

Ci sono artisti che lavorano con il colore, altri con la luce, altri ancora con la parola. Daniela Carletti, che è ferrarese ed è attiva sin dagli anni ’70, invece lavora con la soglia, quella sottile linea in cui la forma incontra la memoria e il paesaggio smette di essere sfondo per farsi impronta. Negli anni ha sviluppato una tecnica unica e riconoscibile: raccoglie elementi naturali – canne, fiori, rami, erbe spontanee – e li imprime in tele trattate con gesso e pigmenti, creando superfici che sono tracce, mappe sensibili, geografie interiori. Il risultato è una sorta di “archeologia del presente”, in cui il tempo viene catturato nella sua forma più fragile.

Il percorso artistico di Carletti è coerente e radicalmente personale ma ha trovato eco anche in contesti internazionali: dalla 54ª Biennale di Venezia (Padiglione Italia, 2011) a mostre in Ucraina e Turchia fino all’Emirates Palace di Abu Dhabi. Le sue opere non gridano, non invadono. Invitano piuttosto a rallentare, osservare, ascoltare. E lei, nonostante i riconoscimenti, ha mantenuto uno sguardo raccolto. Così il suo studio: non c’è nulla di esposto e nulla è ordinato per essere guardato. Lo spazio non è pensato per mostrare, ma per accogliere lei, innanzitutto, e il lavoro nel suo farsi. Ci sono grandi opere accatastate alle pareti, materiali lasciati a vista, tavoli di lavoro segnati dall’uso. E tutto parla di processo, di quella sintesi intensa e delicata che permea la sua intera produzione – dalle incisioni agli acquerelli, dai rilievi in gesso alle sculture.

Carletti crede fermamente nel momento e lavora con rapidità. È una necessità tecnica, perché l’acrilico asciuga in fretta, ma è soprattutto fedeltà al gesto, a quell’istante in cui l’opera chiede di essere fatta. Per questo lo studio non è concepito come un luogo contemplativo: è infatti uno spazio funzionale, vivo, che serve per lavorare. Le dimensioni, del resto, sono sempre state una questione centrale nei suoi lavori che sono spesso molto grandi e hanno bisogno di aria, di distanza e di ambienti ampi. “Mi sento rappresentata dalle grandi dimensioni, riesco sempre a sentirmi parte integrante dell’opera, come se dovessi entrarci fisicamente dentro“, ci racconta. Le è capitato di realizzare persino dittici uniti da cerniere: sono grandi opere che si scompongono e si ricompongono, pensate anche per essere trasportate e spedite più facilmente, senza perdere forza.

Quando siamo nel suo studio sfogliamo insieme cataloghi, articoli di giornale, fotografie di mostre passate: Carletti si presenta a noi senza mai mettersi al centro, lasciando che siano le opere a parlare. Ci confessa che “a volte mi chiudo qui dentro per ore, vietando anche alle mie amiche di passare a salutarmi perché quando ho bisogno di creare devo stare da sola“. È un’esigenza che si avverte con chiarezza: il suo lavoro è una pratica quasi rituale, una tensione costante verso l’essenziale.



Durante la nostra visita Carletti sta lavorando a Il bosco dentro – un titolo che è già dichiarazione di intenti: “Io sono dentro il bosco durante il gesto, durante l’intera realizzazione“. Il riferimento a Pollock è esplicito, ma non imitativo: come nel dripping (la tecnica pittorica caratteristica dell’action painting, ndr) l’artista entra fisicamente nell’opera, ma qui la tela viene rovesciata, il pennello si muove, il corpo accompagna il segno in un dialogo continuo.”Mi piace la tecnica, il processo creativo, è un incontro continuo, quasi una ricerca a doppio senso“. Da una tecnica ne nasce un’altra e l’elemento accidentale non è mai un errore da correggere, ma una possibilità da seguire. È in questo modo che il gesso – lo stesso impiegato in ortodonzia, che Carletti usa anche per le sculture – diventa materia di memoria, fragile e resistente insieme. Nonostante l’uso di matrici la ripetizione non è mai identica e il lavoro cresce in modo organico: «è come la natura che ha radici che si spandono. Anche io mi espando assieme all’opera».

Il lavoro di Carletti richiede velocità d’esecuzione ma non tutte le opere hanno una fine immediata: ci sono lavori su cui ritorna “non come ripensamento, ma come completamento. Qualcosa che all’inizio non era risolto“. Il tempo, d’altronde, è per lei una esperienza personale, perché lega la lentezza alla propria storia: agli inizi, alla lunga formazione, alla sensazione di essere “in ritardo” rispetto a una tabella di marcia immaginaria. “Poi ho accolto il tempo e la sua lentezza mi ha portato qui“: una libertà conquistata gradualmente, soprattutto quando l’arte è diventata un impegno a tempo pieno. Prima c’era un altro lavoro – in banca – e il tempo per l’arte era ritagliato e dedicato soprattutto alla formazione: oggi quel tempo è diventato spazio.

Quando le chiedo come capisce che un’opera è “giusta”, resta un attimo in silenzio: «sai, mi fermo sempre dopo aver seguito quel momento. Giusto una frazione di secondo, ma che sento necessaria perascoltare la sensazione di conclusione, che resta comunque una soglia fragile». È forse proprio lì, in questa esitazione consapevole, che si misura la necessità dell’opera.

Sara ha scelto Ferrara per restare, ma spesso torna nel suo paesello in un pezzettino d’Abruzzo a respirare e sgranchire le gambe.
Ha rincorso l’arte, la sua grande passione, dapprima con gli studi e ora con il lavoro: si occupa di didattica museale e collabora con le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. Legge haiku e ascolta tanta musica rock, il suo odore preferito è quello del pane: se non la trovate, è sicuramente col suo taccuino su una montagna. Giusto il tempo di un’alba.