

Le mode, si sa, fanno giri lunghissimi ma prima o poi tornano tutte. Specialmente quando i simboli di un’epoca assurgono a mito senza tempo, a icone pop capaci di attraversare generazioni mantenendo la stessa forza iniziale. È il caso di Andy Warhol, che più che una moda è diventato un vero e proprio mito. Negli anni Sessanta, Warhol lanciò una sfida alla tradizione delle belle arti trasformando la pop art in un fenomeno culturale globale: nelle sue opere inserì immagini tratte dalla cultura di massa, dalla vita quotidiana e dalla pubblicità commerciale, scardinando per sempre i confini tra arte “alta” e cultura popolare.


Per celebrare il suo genio Ferrara si prepara a ospitare di nuovo un po’ di quella freschezza newyorchese, di quelle idee rivoluzionarie, 50 anni dopo la mostra Ladies and Gentlemen che il 26 ottobre 1975 portò per la prima volta Warhol a Palazzo dei Diamanti. Con quella mostra l’artista aveva per la prima volta eletto a protagonisti del proprio lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane, al posto delle icone della società dello spettacolo come Marilyn Monroe e Liz Taylor, sulle quali si era concentrato fino a quel momento, spostando l’attenzione sull’individuo e sulla sua identità. Ne nacque una serie di 105 ritratti vividi ed esuberanti, pittura su serigrafie di polaroid ingrandite: una coloratissima galleria di effigi glam e queer che sembrava annunciare tendenze dell’estetica del terzo millennio.
Ideata e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, questa nuova mostra, che inaugura il prossimo 14 marzo e rimarrà visibile fino al 19 luglio 2026, vanta il prestigioso sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh. Alla rievocazione dell’esposizione del 1975 si aggiungerà poi una selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.
A dire il vero, quella tra questa mostra e Ferrara non è nemmeno una seconda volta, ma una terza: già nell’aprile del 2014, infatti, era stata riproposta su iniziativa privata. In collaborazione con il Ristorante La Provvidenza e su concessione del suo proprietario Giorgio Moretti, l’azienda di abbigliamento Slam Jam espose molte delle stampe della serie Ladies and gentleman nell’elegante cornice del suo store di Via Canonica, oggi non più aperto.

Ma come si riuscì a portare Andy Warhol a Ferrara, perché il ristorante La Provvidenza di Ferrara ha alle sue pareti numerose stampe dell’artista newyorchese e come andò quella volta che espose a Palazzo dei Diamanti restando perfino in città alcuni giorni?
La risposta breve, per chi segue il mondo artistico locale da qualche decennio è: Franco Farina. Ma i nostri lettori più giovani avranno sicuro bisogno di maggiori spiegazioni. Proprio nel 2014 lo raccontavo in questo articolo su Listone Mag:
La mostra si tenne nell’autunno del 1975 a Palazzo dei Diamanti, organizzata dall’allora direttore Franco Farina, al quale si devono numerose mostre di grande successo nel corso della sua gestione, tra le quali quelle di Guttuso, De Chirico, Rauschenberg, Dalì, Miro, Chagall.
Andy Warhol arrivò in pompa magna su un jet privato dell’Avvocato Gianni Agnelli, partecipò all’inaugurazione della sua personale mostra nella piccola Ferrara in un periodo in cui era senz’altro un personaggio di fama mondiale ma già in fase discendente rispetto la popolarità avuta nel decennio precedente. A seguito di un attentato di una folle nella sua Factory newyorchese, Warhol si mostrava meno in pubblico ed anche la sua produzione ne aveva risentito, anche se appartengono agli Anni Settanta capolavori quale la serie di Mao Tse Tung e sempre in quel periodo nacquero progetti importanti quali il libro The Philosophy of Andy Warhol e il magazine Interview.
Non era noto a tutti in città, forse più che altro agli “addetti ai lavori”: l’esplosione di popolarità di Warhol si ebbe in tempi più recenti quando l’opinione pubblica iniziò a scandalizzarsi meno di fronte alla scelta delle opere da esporre, spesso ardita. In quel 1975 però portare Warhol a Ferrara insieme ai suoi pannelli con travestiti di colore non ebbe praticamente costi per l’amministrazione comunale, che accettò di buon grado sfruttando l’abilità e le conoscenze di Farina.
[…] Due giorni dopo l’inaugurazione lo raggiunse a Ferrara la cantante Liza Minnelli, con la quale si recò nuovamente in visita alla mostra e che si trattenne qualche giorno con lui.
C’è abbastanza mito in queste parole per raccontare di epoche che sembrano ormai lontanissime: il jet dell’Avvocato, la Factory di New York, Franco Farina che alza il telefono e porta nella piccola Ferrara un outsider che riscrive la storia dell’arte e poi Liza Minnelli che arriva e si trattiene in città.




Le coincidenze che portarono la mostra dalle nostre parti sono ben raccontate da Francesco Poli sulla bellissima pubblicazione Cerchiare il quadrato, dedicata proprio a Farina:
La mostra venne promossa dal gallerista e collezionista torinese Luciano Anselmino (in stretto rapporto con Alexander Iolas, il principale mercante europeo di Warhol): doveva essere organizzata alla Rotonda della Besana di Milano, ma all’ultimo momento l’assessore alla cultura milanese Lino Montagna si era tirato indietro per ragioni politiche, per paura che dei quadri con protagonisti dei travestiti neri suscitassero l’indignazione dell’ampio bacino di elettori perbenisti. Invece Farina, quando gli era stata proposta, l’aveva accolta senza esitazione, dimostrando notevole coraggio e grande apertura culturale.
Si dice che a cercare i soggetti da ritrarre fu Bob Colacello, editore della rivista Interview, girando tra malfamati locali notturni di New York, per conoscere trans e drag queen offrendo loro 50 dollari per essere fotografati da un anonimo amico, cioè Warhol. “Per 50 dollari potremmo fare molto di più”, gli risposero allusivi alcuni di loro…
Leggende a parte, il gancio per organizzare la mostra venne dunque senz’altro da Farina, supportato da sua moglie Lola Bonora, che nel 1973 aveva dato vita al Centro Video Arte, il primo in Europa. Si occupava tra le altre cose di fare ricerca proprio sui nuovi linguaggi artistici, documentando ad esempio le mostre ferraresi attraverso videotape degli allestimenti e interviste, e infatti vediamo Lola impegnata in prima persona al fianco di Warhol nelle foto dell’inaugurazione ai Diamanti.


Come se i grandi nomi in questa storia non fossero già abbastanza, Anselmino chiese a Pier Paolo Pasolini un testo di presentazione per questa mostra, che dopo Ferrara sarebbe approdata a Milano. Pasolini accettò, ma lo scrittore romano non riuscì ad essere presente all’inaugurazione perché impegnato all’estero per alcune conferenze. Non vide mai nemmeno la mostra di Milano perché la notte del 2 novembre dello stesso anno venne assassinato sulla spiaggia di Ostia.
Alessandro del Puppo ricorda, sempre sul libro Cerchiare il quadrato:
Il giorno successivo al suo arrivo si tenne una conferenza stampa un po’ bislacca, con i pensosi quesiti politici dei giornalisti locali e un gelido Warhol a rispondere con disimpegnati monosillabi. Quella che si voleva come mostra “di denuncia” dell’abbrutimento capitalista e dello sfruttamento dei corpi non era invece altro che la gaia parata di una coloratissima differenza. Ma chi poteva capirlo, nell’Italia dell’epoca? Nemmeno Pasolini. Pure Farina non lo poteva sospettare, ma con quella sua coraggiosa operazione, al netto del colossale propellente commerciale, anticipò di qualche decennio i codici autorappresentativi delle comunità Lgbtq+.

Di quei giorni incredibili a Ferrara ne ha un ricordo vivido anche l’artista ferrarese Giorgio Cattani, che ci ha raccontato alcuni aneddoti interessanti:
“Una cosa che mi colpì parecchio era che alloggiava all’Hotel Astra – racconta Cattani. Dicevo con Farina: perché proprio all’Astra? E lui mi spiegava che Warhol era moderno, non gliene fregava nulla di vedere il Castello Estense. Noi eravamo dei parvenù, amavamo la storia, non capivamo. Invece l’Astra aveva un servizio ottimo, un’ottima cucina, era una scelta perfettamente comprensibile e moderna.”

“A Ferrara Warhol rimase circa una settimana – racconta ancora Cattani – e almeno in un paio di occasioni presenziò a delle serate di gala su invito, a casa della signora Carrà. Abitava in una bellissima residenza a Palazzo Roberti, su corso Ercole I d’Este a pochi passi dai Diamanti. Era un’amante dell’arte, colta ed elegante e amava organizzare eventi mondani, ma Warhol venne trascinato a questi appuntamenti senza troppo trasporto. Così come amava la provocazione nella sua arte, nel privato era invece un uomo estremamente introverso e silenzioso. La signora Carrà ci diceva: non andate a salutarlo, lasciamolo seduto in santa pace, probabilmente non vuole essere disturbato. Forse in quel contesto si sentiva protetto e rilassato, trovando un momento per sé stesso in giornate pieni di impegni.
In occasione della sua visita a Ferrara invitò poi il Maestro Farina, Giorgio Moretti della Provvidenza e il sottoscritto a New York nella sua Factory di Broadway, la terza di quelle che ha utilizzato come base creativa. Ci andammo l’autunno seguente, io mosso da grande curiosità personale come artista. La Factory era un loft fatiscente, di inizio Novecento, ma rianimato in modo creativo dagli artisti che passavano da quelle parti, fotografi, designer, cantanti, attori. La Factory era celebre per le sue pareti tutte argentate, ricoperte di carta stagnola per essere luminosissime… davvero un luogo intrigante.”

Due frasi in particolare colpirono Cattani durante quel breve incontro newyorchese. “Di Franco Farina, Warhol disse: “Sei una persona molto elegante, non per i tuoi vestiti ma per il tuo cuore”. Anche Ferrara era rimasta nel suo cuore: “è una città ma non è una città”, diceva, lasciando intendere che aveva la struttura e l’eleganza delle capitali europee senza essere paragonabile al caos e alle dimensioni delle megalopoli americane.”

Un dettaglio rimasto impresso a tanti ferraresi che visitarono la mostra del 1975 è stato senz’altro l’allestimento di Palazzo dei Diamanti. Aveva qualcosa di originale e di rottura rispetto alla tradizione: ogni porta tra una stanza e l’altra era inizialmente chiusa, coperta da cartelloni di carta come tende da rompere per passare oltre. I visitatori passavano in mezzo agli squarci (e alcuni portarono via frammenti ricordo) scoprendo con sorpresa cosa li attendeva oltre. Una rottura simbolica in un palazzo rinascimentale che si apriva ai linguaggi contemporanei d’oltreoceano.

Per l’occasione vennero poi realizzate delle stampe delle opere in tiratura limitata e autografate: sono quelle presenti ad esempio al Ristorante La Provvidenza, ma si trovano in numerose case di ferraresi che all’epoca ebbero l’intuizione e il privilegio di poterne acquistarne una. Il valore? La Pop Art vive di riproduzioni seriali e il prezzo può variare di molto: si parte da circa 1.500 euro su alcuni siti di aste d’arte (l’autenticità è tutta da verificare), fino a poco oltre i 25.000 euro in altre. Dove le quotazioni si fanno private il prezzo sale ancora: alcune gallerie internazionali chiedono fino a 36.500 euro per alcuni pezzi della serie di Ladies and Gentlemen. Controllate quel poster colorato che avete in soffitta, prima di fare pulizie di primavera!



Nasce a Ferrara nel 1983, dove vive in una casa bianca con una ragazza mora e due bimbe bionde. Giornalista pubblicista, dal 2006 si occupa di graphic design e comunicazione per il web, cofondatore di Contrarock, è stato vicepresidente di Factory Grisù. Ha fondato e diretto il magazine Listone Mag e il blog Ciccsoft. Ha un cane Lego di nome Cagnazz e un pianoforte in salotto per suonare, ogni tanto. Ama il minimalismo, la tipografia, il bianco e nero, New York, le foto storte, l’odore di terra bagnata, il tepore dentro la macchina in autunno.