Roots Music Club: la musica americana ha radici anche a Ferrara5 min read

– E’ la prima volta che qualcuno vede questo materiale. Che parliamo di queste cose. – Viene detto in diverse occasioni durante questa intervista. Nel piccolo tavolino di un bar sposteremo presto i caffè poco lontano per lasciare spazio a locandine, foto, memorie, un fiume in piena di ricordi che compongono il complesso puzzle del Roots Music Club. Se il pensiero è di averne letto spesso il nome a Ferrara, ma di non avere ben chiaro cosa sia, questo è lo spazio giusto per approfondire. In caso contrario, ancora meglio: questa è la storia di una passione.

Al tavolino ci sono alla mia destra Paride Guidetti, fondatore dell’associazione, alla mia destra Enrica Antonioli, attuale presidente ed in qualche modo figura al confine tra braccio destro, erede e – ci si perdoni l’imprudenza – quasi figlia adottiva.

La storia del Roots Music Club parte all’inizio degli anni Novanta. Nasce da un artista, Dirk Hamilton (http://www.dirkhamilton.com/) e da una scena: la roots music americana, il folk, il rock, il blues. Nei suoi esponenti più noti Bob Dylan o Bruce Springsteen, nel sottobosco una comunità forte e compatta che nasce poco vicino a Ferrara, a Finale Emilia, con il primo concerto organizzato da Guidetti. Organizzato come? Con la passione. Scoperto in un negozio di dischi, contattato di persona, organizzato via posta (quella di carta) promosso dai giornali (quelli stampati) pubblicato sulle riviste o nelle locandine dei negozi di dischi.

Pare un altro mondo, era il 1992. L’anno dopo, al Renfe, con l’ancora vecchio nome di Silver Bullet Music, esordisce a Ferrara la prima di infinite serate capaci di portare eccellenze della musica americana in città. Guidetti racconta di come per settimane la stampa locale titolasse sul ritorno del rock in città, dopo gli anni di vuoto a seguito del concerto dei Dire Straits allo stadio e dei disordini avvenuti con lacrimogeni il 6 luglio 1983 e di come stampa e questo senso di mancanza riuscirono a portare interesse per gli eventi.

Una passione artigianale quanto efficace, un senso di comunità in grado di avvicinare l’appassionato all’artista, tanto che Guidetti sarà poi negli anni lui stesso promoter di Dirk Hamilton e altri artisti nel nostro paese. Ci racconta di kit stampa inviati via posta, tradotti a mano e spediti alle riviste; delle riviste di settore in grado di raccontare e promuovere i concerti e i dischi (dallo storico Mucchio Selvaggio a Buscadero) delle collaborazioni con il Renfe, con Ferrara Sotto le Stelle nei primi anni e dell’allargamento a tour dei musicisti amati lungo tutta la penisola, diventando in qualche modo agenzia di booking.

Enrica Antonioli, in qualche modo della generazione successiva, ripete la storia, a partire dal 2006. Incontra Guidetti ad un concerto, propone il proprio magazzino come base operativa del Roots Music Club, insegue i propri musicisti e diventa cuore pulsante dell’associazione che negli ultimi anni ha intensificato la propria attività in città.

Ascoltare Enrica e Paride è osservare il racconto di una passione. Si tratta di quel tipo di persone che ti dicono di dover andare via a breve e poi raccolgono dal tavolo altri quattro volantini, spiegandoti cosa successe quella sera, il dietro le quinte di un volo negli Stati Uniti inseguendo un live che non si sa se ci sarà. Quelle persone che osservano un documento e guardano nel vuoto, riempiendolo del ricordo, dell’orgoglio, della storia vissuta, con gli occhi che realmente non parlano a te: parlano alla propria memoria.

La sensazione è di una comunità di amici, della vicinanza degli artisti di strada, dell’assenza di una distanza reale, pur esistente, tra pubblico e artista. Raccontano spesso di persone, di relazioni di sentimenti, più che di note suonate. L’artista si nutre del pubblico, il pubblico si nutre dell’artista, ne diventa amico e complice. La cosa bella del ponte generazionale sotto i nostri occhi è che Enrica condivide tutta la storia e aggiunge qualcosa di contemporaneo, di maggiormente giovane e di artisti ancora nel pieno della propria carriera artistica, come Jesse Malin, che ha suonato pochissimi giorni fa al Renfe e mostra immortalato in un video dove inizia a cantare steso sul bancone del bar, nel mezzo del pubblico.

– Ci conosciamo tutti per nome, sappiamo da dove veniamo. – dice. È il racconto del pubblico, in qualche modo lo stesso, cresciuto, di venticinque anni fa, quando tutto iniziava. Il ricambio generazionale è scarso, ma negli ultimi anni il Roots Music Club ha allargato la propria presenza, collaborando con la Scuola di Musica Moderna, il circolo Arci Bolognesi, Arci Zone K, attuale gruppo dietro al progetto Reazione K, importante rassegna di concerti ospitati in Sala Estense di livello internazionale.

Ci lasciano con un invito, all’ultimo evento in programma di questa importante annata (https://www.filomagazine.it/evento/andy-white/) e con il proposito di continuare progetti e collaborazioni, in città e non solo, per promuovere una scena musicale solo apparentemente fuori dagli schemi moderni, mantenendo vivo il fuoco di questa comunità, magari ristretta ma anche ancora gira per tutta Italia, fermandosi spesso a Ferrara. Perché le famiglie, pur distanti, pur negli anni che passano, rimangono sempre in contatto, vive, senza lasciare le loro radici.

Nel salutarci, pensiamo di chiedere un brano con cui Paride e Enrica presenterebbero sé stessi e la musica di cui si nutrono da una vita, con inesauribile passione.

Paride sceglie Dirk Hamilton, “Alias I” in Sala Estense a Ferrara

Enrica si presenta con Michael McDermott, “Wall I Must Climb”

A Ferrara non succede mai niente, si dice spesso. Forse, però, sono le storie a non avere abbastanza voce. Quella del Roots Music Club è tempo di scoprirla.

MORE INFO: http://www.rootsmusicclub.com

Foto di Alessio Falavena

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