Paolo Franceschini si racconta: dal Montagnone all’Everest per far ridere in bicicletta8 minuti

Giovedì 27 giugno un personaggio davvero particolare, il comicista Paolo Franceschini, ha ricevuto ufficialmente la medaglietta del Guinness World Records negli spazi di Factory Grisù, per aver realizzato uno spettacolo alla maggior altitudine al mondo. Chi di noi non ha mai assistito ad uno spettacolo a 5270 metri di altezza? Sembra davvero una cosa impossibile, soprattuto pensando che Paolo non è assolutamente un atleta, ma un comicistaco! Paolo è un volto noto a Ferrara ma anche in giro per l’Italia, dove da tempo intrattiene il pubblico con spettacoli di cabaret, ma la strada che lo ha portato al campo base dell’Everest è lunga e merita di essere raccontata.

Chi è Paolo e come nasce la sua passione per la comicità?
Mi piace raccontare che il mio primo spettacolo è stato all’età di 5 anni durante la recita di Natale alla scuola dell’Infanzia. Da subito ho subito un grande smacco perché volevo interpretare Gesù bambino, ma Suor C. mi fece interpretare la capanna e per me è stato un colpo durissimo. In generale, ho sempre avuto la passione per il palco: quando avevo dodici anni ho comprato una tastiera, a quattordici la chitarra. Poi ho fatto parte di una piccola compagnia dialettale a Mirabello, il mio paese d’origine. Finito il liceo ho lavorato nei villaggi turistici, che sono stati per me una grande formazione, non solo artistica, ma anche di vita. Qui avevo la possibilità di esibirmi tutti i giorni e di sperimentare nuovi linguaggi, cosa che sarebbe stata piuttosto improbabile in altri contesti. Così ho capito che stare sul palco era per me una passione davvero ardente e dopo questa esperienza ho iniziato con gli spettacoli di magia per bambini, finché mi sono buttato anche nel mondo dei “grandi”. Il primo step che mi ha portato alla carriera del comico risale al 2007, quando per pura casualità ho partecipato ad un provino per una trasmissione. Andato con l’idea che avrei perso una giornata e alla fine invece mi presero. Da lì mi sono ritrovato per sette puntate in prima serata su Rai Uno a “Stasera mi butto”. Poi ho partecipato a qualche festival, all’inizio piuttosto titubante, ma al primo ho vinto subito il premio della critica arrivando secondo, e ho pensato che avrei potuto farcela. Da quel momento è stata una escalation e sono riuscito ad entrare anche nel circuito di Zelig.

La tua passione per la bicicletta invece come nasce?
È esplosa cinque anni fa quando alcuni amici mi hanno convinto a comprarne una. Ho iniziato insieme a loro a fare qualche giro finché ho capito che la bici poteva essere un’alleata perfetta per viaggiare anche con il pensiero. Pedalando riuscivo a trovare ispirazione. Nel 2016 mi è venuta quindi l’idea di conciliare la mia passione nascente con la mia passione storica. Per prima cosa ho organizzato un tour lungo il tratto italiano della via Francigena, dal colle Gran San Bernardo fino a Roma, in cui durante il giorno pedalavo e alla sera mi fermavo nel luogo in cui arrivavo esibendomi a favore delle Associazioni AVIS locali. Poi sono venuto a conoscenza di una delle gare più bizzarre al mondo, la Himalayan Highest Mountainbike Race in Ladakh, la gara di MTB più alta al mondo dove ogni giorno si supera un passo oltre i 5000 metri. Ho iniziato un allenamento specifico per questa gara, l’ho affrontata con l’intenzione di arrivare vivo al traguardo ed incredibilmente sono addirittura arrivato quarto. Un giorno poi, essendo ospite a Sky Sport, è nato questo neologismo, perché durante questa intervista mi chiesero se ero un comico oppure un ciclista e io risposi che non ero nessuna delle due ed entrambe le cose, ero un comicista, e da quel momento ho pensato che fosse una definizione geniale.

In cosa consiste il progetto del “comicista”?
Praticamente mi muovo in bici, promuovendo la bicicletta come mezzo di trasporto. A 40 anni ho capito cose che prima avevo sempre sottovalutato, ad esempio che grazie a piccole accortezze che ognuno può compiere quotidianamente si può migliorare la situazione per tutti.  Il 1 marzo ho debuttato con un nuovo spettacolo che si intitola “Non è mai troppo tardi”, patrocinato da M’illumino di meno e dall’Associazione FIAB. È uno spettacolo assolutamente ad impatto zero: non utilizzo energia elettrica, i fari di quattro biciclette sono la sola luce che mi illumina sul palco e la cassa audio che utilizzo funziona a batteria ricaricabile tramite pannelli solari. La bici è la coprotagonista e tutto quello che succede esce dalle borse della bici stessa.

 

Poi cosa ti ha portato a voler arrivare all’Everest?
È stato un insieme di cose. Dopo la gara ho fatto qualche viaggio sempre arrivando con la bici in determinati luoghi e poi esibendomi. Sono stato in Vietnam, in Cambogia, in Israele e in Laos nell’arco degli ultimi due anni. Arrivato in Israele mi sono messo in contatto con una coppia di italiani che vivono a Tel Aviv da circa dieci anni e che hanno un locale. Siamo partiti dal Mar Morto, il punto più basso della terra, perché sapevo che prima o poi sarei voluto partire dal punto più alto della terra, il Monte Everest.

L’avventura verso la cima del mondo è nata grazie all’idea di uno dei ragazzi che mi ha accompagnato. Arrivare al campo base dell’Everest sembrava una sciocchezza enorme perché ci era stato detto che il percorso per raggiungerlo era un percorso di trekking e che non saremmo riusciti a pedalare molto, ma noi spavaldi ci abbiamo provato comunque. Una volta arrivato, lo spettacolo che ho messo in piedi, registrato esattamente a 5270 metri, aveva un pubblico di circa 35/40 persone, tutte quelle che alle 13.15 del 25 aprile avevano raggiunto quel punto (8 italiani che erano partiti insieme a me, un gruppo di nepalesi, uno di indiani, uno di israeliani e alcuni neozelandesi). Lo spettacolo è stato eseguito secondo le richieste della Guinness World Records: uno spettacolo di minimo 15 minuti davanti ad un pubblico di minimo 15 persone.

Per raggiungere il campo base quella mattina avevamo fatto 5 ore di strada con le bici in spalla perché nell’ultimo tratto era impossibile pedalare, in più a 5000 metri una persona non è proprio nel pieno delle sue funzioni. Una volta finito lo spettacolo per tornare abbiamo impiegato 2 ore e mezza. È stata una giornata fisicamente devastante, ma davvero soddisfacente. Il viaggio ci ha riservato mille altre sorprese, prima di tutto quando dovevamo ritornare a Katmandu, abbiamo scoperto che le strade che ci avevano segnalato non esistevano. Non sapevamo dove eravamo, i GPS e i telefoni non funzionavano più, in Nepal le distanze vengono conteggiate a ore e quando ci dicevano che mancavano 3 ore per raggiungere un luogo noi impiegavamo un giorno e mezzo. Poi siamo stati nell’orfanotrofio di un lama tibetano e ho potuto fare uno spettacolo anche per i bimbi.  Oltre al Record che ho portato a casa, mi rimane un ricordo molto più profondo di tutto ciò che abbiamo passato, dei luoghi che ho visto, delle persone che ho conosciuto.

Hai sempre viaggiato con qualcuno oppure a volte sei partito anche da solo?
La via Francigena è stato il viaggio più solitario che ho fatto. Per quanto riguarda gli altri viaggi invece ho sempre avuto compagnia: il viaggio ad Israele è nato grazie ad una richiesta di sponsorizzazione di capi d’abbigliamento. I viaggi in Laos, Vietnam e Cambogia sono nati grazie a gruppi organizzati. Con questi viaggi ho conosciuto il mondo, prima a me sconosciuto, dei ciclo turisti, composto da persone totalmente easy con forte spirito d’adattamento. Il titolo del mio spettacolo è proprio evocativo di ciò che mi sta succedendo, a 40 anni ho scoperto una passione diventando persino un testimonial di Olympia Cicli, una storica azienda che fabbrica biciclette dal 1893. Se poi mi chiedi se sono appassionato di ciclismo… no! Cioè quest’anno sono andato a due tappe del Giro d’Italia, però sono interessato più alla filosofia del viaggio in bici. Uno dei dirigenti del Giro mi ha detto: “La bicicletta è il mezzo più romantico che esiste perché va avanti solo grazie alla tua forza”, e non posso che trovarmi d’accordo.

Ed ora che progetti hai?
Innanzitutto ho girato un documentario dal titolo “Dal Montagnone all’Everest” dove racconto della mia avventura e di come sono partito dal punto più alto di Ferrara, solo 18 metri sopra il livello del mare. Quest’estate poi sono impegnato a girare un altro documentario per la Regione Emilia-Romagna in cui si parlerà di mobilità e sostenibilità. Anche in questo caso ovviamente mi muoverò in bici.

Qualche consiglio per chi volesse seguire le tue orme?
Considerato che la comicità è estremamente soggettiva, sono dell’idea che se la battuta c’è va detta, anche se è brutta, poi mal che vada non viene colta. Inoltre non esiste la battuta bella e la battuta brutta, esiste la battuta detta al momento giusto. Per quanto riguarda il mondo della bici posso dire che capisco che le prime volte, pedalando a lungo possano venire vari dolori, ma poi passa. Inoltre muoversi in bici secondo me è il movimento giusto perché la sua velocità è tale da permetterti di osservare al meglio ciò che hai attorno. Nulla è davvero impossibile, tutto ciò che è ritenuto impossibile se lo si fa con criterio e lo si vuol fare lo si riesce a fare, ovviamente essendo consapevoli dei propri limiti.

Mentre torno a casa penso a quanto sia vero ciò che ha detto Paolo: in tanti casi abbiamo la fortuna di poter fare ciò che vogliamo. Non esistono limiti, con tanto impegno e forza di volontà forse tutti potremmo arrivare al nostro Everest…

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