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Petaloso non ha cambiato l’italiano, ma per un attimo ha meravigliato (quasi) il mondo intero

Petaloso non ha cambiato l’italiano, ma per un attimo ha meravigliato (quasi) il mondo intero

Nel 2016 un bambino di otto anni scrive all’Accademia della Crusca per chiedere se la parola che ha inventato possa esistere davvero: ecco la storia di petaloso, dieci anni dopo
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Di solito il territorio ferrarese finisce sui giornali per la nebbia, le biciclette o perché qualcuno ha detto che “qui non succede mai niente”. Nel 2016, invece, è successo qualcosa di insolito: ci ha resi famosi una parola.

Petaloso nasce nella provincia di Ferrara, a Copparo, in una classe primaria della scuola Oreste Marchesi. Un bambino di otto anni deve descrivere un fiore e decide che è decisamente… petaloso. Una parola semplice e intuitiva, così giusta da sembrare ovvia, ma non presente sui dizionari di italiano e quindi, beh, inventata. Il bambino si chiama Matteo e la sua insegnante, Margherita Aurora, avrebbe potuto segnarla come errore e andare avanti. Penna rossa, fine della storia. Invece si ferma, ci pensa e lo definisce “un errore bello”. L’insegnante Aurora, in realtà, fa anche un’altra cosa tutt’altro che scontata: decide che sarebbe proprio bello se Matteo e la sua classe scrivessero all’Accademia della Crusca – dal 1580 il principale riferimento per le ricerche sulla lingua italiana – chiedendo se quella parola può esistere davvero. Così Matteo scrive una lettera, in bella calligrafia.

A fine febbraio arriva la risposta della ricercatrice Maria Cristina Torchia della Redazione di Consulenza Linguistica dell’Accademia: “Caro Matteo la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo, peloso e coraggioso”. Però, perché una parola diventi “vera”, le persone devono iniziare a usarla: “non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario”, spiega Torchia con grande delicatezza, chiarendo in un qualche modo anche il compito della Crusca. Copparo non immaginava certo che di lì a poco tutta l’Italia avrebbe raccolto la sfida.

Nel giro di pochi giorni quella parola esce dal quaderno di Matteo, attraversa la provincia, arriva nei telegiornali, finisce sui social e comincia a essere scritta (e detta) da personalità della politica, dell’università, della linguistica. Petaloso diventa virale, un affare nazionale: sui social la usa pure la Treccani e la Zanichelli, e l’allora primo ministro Matteo Renzi la sceglie per descrivere un progetto post Expo (in realtà, commettendo qualche errore nel riportare la storia, ndr). La notizia il giorno dopo arriva a Londra, Parigi e Madrid. Su Twitter (oggi X) centinaia di utenti iniziano a usarla davvero, accompagnando i loro tweet con l’hashtag #petaloso, quasi fosse una piccola missione collettiva: aiutare Matteo a far entrare la sua invenzione nella lingua italiana. Tra Ferrara e dintorni si diffonde un mix tipicamente local di stupore e orgoglio, e nel frattempo milioni di persone scoprono una verità che i linguisti ripetono da sempre: le parole non nascono nei dizionari, ma quando la gente le usa. Come tutte le storie che hanno a che fare con i social network (ma pure con un certo tipo di giornalismo, vorremmo dire), succede il putiferio: ne nascono polemiche e fraintendimenti, offese e insulti, diventa il caos.

un post della pagina Facebook National Geographic Italia, 24 febbraio 2016

Tra le voci più chiare nel dipanare la matassa c’è quella di Vera Gheno, scrittrice e sociolinguista, per anni collaboratrice dell’Accademia della Crusca e oggi tra le principali divulgatrici linguistiche italiane: scrive su Facebook un lungo post di debunking sul Petaloso-gate, chiarendo fra le altre cose che la Crusca non è un giudice della lingua, che non promuove e non boccia ma osserva, e che non decide se e quando una parola entra nel vocabolario. Facebook, dietro segnalazione di qualche utente, censura il post per tre giorni. Il caso monta ancora, sui social il neologismo di Matteo è contemporaneamente responsabile della morte dell’italiano e della sua vivacità, poi Petaloso diventa un negozio e pure un marchio, ma non entra in nessun vocabolario. Passata l’ondata mediatica, infatti, l’uso quotidiano ha iniziato a diradarsi e la parola non è entrata stabilmente nel parlato comune (per ora!).

Ma quindi, come si evolve davvero una lingua? “Il lessico si arricchisce di continuo e i neologismi raccontano la società che li genera“, ha spiegato Nicoletta Maraschio, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Firenze e prima donna alla guida dell’Accademia della Crusca dal 2008 al 2014. Nuove parole nascono, altre cambiano uso, altre ancora scompaiono. L’italiano si trasforma seguendo il costume, la cronaca, la televisione, le tecnologie, le tendenze. Questo non significa che tutte le parole nuove restano perché “in molti casi si tratta di parole nate da una moda del momento“. In linguistica si parla di “occasionalismi”, e petaloso è stato appunto un (bellissimo) occasionalismo che ha tentato un paio di volte di entrare nell’italiano: prima nel 1991 (Panorama, febbraio 1991, p. 117) con Michele Serra e poi nel 2016, grazie a Matteo e ai social network. In nessuno dei due casi ha soddisfatto i criteri di funzionalità e frequenza d’uso, e la sua storia si è fermata lì.

Dieci anni dopo, possiamo dire che petaloso non ha cambiato il corso della lingua italiana, ma ci ha ricordato che le parole non vengono decise in stanze chiuse, che la grammatica non è un museo polveroso di regole rigide ed eterne e che le cose nuove non nascono sempre dove ce l’aspettiamo. È una parola, tra le tante, che non è mai entrata nel vocabolario e, semplicemente, una storia di provincia che ha fatto parlare (quasi) il mondo intero.

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