La statua del Savonarola a Ferrara, spiegata bene

Storia, simboli e superstizioni di uno dei monumenti più famosi di Ferrara, che nessuno guarda mai dritto negli occhi
The monument to Girolamo Savonarola in Piazza Savonarola, Ferrara Italy
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Nel cuore di Ferrara, tra il Castello Estense e la Cattedrale, c’è una figura marmorea che da oltre un secolo è diventata simbolo della memoria cittadina e del folklore popolare: la statua di Girolamo Savonarola. Dal 1875, quando è stata inaugurata, chiunque cammini lungo corso Martiri della Libertà lo vede eretto su una catasta di legna, la stessa su cui morì.

Savonarola non era un santo tranquillo. Era un domenicano senza peli sulla lingua, nato proprio a Ferrara nel 1452 da una famiglia nobile. A vent’anni abbandonò tutto per il convento, spinto da una certezza assoluta: il mondo era corrotto, la Chiesa ancora di più, e lui avrebbe predicato fino a far tremare  tutto questo marciume. Arrivò a Firenze nel 1482 e vi ritornò poi nel 1489 predicando e profetizzando sciagure: i fiorentini ne restarono incantati, piangevano persino durante i suoi sermoni (e infatti vennero chiamati piagnoni). Nel 1494, quando l’esercito francese di Carlo VIII marciò verso l’Italia e la città cadde nel caos, molti fiorentini videro in Savonarola il profeta che aveva predetto la sciagura, così lo fecero leader della città, trasformando Firenze in una repubblica morigerata e austera. Papa Alessandro VI Borgia non poteva tollerarlo, e lo scomunicò. Nel 1498 i sostenitori dei Medici riuscirono a catturarlo: il processo fu una farsa e Savonarola fu impiccato e poi bruciato in piazza della Signoria, con l’accusa di eresia.

Ferrara, la sua città natale, si è accorta nel 1867, improvvisamente, di non avergli mai reso omaggio. Nell’Italia unita, un paese nuovo ancora in cerca dei propri simboli, Savonarola, l’uomo che aveva sfidato l’abuso di autorità, diventa una figura da trasformare in un monumento nazionale. Nel 1870 il Comitato ferrarese, presieduto da Anton Francesco Trotti, indice un concorso aperto a scultori di tutta Italia. Partecipano in dieci. I giudici vengono scelti dalla prestigiosa Accademia Albertina, a garanzia di imparzialità. In quegli anni i concorsi per i monumenti pubblici non sono semplici gare artistiche: sono vere e proprie battaglie culturali, momenti in cui si decide chi merita di essere ricordato per sempre. Nel 1871 vince lo scultore centese Stefano Galletti.

Il progetto di Galletti colpisce per la forza del volto: uno sguardo intenso, penetrante, difficile da sostenere; le braccia sollevate in atteggiamento oratorio, come se il frate stesse ancora parlando alla folla. La statua poggia su una catasta di legna, chiaro riferimento al rogo di Firenze. Galletti lavora insieme al marmista bolognese David Venturi, che realizza il basamento bicromo e la recinzione. Sono anni di lavoro meticoloso. L’inaugurazione viene fissata per il 23 maggio 1875. La data non è casuale: è l’anniversario della morte di Savonarola, 377 anni prima. E quasi per un gioco della storia, lo stesso giorno si celebra anche i 400 anni della morte di Ludovico Ariosto.

Incisione da rivista d’epoca del 1875 / via pagina Facebook Ferrara Riscoperta

Piazza Savonarola si riempie. Arrivano le autorità cittadine. Arriva il principe Umberto I, futuro re d’Italia. Si capisce subito che non è uno dei tanti eventi civici: è il momento in cui lo Stato nazionale riconosce Ferrara e l’importanza di Savonarola nella storia italiana. Sono presenti lo scultore Giulio Monteverde, il poeta Aleardo Aleardi che legge versi, e perfino il sindaco di Firenze, Ubaldino Peruzzi, venuto a rendere omaggio a un uomo che la sua città aveva condannato al rogo quasi quattro secoli prima.

Dalla sua inaugurazione nel 1875 e fino al 1944, il Savonarola resta sempre lì, fermo in mezzo alla piazza, lo sguardo teso, le braccia alzate. Poi arrivano i bombardamenti.

Ferrara, cartolina del 1909

Durante la seconda guerra mondiale Ferrara viene colpita duramente: la presenza di una stazione ferroviaria e la posizione della città la rendono un bersaglio ambito. Tra il 1943 e il 1945 gli attacchi si susseguono e anche la piazza intorno al Savonarola viene investita dal fuoco. Il monumento subisce dei danni: il manto e la mano sinistra si rovinano. Ma la statua resta in piedi, non cade. Mentre intorno gli edifici bruciano e si sbriciolano, il frate rimane dov’è, immobile. Nasce così una sorta di metafora: Savonarola, che era stato bruciato, riesce a sopravvivere al fuoco dei bombardamenti. E quando Ferrara viene ricostruita, la statua è ancora lì come simbolo di resistenza mentre il resto cadeva.

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Negli anni Cinquanta, lo scultore forlivese Giuseppe Casalini insieme al voghierese Giuseppe Virgili restaura le mani danneggiate dalla guerra. Nel 1992, il monumento viene pulito da polvere e smog, si sistemano alcune crepe e la mano che era stata rotta nuovamente, questa volta da vandali. Nel 2021 inizia un’altra campagna di restauro, con tecniche moderne come enzimi e nanotecnologie. Ogni restauro è un gesto di cura.

restauro del Savonarola, 2021 / via Cronacacomune.it

A un certo punto, negli anni più recenti, e più precisamente quando la SPAL viene promossa in Serie A, qualcuno veste Savonarola con una sciarpa biancazzurra. Un gesto semplice, il modo più ferrarese possibile di dire: sei uno di noi, guarda cosa stiamo vivendo, condividi questa gioia. Così frate Girolamo, nella sua collocazione secolare tra il Castello Estense, il Duomo e corso Martiri della Libertà, sembra alzare le braccia non più solo in atteggiamento oratorio ma quasi in segno di esultanza. E non era nemmeno la prima volta. Una sciarpa spallina era già comparsa sul collo del frate il 23 aprile 2016, in occasione della promozione matematica in Serie B. Poi, durante il Buskers Festival, era misteriosamente scomparsa. Le “indagini”, condotte a colpi di post sui social, avevano portato a scoprire il responsabile: un musicista scozzese che, incurante del pericolo, si era arrampicato sulla statua e aveva portato la sciarpa con sé. Dopo le proteste dei tifosi, aveva rassicurato tutti con un messaggio in inglese diventato celebre: «The scarf is coming back. It wasn’t stolen, it’s just on tour». E infatti, qualche mese dopo, la sciarpa era tornata a Ferrara

Savonarola, del resto, è abituato a essere “vestito”; la statua viene spesso reinterpretata, anche fotograficamente, a seconda del momento. Una volta pare abbia persino indossato il casco di Darth Vader in un simpatico fotomontaggio. A Ferrara Savonarola non è solo un monumento: è una presenza viva, l’importante è non guardarlo negli occhi, è una regola che nessuno ha mai scritto, ma che tutti conoscono: non guardare il Savonarola negli occhi. Non è solo un aneddoto che si racconta ai turisti per ridere, è qualcosa di più profondo, una credenza che si tramanda di generazione in generazione, con quel tipico mix ferrarese tra sarcasmo e timore. Se incroci lo sguardo della statua in piazza, dicono che la sfortuna ti si appiccichi addosso o che possa influenzare gli eventi sportivi o lavorativi. Non c’è un primo ferrarese che ha dettato questa regola, né un episodio preciso da cui farla partire. Eppure è lì, resistente come il monumento stesso, accettata senza troppe domande, come certe verità che non hanno bisogno di essere dimostrate.

Quindi, quando guardi il Savonarola di Ferrara (non negli occhi, per carità), non stai osservando solo una statua. E forse è questo il segreto di una statua che funziona davvero: non dire una cosa sola, ma lasciare spazio, permettere a chi passa di farsi delle domande. Ogni generazione di ferraresi che incrocia Savonarola può decidere chi è per lei: un santo o un eretico, un martire della coscienza, un personaggio scomodo, un tifoso immobile della SPAL. Oppure tutto insieme, senza dover scegliere. E allora quella regola non scritta forse altro non è che il modo più semplice e umano per dire che questa statua, qui, a Ferrara, è ancora viva. Riesce ancora a inquietare, a farsi notare, a significare qualcosa.

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