Kabul chiama Ferrara: storia di Giacomo, volontario per Emergency7 minuti

C’è una luce, dentro gli occhi di chi ha la vocazione. C’è un bagliore diverso, un nonsoché che è impossibile non notare qualora anche solo si sfiori quell’argomento così indissolubilmente legato al cuore. Le domande stamattina non smettono di scorrere, con la potenza, la rapidità di un fiume in piena, di quelli che stralcia tutto ciò che incontra, che non bada agli argini costruiti su anni di sicurezze ancorate al mondo che ci si è voluti creare. Al mondo in cui ci si sveglia, ci si fa una doccia calda e si va ad incontrare quel ragazzo riccio con gli occhi pieni di storie che ti hanno presentato qualche sera fa.

Uscita di casa, percorro una strada calma, con in sottofondo il chiacchiericcio dialettale dei vecchietti con i baffi inzuppati di cappuccino e in borsa il mio taccuino assemblato da chissà quali mani in quale recondito angolo del mondo. Quando Giacomo arriva, è un ferrarese come tanti in sella alla sua bicicletta. Super cliché. Un sorriso, due caffè, due sgabelli sbilenchi e l’inchiostro inizia a riempire le pagine.
Giacomo Mazza ha ventotto anni. Ferrara l’ha visto nascere, crescere, giocare a rugby, studiare e sentirsi sempre con un piede pronto a fare un passo in più, poi partire.

“Sono un tecnico di radiologia, per Emergency, in Afghanistan.”

Giacomo Mazza (a destra) fuori dall’ospedale di Kabul

Non so se ci sia un modo per descrivere esattamente il movimento che le sopracciglia fanno, in piena coordinazione con zigomi, guance, labbra e quella trentina di muscoli facciali che ci caratterizzano quando si sentono questo genere di presentazioni. La parola stupore non è esaustiva, pecca di una mancanza grave, di un peso che pare un macigno. Un medico, nel crocevia dell’Asia centrale, per un’associazione umanitaria che dal 1994, offre cure gratuite a pazienti di ogni genere, età ed etnia nei luoghi più pericolosi del mondo.

“Sai, era come essere in attesa. Io sapevo che con il mio lavoro avrei potuto aiutare delle persone. È vero, i pazienti sono pazienti, ma ero consapevole che probabilmente avrei potuto portare il mio aiuto più lontano, a delle persone che, per essere nate in un’altra fetta di mondo, non possono permettersi quel che nella nostra quotidianità è dato per molto più che scontato. Avevo un’idea che continuava a rimbalzarmi dentro. Qualche anno fa, ho acceso il pc, consultato il sito di Emergency, vagliato le possibilità e le posizioni aperte, fatto un respiro, inviato la mia candidatura. Non sapevo come sarebbe andata né che aspettarmi, ma ero sicuro, con tutti i legittimi dubbi di un ragazzo di questo mondo, che il mio cuore si sbilanciava da quella parte. Immagina la sorpresa quando un giorno a caso, nella tua quotidianità, squilla il telefono e dall’altro capo senti Emergency. Un colloquio, poi un altro, poi un altro ancora. Ero idoneo. E poi è arrivata l’emozione indescrivibile: la chiamata. Si parte, destinazione: Kabul.

Lui sorride. Io ho un crampo allo stomaco.

“Quando sono arrivato a Kabul avevo una maglia di Emergency, per essere subito riconoscibile dall’autista che mi avrebbe accompagnato a destinazione. Ricordo ancora la scena: appena sono entrato in macchina un uomo non smetteva di ripetermi quella che a me sembrava una serie incomprensibile di lettere ordinata in modo casuale. Tashakor, Tashakor, Tashakor. Non ero nemmeno arrivato in ospedale e quello sconosciuto, davanti a un ragazzo di neanche trent’anni, continuava a guardare e ringraziare. L’avrei capito solo dopo, ma è stato un inizio con un carico emotivo fortissimo.
Arrivare a Kabul è strano. Da una parte ci sono cimiteri di cingolati sovietici, abbandonati lì, tra echi di polvere d’odio e litanie di memento mori imperanti. Dall’altra, la vita scorre, gli adulti vanno al mercato, annaffiano i fiori, passeggiano imbracciando kalašnikov mentre osservano i bambini che vanno a scuola: è come vivere in una perenne contraddizione. L’ospedale nel quale lavoro, quella che ormai è diventata una seconda casa, è il Centro chirurgico per vittime di guerra, un ex asilo bombardato divenuto oggi l’ospedale più importante della capitale e del centro del paese. Aperto nel 2001, è dotato di circa centoquaranta posti letto, tre sale operatorie, una terapia intensiva, una terapia sub-intensiva e sei corsie di degenza per i pazienti. Il nostro team è composto da professionisti provenienti da ogni parte del mondo che, in strettissima collaborazione col personale locale, senza sosta riceve e cura gratuitamente vittime di guerra, colpiti da proiettile, scheggia, o reduci dall’impatto con una delle tante mine disseminate sul territorio afghano. Senza un ordine preciso, senza nessun tipo di logica se non quella che solo la crudeltà del caso può determinare.”

Giacomo si ferma, prende il suo telefono e mi mostra una notizia recentissima: “School children”. Alunni, scolari, studenti. Bambini.

“Questo è il genere di cose che ci capita quotidianamente, bambini che stanno andando a scuola e passano sulla strada di sempre, ma nel giorno sbagliato. O che mentre tornano a casa, mettono il piede su una mina inesplosa”.
Davanti a me, uno schermo luminoso si sta facendo specchio di qualcosa che acquisisce una connotazione sempre più reale. In un momento, cerco di sentire il mio corpo, dalla punta dei capelli che sanno ancora di balsamo fino ai piedi freddi per l’aria condizionata troppo alta. Sento tutto, sto bene. Ho davanti il mio caffè e alle mani degli anellini colorati. L’unica cosa alla quale riesco a pensare lucidamente è che io conosco perfettamente quello che è il vero significato della parola fortuna.

“Sai cos’è la cosa più assurda? È che quello è il mondo. Il mondo vero. Quello che noi vediamo scorrere sui titoli dei telegiornali e che immaginiamo su altri pianeti e non a sole cinque, sei ore di volo da qui. Quella è la quotidianità vissuta da più della metà del pianeta.
Da quando ho iniziato a lavorare per Emergency, dentro di me sono cambiate tante cose. Ho ristabilito le mie priorità, fatto chiarezza, imparato il vero valore delle cose. Per noi, è tutto così semplice. Usciamo la sera e siamo indecisi sul ristorante. Facciamo dei drammi per cose di poco conto… Ma non è semplice nemmeno poter aver la misura, perché noi siamo – fortunatamente – confinati in un eden: ci siamo nati, cresciuti, ne abbiamo assorbito e fatto nostre tutte le abitudini. Questo è il nostro qui ed ora.”

“Pensandoci bene, lì non potremmo mai essere indecisi tra i vari ristoranti. – dice, sorridendo e sdrammatizzando – In effetti il gruppo di lavoro vive in una casa destinata all’équipe medica, a pochi passi dall’ospedale. Per tutti i mesi, o gli anni, di servizio, non abbiamo molti contatti con il mondo esterno, non ci è concesso, per semplice questione di tutela. Il centro del nostro universo è l’ospedale, i nostri colleghi sono la nostra famiglia. Alcuni potrebbero chiamarlo isolamento, reclusione, ma visto da dentro, ha tutto un altro sapore.
Siamo sempre vicini ai nostri pazienti, con i quali si crea, nel dolore, un sentimento fortissimo.
Ci sono casi che restano nel cuore e ogni giorno continuiamo a stupirci della forza che questi civili mostrano, vittime innocenti di una guerra che si ostina a mutilare fratelli. Noi lo chiamiamo orgoglio afghano. Poche lacrime, pochi pianti. Bambini che perdono l’uso delle gambe che ci guardano con occhio lucido ma non battono ciglio. È qualcosa di impressionante, d’indimenticabile. Ed è così per tutti, vedessi anche le donne…”

Ma come vi accolgono, lì? Domando.

“Bene, sono felici di averci vicini. Certo, ogni tanto c’è qualcuno che vorrebbe andare a trovare zio Nazif con il kalašnikov sotto braccio quasi fosse una baguette e bisogna fargli gentilmente capire che in ospedale non è permesso entrare con le armi… ma ecco, direi che il più delle volte, l’impatto è assolutamente positivo.”

Ride. “C’è una bella contaminazione, si impara tanto da entrambe le parti.”

Cerco di immaginarmeli, questi bambini, questi visi tristi senza lacrime, queste donne forti che portano avanti gravidanze e sogni, questi uomini con la barba sale e pepe e gli occhi profondi quanto le ferite della loro terra. Giacomo continua a parlarmi della sua vita lì, dei suoi colleghi, ora diventati famiglia, dei suoi genitori e delle difficoltà che incontra nel cuore di Kabul. Ha un viso sereno.

“Sono qui in ferie ancora per qualche giorno. Riparto a breve, e non vedo l’ora.”

Giacomo Mazza sarà presente sabato 6 Luglio alle ore 18.30 a Factory Grisù in occasione degli Emergency Days. Per maggiori dettagli sulla sua storia e sul suo intervento clicca qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*