

“Quanto ci facevano schifo quelle porte.“
Non è un’immagine romantica quella da cui partire, e non è epica. È un ingresso stretto, sgangherato, anonimo, ai piedi di quei due grattacieli che per molti ferraresi sono sempre stati più un problema che una possibilità. Era il 2018 (ne avevamo parlato, ve lo ricordate?) e quella sala, per tutti Punto.189, non prometteva nulla di straordinario. Eppure, dietro quelle porte che sembravano sbagliate, c’erano sei ragazzi che avrebbero aperto un’associazione, investito soldi, tempo e fatica in uno spazio che non sarebbe mai stato davvero loro. Può sembrare l’inizio di un film, di quelli in cui l’intraprendenza porta a grandi imprese: beh, in un certo senso sì, siamo all’inizio di uno di quei film. E i protagonisti sono Clelia, Diego, Matteo, Antonio, Vittorio e Nicola, di cui troverete qualche virgolettato qua e là. D’ora in poi, per metonimia, Officina Meca.

22 settembre 2018, è la prima pagina dell’album che idealmente sfogliamo. Officina Meca apre al pubblico per la prima volta: non c’è folla, solo una ventina di persone curiose ma anche molto gentili, quasi tutti amici accorsi per affetto. È comunque un inizio. A fare da contorno ai primi fedelissimi un servizio bar definito senza mezzi termini “tremendo” e dei divanetti improvvisati con pallet rivestiti di pluriball, che nelle fantasie del pre-show avrebbero dovuto sembrare underground e invece raccontavano con estrema sincerità tutta la fragilità di un inizio.
“Siamo partiti, molto sinceramente, per le persone sì, ma anche per farci i concerti che piacevano a noi. Un 5 gennaio, compleanno mio e di Clelia, ci siamo auto-organizzati il concerto di Carmelo Pipitone: oltre a far vedere un gran concerto a tutti ci siamo fatti il nostro regalo“. Al centro, in fondo alla sala, un palco costruito artigianalmente con pallet legati insieme (possiamo definire i pallet di legno le fondamenta di Officina Meca senza timore di smentita), lo stesso che in altri giorni si trasformava in ring quando la sala tornava a essere palestra di boxe. Sì, perché quello spazio era ed è sempre rimasto polivalente. Di certo non si può parlare dell’inaugurazione del secolo, non era forse quella sognata e immaginata a occhi chiusi. Però c’era, ed era vera. E questo bastava per decidere di continuare, di riprovarci e di crederci.
Voltiamo pagina, lo facciamo sempre convinti di avere in mano uno di quegli album delle foto di quando eravamo bambini, con le fotografie attaccate con la colla, qualcuna staccata qua e là, le veline tra una pagina e l’altra e i copy, pardon, le didascalie, a fianco, che spesso indicano la data, l’evento, e per i più fortunati (o con i genitori più estroversi) anche una battuta in ricordo di quel giorno, che qui, in questo album, rivivono nelle parole di Nicola.


Quel giorno era il 13 ottobre 2018. Officina Meca riapre le porte, stavolta più organizzata, più consapevole, meno ingenua. Il programma prevede che ognuno sia dj per quindici o venti minuti, ognuno con il proprio genere e il proprio stato d’animo. L’hip hop scelto con convinzione. La musica come dichiarazione d’intenti. Personalità e umori si mescolano e diventano la colonna sonora dentro quello spazio che pian piano sta assumendo anche lui una personalità, e sta iniziando a diventare qualcosa di più di un semplice spazio multifunzionale in cui sei persone hanno deciso di provare a organizzare serata di musica dal vivo. In quelle settimane, infatti, Officina non è solo un calendario di eventi: è un laboratorio accelerato di sopravvivenza culturale. Si studiano gli ingredienti di un cocktail, si fanno conti su spese e guadagni, si impara a confrontarsi con la SIAE, che non è un cliente simpatico, si compilano permessi, si scrivono comunicati stampa, si impaginano volantini, si disegnano grafiche, si costruiscono mobili. La passione costringe a diventare tutto ciò che serve.
La pagina successiva è già un punto di svolta, lo spartiacque.

Brilla, è patinata e trasuda nostalgia: la data è mercoledì 17 ottobre 2018. Sono passati solo quattro giorni dalla serata di aspiranti mixologist e dj per una notte. L’annuncio arriva all’ultimo secondo, come nel migliore dei film americani, per evitare un afflusso ingestibile, che arrivò comunque. Sul palco-ring costruito a mano salgono i Dunk, con Luca Ferrari e Carmelo Pipitone. Fuori da quelle porte – sempre le stesse, sempre bruttine – c’è la fila. La fila fuori, la fila al bar. Sorrisi tirati che si incrociano nella confusione. Officina Meca è “in piedi” da meno di un mese, l’album dei ricordi è appena al suo terzo capitolo, ma abbiamo appena vissuto forse la pagina più importante. Magari non la più bella, ma sicuramente una delle più memorabili. A fine serata, seduti al centro della sala con un bicchiere in mano, distrutti, Clelia, Nicola, Matteo, Diego, Antonio e Vittorio capiscono che, forse, non stanno più giocando a fare un club: Officina Meca è diventata un luogo vero. Anzi, più di un luogo, è diventata qualcosa, per (più di) qualcuno: “Credo sia l’obiettivo di qualsiasi posto che fa musica riuscire ad arrivare al fatto che la gente viene perché sa chi sei, sa che fai della bella musica e che comunque vada passerà una bella serata, indipendentemente da chi suona quella sera”.
Da lì in avanti l’album si infittisce. Le pagine non sono più singole serate, ma stagioni. Inverno dopo inverno, da novembre ai primi soli caldi, Officina trova casa sotto quelle torri. Non una casa elegante, non una casa perfetta. Una casa condivisa, polivalente, fragile.











Dopo meno di due anni di vita Officina Meca, così come tutto il mondo, viene travolta dalla pandemia che fa chiudere tutto e tutti, mantiene la cultura sospesa e porta ogni spazio indipendente sull’orlo del precipizio del non riaprire. E Officina Meca, dentro quelle porte un po’ così e con i dettami sulla distanza di sicurezza interpersonale, non era nelle condizioni di improvvisare cocktail o accogliere la gente sui divani di pallet rivestiti. Ma, siccome navighiamo a vista tra un album di ricordi e un film americano, quella che potrebbe essere tranquillamente una battuta scritta o recitata in entrambi, è che “le restrizioni non fermano la musica”.
E allora Officina Meca organizza concerti più grandi, anche fuori dalla sala, portando il proprio nome oltre quell’ingresso che non ha mai saputo raccontarsi da solo, ma un pochino iniziava a farsi ricordare. Officina si discosta per la prima volta dai grattacieli. La prima, non l’ultima: “Anche durante il lockdown organizzavamo per la riapertura. Paradossalmente è stato più duro il post quando, convinti che ci sarebbe stato il pienone con la voglia della gente di uscire, ci è venuto qualche dubbio non vedendo la coda che ci aspettavamo. Ma è stato solo un momento, siamo ripartiti subito”.
Tra una pagina e l’altra, c’è una fotografia che ritorna, come un rito: la foto ricordo di fine live. I volti provati, a volte sudati, spettinati, stanchi. Ma divertiti, pieni di gioia, orgogliosi, artisti e staff, insieme. Otto anni di volti diversi, di musicisti affermati e band emergenti, di sconosciuti diventati familiari. Un archivio silenzioso di presenze che racconta meglio di qualsiasi manifesto cosa sia Officina. Un piccolo ecosistema fragile, fatto di culture diverse, di equilibri delicati, di un vicinato paziente anche quando la musica non era certo delle più rilassanti. Un luogo aperto a tutti, amato da alcuni, curato da pochi (ma buoni), sostenuto quasi esclusivamente dalla dedizione di chi ogni settimana sceglieva di esserci.









Nel frattempo, le porte non sono mai cambiate. Ancora oggi qualcuno si ferma davanti chiedendo: “Ma è questa l’entrata?”, e di sicuro qualcun altro qualche volta avrà deciso di passare oltre proprio perché pensava fosse impossibile che lì dentro accadesse quello che aveva letto o sentito. Eppure, col tempo, è successo qualcosa di più forte di qualsiasi insegna: le persone hanno iniziato a chiamare quella sala Officina Meca anche senza che fosse scritto da nessuna parte. Il nome, o meglio, la rappresentazione e ciò che veramente Officina è e rappresenta, ha superato l’ingresso, ha superato quelle porte che tanto facevano schifo: “Noi abbiamo sempre avuto un rapporto di amore e odio. Anzi no, odio è troppo. Il sabato sera, ogni sabato sera, smontavamo tutta la nostra attrezzatura e andavamo a letto alle 4. Non è mai stata la nostra sala, è ed è sempre stata polivalente, ma fin da subito abbiamo cercato di farla nostra e noi ci riconosciamo lì: è la nostra casa perché siamo nati lì, ma Officina siamo noi e tutti quelli che l’hanno vissuta e continuano a farlo”. Poi, come accade ai luoghi che sembrano aver trovato un equilibrio, qualcosa ha interrotto la traiettoria.
Un incendio nella torre adiacente, la notte dell’11 gennaio 2026, costringe a sospendere il cineforum e le attività. Sarebbe incalzante anche qui un parallelismo con una pellicola di Hollywood, che tanto di incendi notturni è piena, ma non ci sembra il caso: Officina perde la sua sede ma moltissimi perdono la loro casa. La sala polivalente diventa punto di accoglienza per l’emergenza, le ordinanze comunali dichiarano temporaneamente inagibili le Torri A e C, le serate vengono annullate, la programmazione si ferma. All’inizio sembra una pausa, poi diventa chiaro che non si tratta più solo di rimandare una rassegna. Dopo otto anni Officina non è più lì dove l’abbiamo conosciuta.









Le attività si sposteranno, per quanto possibile, in altri luoghi della città. Officina esisterà ancora, certo, forse non più dietro quelle porte dove tutti e tutte l’hanno conosciuta e dove (qualche volta con incredulità) l’hanno trovata, ma ci sono situazioni più grandi di un concerto organizzato o di una notte da dj. Officina è nata per aggregare le persone, e questo ha continuato a fare anche nel momento del bisogno. Ecco perché l’appello di quei ragazzi è quasi sussurrato, ma forte: non dimenticatevi di Officina, perché non chiude, non finisce. “Dopo una settimana dal nostro post di chiusura ci hanno chiamato in tanti per darci una mano, per proporci una sala o uno spazio dove spostare Officina. Secondo me è una cosa bellissima, che ci ha colpito tutti e ci fa dire che forse qualcosa di giusto lo abbiamo fatto. Noi andiamo avanti con queste cose qua, la soddisfazione e la carica di esserci e contare”.
Forse è proprio questo il punto. Quelle porte brutte non hanno mai raccontato davvero cosa ci fosse dietro. A farlo sono state le serate sbagliate e quelle riuscite, i pallet che scricchiolavano sotto i piedi, le file inattese, i sorrisi spontanei, le foto a fine concerto, i bicchieri svuotati al centro della sala quando tutto era finito. Officina Meca è cresciuta sotto le torri, ma non coincide con un indirizzo. Se oggi sfogliamo l’album, non vediamo solo uno spazio che (momentaneamente) chiude: vediamo un gruppo di persone che ha imparato facendo, che ha trasformato un ingresso anonimo in un punto di riferimento e ha dimostrato che anche in uno spazio “non proprio” può nascere qualcosa di autentico e condiviso.
Le porte forse resteranno le stesse, strette e sgangherate. Ma ormai la città sa cosa c’era dietro e cosa rappresenta tutto quello che dentro quelle porte è nato per continuare anche altrove. E continuerà a ricordarsene anche adesso che quelle porte non si aprono più.
Tutte le foto nell’articolo sono di Sara Tosi.
Informazioni
La pagina Facebook e l’account Instagram di Officina Meca


Classe 2000, nato a Ferrara e cresciuto poco distante: passava le domeniche “alla SPAL”, ora la racconta su LoSpallino. Giornalista pubblicista dal 2024, dopo la triennale in Lettere e la magistrale in Comunicazione e Marketing si muove tra parole, strategie e la sottile arte di convincere la gente di quello che scrive (o almeno ci prova).
Ama lo sport in ogni sua forma: sui campi da calcetto, con una racchetta in mano, e quando capita anche con gli sci ai piedi. Ha una chitarra, che talvolta suona, e una playlist di cronache sportive memorabili. Scrive perché gli piace, e perché alla fatidica “Cosa vuoi fare da grande?” ha sempre risposto: “il giornalista”.