzo non sapeva neanche che faccia avessimo. Non c’erano i social allora! Ci voleva un’esperienza che ci mostrasse, e Sanremo è la vetrina più grande d’Italia.

Il 48º Festival di Sanremo, 1998

E dopo Sanremo? Questa visibilità dove vi ha portato?
Sanremo è utile alla promozione: l’artista che passa per il Festival, e va bene, poi riesce a fare tanti concerti. Al festival ci sono un sacco di promoter nazionali che girano proprio per far firmare contratti ad artisti nuovi. Da marzo a settembre si fa promozione – televisioni, radio, radio tour – ma fare serate e concerti resta comunque la cosa più importante perché gli artisti sono quasi sempre esclusivamente pagati in royalties, cioè sulle percentuali delle vendite dei dischi, che sono davvero bassissime (soprattutto oggi che non si vendono più cd e c’è la distribuzione digitale).

Noi all’epoca abbiamo venduto circa 35.000 copie, che non erano tantissime, ma per fortuna era già una certa monetizzazione. Ad ogni modo tutti guadagnano di più facendo live, portando la musica nelle piazze, facendo serate. Ho un aneddoto bellissimo sui nostri primi live estivi dopo Sanremo: a giugno, suonavamo a Riccione al Territorio Match Music, un concerto all’epoca famosissimo, sulla spiaggia. Ci viene ad aprire un ragazzino con i dread, bravo – di nuovo – ancora poco conosciuto, di nome sempre Alex Britti! Anche dopo l’eliminazione da Sanremo Giovani, l’Universal gli aveva prodotto un disco, ma davvero controvoglia. Si apriva i concerti da solo con la sua chitarra – perché non aveva soldi per pagarsi la band – mentre il direttore artistico della major si lamentava dicendo ‘Non funzionerà! Bravissimo, ma non è mainstream’. Lo sento suonare Solo una volta e mi giro verso il direttore artistico per dirgli ‘A me sembra forte questo brano!’ e lui continua ‘No, no, non avrà successo in radio; te lo dico, stiamo facendo una fatica incredibile!’. Era giugno. A luglio Solo una volta girava mille volte al giorno in radio. Quanto è imprevedibile il successo nella musica!

Anche oggi è imprevedibile secondo te?
Ma guarda, io sono rientrato nel mondo delle produzioni, e succede ancora che l’artista quando esce con qualcosa non sappia assolutamente come andrà. È chiaro che se l’artista è molto grosso qualcosa succede sempre, sia per l’attesa, sia perché il suo singolo passa senza dubbio in alta rotazione radiofonica. Arriva comunque un momento che può cambiare le cose, anche per i big: se il brano resta una hit è successo, e continua a passare per radio, altrimenti il suo ciclo di vita naturale finisce. Oggi poi con lo streaming è tutto analizzabile a livello di dati; le riproduzioni contano quasi come quando si telefonava per richiedere un brano alla radio! Comunque, se un artista è grosso e sbaglia un brano, pazienza, ha le spalle coperte, ma quando è giovane il successo di una hit può essere determinante per la sua carriera. Questa cosa resta ancora imprevedibile, anche se ci sono dei parametri per arrivare più vicini possibile alla creazione di una hit. Ti giochi tutto. Anche se fai le cose fatte bene può essere che un brano esploda e un altro no.

Lo vedi, Sanremo? 
Sì, sì. Sempre. Non tutte le sere, però

E come ti sembra adesso? Sicuramente è cambiato molto a livello logistico…
… ah è rimasto un calderone. Deve interessare un’audience molto ampia, su diverse fasce di età, no? Quindi c’è bisogno dell’artista noto come del trapper per i ragazzi. Sanremo vive con gli spazi pubblicitari, e chi li compra a caro prezzo vuole arrivare alla sua audience. Come fai? Prendi i due nomi che in quel momento tirano di più, e questo magari vuol dire prendere un Geolier che sembra non conosca nessuno e invece ha il suo pubblico e arriva alto in classifica. Poi chiaramente in mezzo ci vogliono delle cose che funzionino anche dopo; ma, come vedi, qualche hit esce sempre fuori. Sono cambiati, diciamo, i meccanismi, ma la formula rimane la stessa.

Ti ricordi cosa hai pensato quando sei salito sul palco la prima volta in diretta?
Ti descrivo la scena: siamo nel corridoio, dopo la Green Room, e vediamo la sigla finale del TG1. Sapevamo di esserci noi subito dopo. Arriva il direttore di palco e dice ‘Ragazzi, cominciate a battere le mani e a fare casino, perché sta arrivando la Steadicam che vi inquadrerà; poi partirà la sigla’. Quello è stato il momento in cui ho realizzato. L’Ariston è proprio un teatro vecchio e brutto. Quando fai le prove, non ti rendi conto di quello che sarà, che poi sarai in mondovisione. Poi sali sul palco, vedi la Rai a sinistra e parte l’orchestra, e lì capisci che sia un momento molto importante. A tal punto che – ti svelo anche questo retroscena – il 50% dei cantanti e delle cantanti che salgono per prime si ammalano. Serenella, prima, è salita sul palco con 39 e mezzo di febbre.

Un ultimo aneddoto? 
“Serata finale, il sabato, in mondovisione. Saliamo sul palco e cominciamo a suonare. Normalmente avevamo tutti il metronomo in cuffia, e qui non abbiamo le cuffie, solo i monitor. Partiamo e i monitor sono spenti. Abbiamo cominciato il brano in finale, in mondovisione, con le spie spente! Cercavamo di orientarci, non so come, cercando di capire dove fossimo e guardandoci. Per fortuna il batterista aveva il click in cuffia: era l’unico che potesse trainarci.  Volevo sbracciarmi per chiedere ai tecnici di accendere le spie, ma sapevo che, a metà del brano, la Steadicam mi avrebbe inquadrato e poi sarebbe andata via. Dopo il passaggio della camera ho iniziato a fare dei segni, e finalmente mi hanno visto e le hanno accese. Per fortuna non si vede nulla nella registrazione!

Sembra paradossale per un evento musicale di quella portata, ma è un macchinario gigantesco e si può capire – soprattutto allora che non c’era tutto il digitale che c’è oggi! Un ultimo ricordo simpatico: avevamo fatto un accordo ‘con la nostra città’ e tutte le mattine facevamo un resoconto di quello che succedeva (e ci succedeva) a Sanremo per la Nuova Ferrara. Facevamo un po’ i giornalisti anche noi. Sono dei ricordi così forti così intensi che ti rimangono assolutamente tutta la vita.

Saluto Renato con gli ultimi commenti da esperta da divano: “Adesso certi giovani io non riesco proprio a ricordarli perché cantano tutti nella stessa maniera”. Per fortuna il parere dell’esperto mi rimette al mio posto “Però poi arriva uno come Mahmood, che può piacere o meno, ma è innegabile sia talentuoso e riconoscibile; è anche un’autore, un artista a 360 gradi.” Proprio vero: Sanremo trasforma tutti in critici musicali, come le Olimpiadi in atleti. L’importante è non dimenticare mai che su quel palco salgano anche le storie delle persone, del loro talento, le loro fatiche, emozioni, fortune e sfortune. E poi c’è Alex Britti, che ci è risalito nel 1999, con il sorriso della rivincita.

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