

Se Angelo Branduardi dovesse far uscire Alla fiera dell’est oggi, esattamente 50 anni dopo, probabilmente potremmo rileggerla in una chiave moderna del mondo sportivo che, in perfetta linea con la società in cui si inserisce, vive del consumismo usa e getta strettamente legato alle mode. Perché venne la Sinner-mania, che sorpassò il padel, che si era mangiato il calcetto… che al mercato mio padre comprò.
Se volessimo aggiungere una strofa ci sarebbe forse da aspettare qualche mese. Sì insomma, perché proprio quando pensavamo di aver capito tutto del padel e di poterlo assimilare come l’ultima evoluzione definitiva degli sport con la racchetta, ecco spuntare una pallina forata, racchette compatte e un gioco che mescola tennis, padel e ping pong senza chiedere permesso: il pickleball.

Con questo nome a metà tra una squadra di calcio di quarta serie di qualche sobborgo londinese e il cartone animato manga che riempie gli scaffali dei negozi di giochi di società, il pickleball è (davvero) l’ultima spiaggia degli sport con la racchetta. Nasce da un controsenso intrinseco a sé stesso: ha un ritmo veloce ma viene considerato una sorta di “tennis in slow motion“. Si avvicina al padel perché facile da imparare e divertente, eredita il campo un po’ da tutti i suoi predecessori, e sta cercando di insediarsi in maniera capillare e strutturata nell’universo della racchetta che Sinner e compagni hanno prepotentemente riportato in auge nell’immaginario sportivo collettivo.
Il primo boom lo ha attraversato negli USA, dove è nato negli anni Sessanta: l’idea era proprio quella di rendere il tennis più facile e accessibile, con un campo improvvisato, una rete abbassata, racchette semplici e una pallina leggera e forata. Nato quasi per caso, si è affermato come le cose che funzionano davvero e, oggi, ha mantenuto la semplicità delle sue origini, ma attorno si è costituito un ecosistema strutturato con federazioni e tornei in forte crescita anche fuori dagli Stati Uniti.

Veniamo alla pratica: il pickleball si gioca su un campo più piccolo rispetto a tennis e padel, con una rete bassa e racchette solide, rigide e senza corde. L’obiettivo è semplice: mandare la pallina forata, appositamente studiata per rallentare il gioco, oltre la rete e impedire all’avversario di restituirla correttamente. Il ritmo può essere sorprendentemente veloce, ma la curva di apprendimento resta dolce, il che lo rende perfetto per tutte le età e per ogni livello di abilità. Si può giocare in singolo, ma è nel doppio che trova la sua dimensione più naturale: sociale, dinamica, condivisa. La filosofia di base è che fondamentalmente non serve correre come forsennati né serve avere un passato agonistico. Serve più che altro esserci e ovviamente divertirsi.

A rendere il Pickleball davvero riconoscibile, però, sono soprattutto le regole, che ne modellano il ritmo e raccontano molto della sua filosofia. La più caratteristica è la cosiddetta regola del doppio rimbalzo: dopo il servizio, la palla deve rimbalzare una volta nella metà campo di chi riceve; la risposta, a sua volta, deve rimbalzare una volta anche nella metà campo di chi ha servito. Solo dopo questi due rimbalzi iniziali è consentito colpire la palla al volo. Tradotto: niente attacchi immediati, niente punto facile appena parte lo scambio, niente serve and volley. Tutti entrano nel punto allo stesso modo, con lo stesso tempo per prendere le misure. Poi c’è un altro elemento di grande riconoscibilità, anzi, forse il carattere più distintivo del pickleball: la Kitchen, la zona di non-volée. È l’area di circa due metri a ridosso della rete in cui non è consentito colpire la palla al volo. Per entrarci bisogna attendere il secondo rimbalzo. Anche qui, il messaggio è chiaro: la rete non è un luogo da conquistare con la forza, ma uno spazio da rispettare. Il gioco si costruisce, si aspetta e si legge in anticipo. Ecco anche perché da molti viene considerato uno sport propedeutico al tennis, per la lettura delle situazioni e dei tempi di gioco.

Anche il sistema di punteggio va nella stessa direzione. Solo chi serve può fare punto, come nella pallavolo tradizionale. Ogni servizio diventa quindi una piccola responsabilità, un’occasione da sfruttare con attenzione. Non si vince perché si sbaglia meno, ma perché si gestisce meglio il proprio turno. Messe insieme, queste regole spiegano perché il pickleball sia allo stesso tempo facile da approcciare e difficile da padroneggiare. Non punta sulla forza o sulla velocità, ma sul controllo, sulla sensibilità, sulla capacità di adattarsi. È uno sport che rallenta quel tanto che basta per diventare leggibile, condivisibile, quasi dialogico. Ed è probabilmente questo il motivo per cui sta trovando spazio proprio ora.
Il confronto con il padel, soprattutto in Italia, è inevitabile. Il padel ha aperto la strada, ha dimostrato che uno sport nuovo può entrare rapidamente nelle abitudini quotidiane. Il pickleball arriva dopo, ma non per sostituire. Dove il padel è più fisico, istintivo e spettacolare, il pickleball è più tattico, più paziente, anche più silenzioso. Non è una versione “ridotta” di qualcosa, ma un’alternativa che convive bene con il resto. E infatti, sempre più spesso, trova spazio negli stessi centri sportivi, affiancando tennis e padel senza entrare in competizione diretta. E a proposito di centri sportivi: a Ferrara?
Abbiamo recentemente aggiornato la guida al padel in città e provincia, per il pickleball siamo ancora agli albori, ad essere sinceri, ma qualche primo punto di riferimento possiamo già individuarlo. Lo Zeta Club è il primo ad averci apparentemente visto lungo, con campi dedicati, corsi, lezioni e attività che lo rendono disciplina stabilmente inserita nel contesto. La Nuova Sportiva di via Beethoven, centro principalmente per piscine e attività correlate, ha una campo multifunzionale dove praticare anche il pickleball.
Non ci sono tanti altri centri ma l’impressione è che così come il padel si sia insediato con una velocità esponenziale e imprevedibile, anche il pickleball possa trovare il suo spazio in maniera sempre più frequente e maggiore. Anche perché i campi sono molto più facili da costruire e ampliare rispetto al padel. Come a dire: se lo abbiamo fatto con tappeti di schiuma e pareti di vetro, riusciremo sicuramente a farlo quando basta una rete e qualche riga per terra.
E infatti, proprio come era successo per il padel, il pickleball è già ben avviato ai lidi. Al Centro sportivo Lido di Pomposa, ha animato già la scorsa estate. Proseguendo verso sud (o “Rotolando verso sud” per chi vuole mantenere il parallelismo musicale), a Porto Garibaldi c’è il campo da pickleball di Quelli di Flip, il Virus Pickleball del bagno Venere Beach di Lido degli Estensi e a Lido di Spina il Bagno Sport.

Il pickleball, insomma, non ha fretta, ma sa già come e dove farsi apprezzare. Non promette rivoluzioni immediate né pretende di scalzare altri sport più affermati. Si fa provare, si fa capire, e alla fine resta se trova spazio. E il bello è che, proprio come successo con il padel qualche anno fa, quel momento in cui tutto sembra nuovo e un po’ strano è anche quello più interessante: perché racconta di uno sport che non vuole solo esistere, ma essere capito, condiviso e giocato davvero. Magari non ci sarà l’amico che ti dice “oggi facciamo un pickleball?”, però potresti essere tu il prossimo a dire: “Sai cosa? Mi sa che vado a provarlo”. Senza pretese, così, per il gusto del divertimento.


Classe 2000, nato a Ferrara e cresciuto poco distante: passava le domeniche “alla SPAL”, ora la racconta su LoSpallino. Giornalista pubblicista dal 2024, dopo la triennale in Lettere e la magistrale in Comunicazione e Marketing si muove tra parole, strategie e la sottile arte di convincere la gente di quello che scrive (o almeno ci prova).
Ama lo sport in ogni sua forma: sui campi da calcetto, con una racchetta in mano, e quando capita anche con gli sci ai piedi. Ha una chitarra, che talvolta suona, e una playlist di cronache sportive memorabili. Scrive perché gli piace, e perché alla fatidica “Cosa vuoi fare da grande?” ha sempre risposto: “il giornalista”.